domenica, ottobre 31, 2004

RESISTENZA - 29/10/04

PIU’ CRISI CHE VERIFICA

REPUBBLICA on-line 29-10

Il Cavaliere gela il leader di An

"Io tiro dritto, votami contro"

di CLAUDIO TITO

ROMA - "Niente verifica e niente crisi di governo". In uno dei corridoi di palazzo Venezia dove ieri ha inaugurato una mostra di Antiquariato, Silvio Berlusconi ha voluto dare l'altolà a Gianfranco Fini. Poche parole, pronunciate mentre Vittorio Sgarbi gli descriveva le opere d'arte esposte. Poche ma comunque nette. Perché la posizione assunta ieri dal vicepremier in un'intervista al Corriere proprio non gli è piaciuta. Non ha gradito nè l'ipotesi di dar vita ad un nuovo governo, nè l'inserimento di una quarta aliquota nella riforma fiscale.

Alla prima occasione, quindi, il presidente del Consiglio ha voluto mettere i puntini sulle "i" respingendo l'analisi del suo alleato sul 7 a 0 delle suppletive. Se quindi Fini parla di verifica, il Cavaliere risponde: "La verifica non è riaperta e non si riapre assolutamente". Se il leader di An ipotizza un Berlusconi bis, lui lo esclude: "La verifica non è riaperta - puntualizza - e quindi non si pone nemmeno il problema della crisi".

In pubblico, sostanzialmente, il premier non è andato oltre. Certo, ha fatto trasparire il fastidio per quella uscita dell'alleato, ma ha preferito non acuire la tensione. Che già era salita alle stelle nel breve faccia a faccia di ieri mattina a Palazzo Chigi, prima del consiglio dei ministri. "Ma scusa - è stato il discorso fatto da Berlusconi e ascoltato da alcuni ministri - ieri siamo stati tutto il giorno insieme, abbiamo lavorato per ore fianco a fianco e non mi hai detto niente". "Veramente - è stata la risposta - queste cose te l'ho sempre dette".

  Ma al di là del colloquio che non ha portato al chiarimento tra i due, il premier non ha nascosto con i suoi tutta la delusione. Un vero e proprio sfogo cui si è lasciato andare subito dopo aver letto i giornali. "Io faccio tanto per rilanciare l'immagine del governo, per spiegare che il dato premiante è la coesione - è sbottato - e Gianfranco che fa? Se ne esce in questo modo. Vorrebbe non mantenere le promesse. Lo faccia lui, io le mantengo. Dica semmai apertamente che è spinto a fare quei discorsi dalle correnti del suo partito. Ma io non accetto che le ambizioni ministeriali dei suoi colonnelli condizionino il governo". Berlusconi considera urticante non solo termini come verifica e rimpasto, ma è convinto che parlare di Berlusconi bis mentre si prepara la campagna elettorale per le regionali significa gettare "scompiglio" e "confusone" nell'elettorato di riferimento.

Secondo il premier, la ricetta che può rimettere in ordine la popolarità del centrodestra è da rintracciare nel taglio delle tasse. "I rimpasti invece - ha sibilato - non servono a nulla". Ed era tale ieri mattina l'irritazione del Cavaliere che il filo di dialogo con Alleanza nazionale si stava quasi per spezzare. "Volete la crisi? Bene - si è rivolto ad un ministro di An prima del consiglio dei ministri - allora fatevi avanti. Votate apertamente contro il taglio delle tasse e così la crisi si apre. Poi, però, si va a elezioni e non certo ad un nuovo governo". Una frase buttata là e che poi ha fatto calare sulla riunione di governo una cappa di gelo.

Il tutto, poi, si è svolto alla vigilia della cerimonia per la firma della nuova costituzione europea. La decisone di Fini di porre sul tappeto un tema di politica interna così pesante, ha accresciuto il fastidio del premier. La sponda, seppure tiepida, offerta dal segretario dell'Udc, Marco Follini, al capo di An dopo un colloquio telefonico con lo stesso Fini, non ha migliorato la situazione. Basti pensare che nel corso dell'incontro avuto ieri mattina con Romano Prodi, il presidente "prorogato" della Commissione europea, il tema più dibattuto è stato quello della riforma elettorale. Il premier ne ha parlato a lungo quasi per coinvolgerlo nel percorso che secondo Forza Italia dovrebbe portare ad un rafforzamento della proporzionale o almeno alla scheda unica per votare sia per il candidato maggioritario sia per quelli proporzionali. "È una riforma - sono state le parole di Berlusconi davanti ad un Prodi silenzioso su questo argomento - che conviene a tutti". Ma la legge elettorale è anche la sua risposta ai litigi nella coalizione: "ognuno deve pesare per i voti che prende".

Sta di fatto che oggi, davanti ai leader europei, il presidente del consiglio si  è presentato con il fardello di una tensione interna tornata di nuovo ai picchi della scorsa estate. Non a caso il timore dell'inquilino di Palazzo Chigi si è concentrato proprio sul colpo subito dalla sua immagine internazionale soprattutto alla luce del caso Buttiglione. "Ma vi pare – si è lamentato con i vertici di Forza Italia - che alla vigilia della cerimonia per la firma del Trattato europeo, il mio vicepremier debba mettere l'intero governo in imbarazzo?".

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CITAZIONE

La vera novità è la distanza che riaffiora fra Berlusconi e il vicepremier. Il capo del governo non si aspettava il suo smarcamento. La sconfitta alle elezioni suppletive di domenica scorsa, però, l’ha spinto ad amplificare un malumore diffuso. «Fini ha fatto un ragionamento che in larga parte condivido», gli tende la mano Marco Follini, segretario dell’Udc. Il gelo di FI e della Lega, ma anche di alcuni dirigenti di An, è indicativo. Promette nuove tensioni e rancori ed evoca un logoramento ulteriore della maggioranza.

(Massimo Franco, Corsera 29-10)

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L’UNITA’ on-line 29-10

Sommario di I pag.

An contro le tre aliquote: «Rafforzerebbero gli interessi del premier»

La guerra delle aliquote è definitivamente iniziata. Alleanza Nazionale abbandona i toni “felpati” e prepara l'offensiva. Per il partito di Fini la teoria delle tre aliquote (23, 33, 39) che tanto piace al premier è uno «sbaglio colossale». L'aliquota del 39 per cento frutterebbe al presidente del Consiglio un risparmio annuo di “soli” 760.154 euro. Il premier ci ripensa e accenna a un «contributo etico» (cioè a una beneficenza), che però non soddisfa la proposta di An di inserire un'aliquota aggiuntiva del 43 per cento, per i redditi superiori a 500 mila euro.

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APRILEONLINE 29-10

La punta dell'iceberg

Buttiglione è un fallimento di Berlusconi

[Nicola Tranfaglia]

Pare che le polemiche seguite al rinvio della presentazione della squadra di Barroso abbiano portato in secondo piano il caso Buttiglione.

Nessuno sui nostri quotidiani ha messo in luce che il fallimento di Barroso dipende direttamente dal governo Berlusconi.

In un paese normale,di fronte all’enormità delle risposte di Buttiglione ai parlamentari europei sul ruolo delle donne e sulla condizione degli omosessuali, un presidente del consiglio degno di questo nome avrebbe deciso autonomamente di sostituire il proprio candidato, visto che non si può pensare che un integralista cattolico radicale affronti laicamente i problemi che riguardano la giustizia,le libertà e i diritti, a meno di sdoppiarsi completamente e fare l’opposto di quello che pensa.

Berlusconi, a quantodicono le cronache, ha assicurato a Barroso che avrebbe proposto a Buttiglione di ritirarsi ma, quando il filosofo ha detto di no, non ha fatto quello che qualsiasi presidente del consiglio avrebbe fatto al suo posto prendendo la decisione sulla base del suo ruolo e della sua responsabilità.

Perfino Giuliano Ferrara,nella sua trasmissione su “La Sette”, ha dovuto ammettere che questo non significa governare un paese ma lasciarlo andare per la sua strada sulla base dei comportamenti dei singoli componenti della sua maggioranza.

Se questa non è una prova di impotenza preoccupante e di incapacità di governare,non sappiamo quale altra avrebbe potuto accadere.

Resta il fatto assai grave di una commissione europea mandata all’aria, di una necessaria proroga della commissione Prodi fino a data da destinarsi, di una pessima, anzi vergognosa figura, fatta davanti non soltanto agli italiani ma agli europei non per difendere la libertà di opinione dei cattolici(che nessuno ha mai messo in discussione, come dimostrano i casi di Prodi, di Santer e di tanti altri commissari europei) ma per mantenere la pace armata all’interno della cosiddetta casa delle libertà.

Tutto questo nonostante il fatto che all’interno della maggioranza parlamentare con ogni probabilità i deputati e i senatori che la pensano come Buttiglione non sono a loro volta la maggioranza.

E’ difficile trovarsi di fronte a un maggior autolesionismo, prova lampante del fallimento del progetto berlusconiano di governo dell’Italia e di politica estera europea.

A questo punto appare grottesca l’idea di Berlusconi di festeggiare a Roma da protagonista la firma della costituzione europea. Non si può essere nello stesso tempo il sabotatore dell’unificazione europea e quello che finge di festeggiarla.


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sabato, ottobre 30, 2004

RESISTENZA - 28/10/04

VERIFICA O CRISI?

REPUBBLICA on-line 28-10

Berlusconi: “Mantenere le promesse o a casa”

Fini: "Impossibile rispettare tutte le promesse"

ROMA - Secondo il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, il vicepremier "ha di fatto aperto la crisi". Per il ministro leghista Castelli sarebbe meglio concentrarsi sulla fedeltà al programma di governo".

Ma al centrista Baccini "fa piacere che anche il presidente di An chieda un rilancio dell'azione di governo". Insomma, con Gianfranco Fini che parla di un"nuovo esecutivo", di "un nuovo patto", di "un nuovo programma", e soprattutto di promesse fatte nel 2001 "che non potranno essere tutte rispettate", si riapre una verifica che non si era mai chiusa. E a dimostrazione che Fini fa sul serio, ecco nell'intervista al Corriere della Sera l'affacciarsi, di nuovo, di un possibile disimpegno: "Se An me lo chiede, torno al partito".

Ecco dunque riaperto un dibattito che promette nuove fibrillazioni, che già si intravedono, tra gli alleati di governo. Freddissima l'accoglienza della Lega, con il capogruppo alla Camera Cè che chiude senza se e senza ma: "Non credo sia necessario un Berlusconi-bis".

Al contrario, rinsaldarsi l'asse tra via della Scrofa e L'Udc di Marco Follini. "Mi fa piacere - dice subito Mario Baccini - che anche Fini voglia rilanciare e dare una scossa al governo, perchè io l'avevo già detto quasi un anno fa". E poche ore dopo è lo stesso Follini a intervenire: "Fini ha fatto un ragionamento interessante, che in larga parte condivido. Anche a me è capitato di dire cose non troppo diverse. Penso che se il centrodestra si muove vince, se si arrocca aumentano le difficoltà".

Intanto, le opposizioni vanno all'attacco. Il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto parla di apertura nei fatti di una crisi di governo "della quale non si vede una possibile soluzione", e chiede elezioni politiche anticipate da accorpare alle Regionali.

E dalla segreteria Ds il coordinatore Vannino Chiti fa notare come "ormai nella Cdl si fanno due valutazioni diametralmente opposte sul futuro del governo: mentre il presidente del Consiglio dice 'tutto bene, avanti tutta', il suo vice dice che bisogna cambiare il programma e il governo".

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CORSERA 28-10

Fini: nuovo patto e nuovo governo

«Non possiamo mantenere tutte le promesse, va riscritto il programma»

di FRANCESCO VERDERAMI 

ROMA - «La leadership di Berlusconi non si discute, ma nella Casa delle libertà è venuto il tempo delle scelte. È necessario un nuovo patto e un nuovo governo». In un’intervista al Corriere , il vicepremier Gianfranco Fini illustra il percorso che - a suo dire - «consentirà il recupero» dopo la sconfitta alle suppletive. «Non possiamo mantenere tutte le promesse, dobbiamo impegnarci su un nuovo programma. Se An me lo chiede lascio l’esecutivo e ritorno al mio partito». Sulla legge elettorale: «Non siamo contrari al proporzionale, ma servono garanzie per tutelare il bipolarismo». Sulle alleanze: «La Mussolini e i radicali con noi? Prima decidiamo che cosa vogliamo fare».

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L’UNITA’ on-line 28-10

La verifica infinita ricomincia

O forse non si è mai chiusa.

Gianfranco Fini, intervistato dal Corriere della Sera, l’ha sparata grossa, proponendo «un nuovo programma per l’ultima parte della legislatura, magari anche attraverso la convocazione degli Stati generali della Cdl» e aggiungendo che dopo potrebbe nascere «un nuovo governo», un Berlusconi bis, dal quale il presidente di An potrebbe tirarsi fuori. Tiepide le reazioni: un plauso timido dall’Udc, un «no» abbastanza garbato dalla Lega, una pacca sulle spalle da Forza Italia. La verifica infinita è ricominciata. O forse non si è mai chiusa.

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MA INTANTO “LA BARCA VA”…

APRILEONLINE 28-10

Il conflitto d'interessi che arricchisce il Biscione

[Renzo Francabandera]

Ancora un semestre boom per Fininvest. Nel primo semestre 2004 i ricavi del gruppo di casa Berlusconi sono infatti cresciuti, secondo quanto diffuso dai vertici aziendali, rispetto allo scorso anno dell’11,4% a 2,779 milioni di euro.

Performance di assoluto rispetto in un mercato che arranca sotto i colpi della crescita bassa.

Il risultato lordo consolidato della finanziaria della famiglia del Presidente del Consiglio va al di là delle previsioni e mette le ali agli utili di metà anno di Mediaset (+50%) di Mediolanum (40%) e Mondadori (+20%). L’anno scorso erano stati, con riferimento allo stesso periodo temporale, "solo" 216 milioni di euro.

II risultato ante-imposte del gruppo ha compiuto un balzo da 216 a 410 milioni di euro quindi, avendo contabilizzato 104 milioni di componenti straordinarie da partecipazioni, cosa che in Fininvest hanno definito “una posta meramente contabile” e che risale ad un fondo imposte accantonato prima della quotazione, ovvero nel 1995 e che adesso viene riportato in Conto economico, essendo nel frattempo divenuto non tassabile per legge, in quanto plusvalenza da cessione di partecipazioni. Si potrebbe definire un regalo ex post di Tremonti.

Per quanto riguarda la capogruppo, in particolare, questa inanella un primo semestre 2004 con un utile pre-imposte di 174 milioni rispetto ai 134 milioni dei primi sei mesi del 2003 (più 30,6%), dopo aver stanziato ammortamenti per 0,3 milioni di euro, la stessa quota del primo semestre dell'anno scorso.

Al 30 giugno, infine, il patrimonio netto è aumentato di 376 milioni di euro passando dai 3.234 milioni del 31 dicembre 2003 a 3.610 milioni.

Cosa dice l’azienda di questa performance? "Nei primi sei mesi dell'anno, in un contesto macroeconomico ancora contraddistinto da notevoli segnali di volatilità, il gruppo ha conseguito risultati positivi sia per quanto riguarda lo sviluppo delle linee strategiche da tempo indicate, sia sotto il profilo economico-finanziario, operando nella ricerca e realizzazione di processi di efficienza all'interno del proprio core-business".

Andando al sodo del core business si capisce che i vantaggi o le rendite di posizione rappresentano un importante elemento di forza del gruppo.

Si pensi, ad esempio, a tutta la vicenda dei diritti del calcio a pagamento e al digitale terrestre, su cui tanto le reti Mediaset spingono e al cui successo è legato anche in parte l’esito della legge Gasparri.

Mediaset ha dichiarato per bocca di Pier Silvio Berlusconi che farà di tutto per decollare con le partite sul digitale terrestre all'inizio del girone di ritorno (23 gennaio) nonostante la guerra con Sky.

I toni del “conflitto” sono abbastanza aspri: "Siamo pronti anche a fare da soli", ad esempio, ha dichiarato Berlusconi jr.

Su questo sfondo tutto positivo di prove di forza un solo “neo”: la procura di Milano ha chiesto Ia proroga delle indagini per Pier Sivio e Marina Berlusconi, nell’ambito dell'inchiesta per riciclaggio riguardante l’acquisto dei diritti cinematografici da parte di Mediaset, per il cui reato è stato chiesto un supplemento d’indagine.

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E ORA IL “VELTRUSCONI” SHOW

STAMPA 28-10

Berlusconi e la sindrome della massaia

di Lietta Tornabuoni  

Era quasi divertente vedere Berlusconi, sommerso da un grappolo di segretari, guardie del corpo e leccapiedi, fare in Campidoglio il tour du propriétaire, controllare personalmente che tutto fosse in ordine per l'arrivo dei capi di Stato che venerdì firmeranno il trattato della Costituzione europea (ammesso che sopravvivano agli accidenti indirizzati loro dai romani incapaci di abituarsi all'occupazione della città). Spettacolo quasi divertente ma non nuovo: troppe volte s'è già visto il presidente del Consiglio, in occasione di cerimonie internazionali, fare preventivi sopralluoghi nei locali, chiedere il cambiamento delle colonne antiche o delle stoviglie, scegliere i fiori, ordinare i vini, spostare le luci.

Sindrome della massaia, del direttore d'albergo, della padrona di casa, del maggiordomo perfetto? Magari no. Dev'essere invece un eccesso di autostima e di mancanza di fiducia negli altri: la certezza così lombarda del «chi fa da sé fa per tre», la convinzione malriposta di essere il solo in grado di garantire il buon andamento delle cose e la perfezione kitsch dell'avvenimento, la sicurezza che ogni altro (pure i professionisti, gli specialisti, i cerimonieri o Franco Zeffirelli) al confronto sarà sempre pigro, approssimativo, eventualmente cialtrone. Dev'essere anche l'idea che la forma sia più importante della sostanza, che la bella accoglienza valga molto più dei motivi per cui gli ospiti vengono accolti, che lusso e grandiosità servano o bastino a moltiplicare l'importanza non soltanto delle persone ma anche dei Paesi in difficoltà.


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giovedì, ottobre 28, 2004

MEDITAZIONE - 27/10/04

CENTOMOVIMENTI NEWS 27-10

Libertà di stampa e corruzione

L'Italia di Berlusconi fanalino di coda

Pochi giorni fa il rapporto internazionale sulla trasparenza delle Istituzioni aveva descritto l'Italia come il Paese più colpito dalla piaga della corruzione tra le democrazie occidentali (ad eccezione della Grecia). Ora è la volta del rapporto sulla libertà di stampa stilato dalla organizzazione "reporters sans frontiéres".

Anche in questo caso la nostra Nazione non ci fa una gran bella figura, l'Italia di Berlusconi è il fanalino di coda tra gli Stati dell'Unione europea e del nord-America. In nostra compagnia, a contendersi un'imbarazzante trentanovesima posizione, solo la Spagna, mentre davanti al nostro Paese si possono trovare Nazioni martoriate da cinquant'anni di guerra permanente come Israele, o flagellate da un recente sanguinario conflitto come la Bosnia Erzegovina.

Ma non è tutto: non sono sono i giornalisti di Stati Uniti, Regno Unito e Francia a lavorare con più tranquillità dei nostri, anche in Sud-Africa, Benin, Lituania, Jamaica, El Salvador, Repubblica Domenicana, Costa Rica e Bulgaria l'informazione gode di una maggiore libertà al confronto di quanto avviane nello Stivale.

"Italia e Spagna sono i due Stati dell'Unione europea con le situazioni peggiori - si legge nel rapporto - in Italia il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi, primo ministro e allo stesso tempo proprietario di un impero dei media, continua a contrastare l'indipendenza degli operatori del settore".

Il rapporto pone poi l'accento anche sulle decisioni giudiziarie volte a violare la libertà di informazione, come le sentenze di condanna ai giornalisti e la violazione della segretezza delle fonti.

L'annuale rapporto di "Transparency International" boccia l'Italia, un Paese sempre più segnato dalla piaga della corruzione.

Quest'anno la prestigiosa organizzazione ha affibbiato alla nostra Nazione una valutazione decisamente insufficiente, in netto peggioramento rispetto ai rapporti precedenti. Berlusconi al potere non sembra dunque essere un buon deterrente per la trasparenza. Quest'anno, infatti, nel rapporto "Indice 2004" l'Italia si ferma al 42° posto (nel 2003 eravamo 35°), su un totale di 145 Stati analizzati.

La posizione in classifica è decisamente imbarazzante, soprattutto considerando che le cosiddette "Democrazie Occidentali" sono quasi tutte parecchie posizioni avanti a noi. Se si esclude la Grecia (49°), infatti, tutti gli altri paesi dell'Europa a quindici e le nazioni del nord America (Stati Uniti e Canada) ci distanziano in maniera netta. Non solo, davanti a noi ci sono Stati come il Botswana, gli Emirati Arabi Uniti, la Giordania, il Qatar, il Cile, il Bahrayn, la Tunisia, il Costarica e l'Oman.

Inoltre, è interessante notare che nel 2001, anno in cui Silvio Berlusconi conquistò Palazzo Chigi, il coefficiente dell'Italia era di 5.50, diventato poi 5.20 e 5.30 nel 2002 e 2003, per precipitare infine al 4,80 di quest'anno.

Parlando del nostro Paese, Transparency International ha chiesto a Roma di nominare al più presto l'Alto commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito nella pubblica amministrazione.

Questa figura è stata inserita nel nostro ordinamento tramite un voto parlamentare lo scorso 29 settembre, ma non è ancora stata designata la persona che dovrà ricoprire l'incarico.


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martedì, ottobre 26, 2004

MEDITAZIONE - 26/10/04

MANIFESTO

Quel brav'uomo di Predappio…

…e quello di Arcore

ALESSANDRO ROBECCHI

C'è la giornata del tartufo, c'è la sagra delle cozze, non poteva certo mancare la settimana della rivalutazione del Puzzone. Non essendo astuto come gli studenti del liceo Parini, non ho pensato di allagare lo studio di Porta a Porta, e così mi sono beccato in pieno il ripasso di storia del professor Vespa. Dunque, gran brav'uomo, il Puzzone. Amava i figli e la famiglia. Era una cara persona piuttosto liberal e soprattutto «rispettoso delle istituzioni». Gli storici presenti sono riusciti a non fare troppi danni e a non disturbare la ricostruzione dell'album di famiglia, figli e nipoti del Puzzone hanno reso la loro testimonianza. Nessuno ha ricordato a Romano Mussolini, jazzista, che nell'Italia di suo padre il jazz era vietato, in quanto degenerato e «da negri». Dettagli. Dominava il bianco e nero seppiato dei cinegiornali Luce, e abbondava la paccottiglia privata, le foto in famiglia, la serenità del personaggio, la burbera ma giusta natura del Puzzone privato. Gli strali (pochi) caduti su Vespa sono sacrosanti, ma come al solito lo sopravvalutano. La lezioncina di storia del prof, infatti, a tratti soavemente kitsch come un souvenir di Predappio, non faceva che applicare uno standard: scavare un po' nel passato, nel privato e nella nostalgia, per ridare smalto al personaggio. Il merito è orribile, ma il metodo è noto, addirittura banale.

E' davvero curiosa coincidenza che nella stessa settimana in cui andava in onda la rivalutazione del Puzzone altre foto d'antan - quei bei bianchi e neri contrastati e sgranati che l'elettronica ucciderà per sempre - siano comparse sulla stampa italiana. Un prestigioso settimanale di Berlusconi pubblicava infatti le foto del giovane Berlusconi. Un prestigioso quotidiano del fratello di Berlusconi puntualmente le riprendeva, commentandole con un tono che ai vecchi cinegiornali Luce sarebbe piaciuto molto. Silvio che mostra i bicipiti. Silvio che sfreccia in motoscafo, Silvio in posa da Maigret con la pipa (ma come dice la Aspesi, sembra una réclame del callifugo Ciccarelli).

Il bianco e nero suggerisce i bei tempi spensierati della gioventù, il Giornale fa il paragone con Marlon Brando, l'operazione simpatia tracima nell'etere, l'aneddotica si arricchisce di particolari e dettagli (la spiaggia greca, le gite a Portofino). Il Kim Il Sung della Brianza piazza un altro piccolo tassello della sua agiografia personale, punta sul privato, apre un'altra stanza del suo museo. Punta esattamente allo stesso effetto a cui puntava il professor Vespa: guardate il lato umano, sotto sotto è una brava persona. Del resto non è cosa nuova: l'agiografia della sua Claretta è in classifica tra i libri più venduti, tutti trepidiamo per i delicati cactus della villa sarda sanata con condono, si parla delle residenze private di Silvio come di sedi istituzionali. Si consacra l'uomo, il simbolo, si santificano i suoi luoghi, magari con qualche piccolo sacrilegio, come quando una prorompente modella legata a Piersilvio si fece fotografare desnuda nel parco della villa di Arcore, a pochi metri dal mausoleo di famiglia. Nemmeno ai tempi di D'Annunzio Villa Torlonia era stata il set di un porno, i tempi cambiano. Deve esserci un gran lavorìo dietro queste impennate di propaganda, una pattuglia di frenetici impiegati. Ritirare le foto sgradite, diffondere quelle autorizzate, riesumare ogni tanto qualche istantanea dell'album di famiglia, piazzarla sui giornali amici. Giocare con la tattica, ma anche con la strategia, attuare una terapia continua del mantenimento dell'immagine, ritoccare la pelata e per le rughe, se non basta il lifting, lavorare di photoshop. In questo caso, la rivalutazione del Puzzone è costante, lo segue passo passo, è - tanto per essere moderni - una rivalutazione "on demand". Si tranquillizzino i maestrini dalla penna rossa e gli storici terzisti: non c'è alcun paragone tra i puzzoni di un tempo e quelli di oggi, la storia non consente così rozzi automatismi. Il metodo, però, è sempre quello. Il boia di Treblinka che era tanto affettuoso con le sue bimbe, Hitler che amava tanto il suo cane, Kim Il Sung che faceva sorgere l'alba sui coreani con un cenno della mano e il proverbiale sorriso da pirla. I puzzoni vanno e vengono. Ma il metodo per santificarli, alla fine, è sempre lo stesso.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/24-Ottobre-2004/art8.html


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RESISTENZA - 26/10/04

REPUBBLICA on-line 26-10

Quanto pesano queste elezioni…

… nel silenzio fragoroso di Berlusconi

di MASSIMO GIANNINI

Sette a zero. Un "punteggio quasi tennistico". Un vero e proprio "cappotto". Si può ironizzare, sugli sfottò da bar sport che il centrosinistra ha usato per salutare la vittoria di tutti i suoi candidati alle elezioni suppletive di ieri. E forse esagera persino Romano Prodi, quando parla di un "risultato straordinario". Ma un fatto è certo: dal voto convocato per sostituire i deputati che hanno traslocato dal Parlamento di Roma a quello di Strasburgo emerge un altro, inequivocabile segnale del malessere profondo del centrodestra. Quei sette collegi, passati in blocco all'Ulivo, sono un'altra "piccola pietra" che si è sgretolata nella Casa delle Libertà.

E non convincono tutti quei polisti che - nel silenzio fragoroso dei leader e con la lodevole e onesta eccezione di Follini - si trincerano dietro "l'alto astensionismo che penalizza sempre i partiti dell'attuale maggioranza". È un alibi. Ed è miope.

Come se proprio la perdurante disaffezione degli elettori di centrodestra non fosse già di per sé la prova dell'insuccesso di un esperimento politico unificante, e insieme l'indizio del fallimento di un processo culturale identitario. Dopo dieci anni di "rivoluzione berlusconiana", e dopo tre anni di governo plebiscitario del Paese, bisognerà pure riflettere sul perché "il popolo del centrodestra" non si impegna e non si mobilita, se non nelle condizioni più estreme e più ideologiche ciclicamente e mediaticamente propiziate dal Cavaliere.

 Questo sette a zero non nasce, improvviso e inatteso, come Minerva dalla testa di Giove. È invece la conferma di una tendenza elettorale che dura ormai da tre anni, e di cui a questo punto conviene ripercorrere le tappe. Dopo il trionfo del 2001, la Casa delle Libertà ha cominciato a sbriciolarsi. Alle amministrative dell'anno successivo aveva ceduto al centrosinistra due province strategiche del Nord, come Verona e Monza. Nel 2003 aveva perso in sei capoluoghi di provincia, subendo la rovinosa disfatta alla regione Friuli Venezia Giulia e alla provincia di Roma. Quest'anno ha ceduto di misura alle elezioni europee, caratterizzate comunque dalla Caporetto di Forza Italia, scesa al 21% rispetto al 29,8% del 2001. Ma è crollata di schianto alle amministrative. Alle comunali il centrosinistra ha riconquistato Bologna e ha ripreso città-capoluogo come Bari, Foggia, Bergamo e Padova. Alle provinciali l'opposizione ha stravinto 52 a 11, scippando nove province-chiave alla maggioranza. Tra queste, la fortezza berlusconiana per eccellenza: Milano. Ora le suppletive rafforzano questa dinamica elettorale.

Dunque, dal 2002 un'onda lunga, calante per il centrodestra e crescente per il centrosinistra, attraversa obiettivamente e costantemente il Paese. Di nuovo: non cadrà il governo Berlusconi, per questo. Ma qualcosa vorrà pur dire.

È anche e soprattutto questione di competitività della proposta politica complessiva. È il segno che dietro a Berlusconi, catalizzatore unico delle rutilanti campagne elettorali del centrodestra di quest'ultimo decennio, non si è cementato un nuovo blocco sociale, determinante per la modernizzazione del Paese. È il segno che dentro al suo partito-azienda non si è forgiato un nuovo personale politico, trainante per tutta la coalizione. Il Cavaliere, in questi anni di governo, ha annegato le promesse sul "miracolo economico" dentro un rissoso e minaccioso "riformismo senza riforme". Si è illuso chi aspettava quelle sulla liberalizzazione dei mercati, sull'accesso alle professioni, sul Welfare. E mente chi considera tali quelle del lavoro, della Costituzione, della giustizia.

La Grande alleanza democratica deve focalizzare la sua strategia, se mai ne avrà una, con la definizione di un programma concreto, credibile e condiviso da tutte le forze dello schieramento. Nel loro piccolo, queste suppletive confermano che nella magnetizzazione dei consensi non premia tanto la "specializzazione" delle singole componenti dell'alleanza (il centro che prende i voti moderati, la sinistra che intercetta quelli radicali), quanto piuttosto e ancora una volta il valore aggiunto del suo profilo unitario. Per il centrosinistra non è davvero tempo di lucrare i successi propri, speculando sugli insuccessi altrui. Agli italiani delusi che hanno strappato quello di Berlusconi, Prodi deve ancora offrire un "contratto" alternativo.

(NdR – sintesi di un lunghissimo articolo)

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CITAZIONI

La sconfitta subita consegna almeno due insegnamenti ai leader del centrodestra. Il primo è che la musica è molto cambiata, e non è più il tempo in cui un candidato vale l’altro ed anche il medico personale di Umberto Bossi può esser messo in pista ed eletto nel tripudio popolare. Il secondo è che con un centrosinistra tornato (e da tempo) competitivo, o la Casa delle libertà è in campo politicamente unita e con tutti i suoi effettivi oppure la sconfitta è praticamente certa.

(Fabrizio Rondolino, Stampa 26-10)

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Si deve proprio essere rotto qualcosa, tra il Cavaliere e i suoi ex-elettori. Si deve essere rotto qualcosa se nella roccaforte di Milano vince quello che Roberto Gervasochiama «Roberto dalle bande rosse». Perché pochi altri sono stati coperti di ironie, invettive, disprezzo come Roberto Zaccaria. Premiato ieri dall'elezione alla Camera con otto punti di distacco sulla destra là dove Umberto Bossi aveva tre anni fa stracciato il candidato ulivista lasciandolo undici punti indietro. Dice Fabrizio Cicchitto, un po' annoiato, che «il risultato non ha un significato politico generale sia per il numero limitato di collegi coinvolti, sia per la bassa partecipazione al voto». Che sarà mai una sconfitta per 0-7? Auguri. Ma sottovalutare certi segnali, generalmente, non porta benissimo.

(Gian Antonio Stella, Corsera 26-10)

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Nulla di fatto al termine del vertice di maggioranza sul taglio delle tasse. «Sarà necessario rivedersi per lavorare ancora», afferma il leghista Roberto Calderoli. I conti non tornano: manca l'accordo sulle cifre della manovra. I conti della sconfitta elettorale pesano sulle promesse fiscali rilanciate dal premier alla vigilia del voto. Praticamente accantonato l'emendamento di Forza Italia sulle tre aliquote.

(L’Unità, sommario di I pag. 26-10)

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L’UNITA’ on-line 26-10

EDITORIALE

Le buone ragioni

di Furio Colombo

 Berlusconi va e viene e fa bagni di folla da Napoli a Milano. Pensa ancora che la sua presenza sia taumaturgica, che il lasciarsi toccare dalla gente possa compiere il miracolo. Il miracolo non si compie. La gente non cambia idea. O meglio, la cambia in silenzio. Chi si è reso conto dell’errore del 2001 non è andato a votare. Chi va a votare mette nell’urna la scelta del centro-sinistra.

Ci troviamo dunque - nel giorno di questa bella vittoria che nega e cancella mesi di Tg 1 e di editoriali specializzati nel sostegno della destra (9 su 10 quasi tutti i giorni) apparsi sui giornali di regime e sui giornali intimiditi o affiliati - di fronte ad alcuni fatti che vale la pena di esaminare.

Il primo è la fine della magia di Berlusconi. Naturalmente era un fenomeno indotto da ondate di false promesse, un gioco ingannevole e perverso nato negli studi televisivi della Rai con la complicità di giornalisti servizievoli. Servizievoli al punto da fornire finti mobili presidenziali e cavalletti muniti di carte d’Italia da ricalcare per mostrare i progetti delle grandi opere. I giornalisti di quel tipo non hanno smesso di essere servizievoli. Perché il gioco non funziona più? Una ragione è che l’Italia di Berlusconi va troppo male e non basta il blocco delle comunicazioni a impedire che i cittadini lo sappiano. Lo sanno ogni giorno. Quando lavorano, e quando spendono quello che riescono a guadagnare.

La seconda ragione è certo lo stile della campagna elettorale condotta dal centro-sinistra. Sapendo di non poter contare né sulle sue Tv né sui giornali (penso a Zaccaria a Milano) i candidati si sono impegnati in una campagna di strada, di incontri, di piccoli e grandi gruppi, dalle discoteche alle scuole, dalle parrocchie ai negozi.

In un mondo berlusconiano di personaggi inventati e di scenografie finte, da Pratica di Mare al “Grande fratello”, dall’”Isola dei famosi” agli “azzurri nel mondo” che riuniti a Lugano ascoltano Berlusconi per telefono, il contatto fisico con persone vere trasforma di nuovo gli spettatori in cittadini, restituisce dignità e diritti ad un Paese assediato dai monologhi di un leader immobile, fatuo, pericoloso.

La terza ragione è probabilmente un desiderio di liberazione dal cerchio di cattiveria volgare in cui si è sentita stretta l’Italia, fra i “culattoni” di Tremaglia e il tentato linciaggio delle due pacifiste, tra l’omicidio sbeffeggiato di Enzo Baldoni e l’obbligo del tricolore per chi odora di An (con aggressioni ai giudici, non importa se di destra, che si permettono di fare domande). A questa cattiveria si aggiunge quella del ministro della Giustizia Castelli che chiama “impedimento” ciò che l’opposizione annuncia in Parlamento contro il suo progetto di distruzione della Giustizia, quella del sindaco di Treviso che vuole proibire, nei giorni del Ramadan, che i credenti musulmani (che lavorano legalmente e con beneficio di tante imprese della regione) possano pregare, quella di Calderoli che assicura che bisogna passare sul suo cadavere prima di dare a un naufrago la possibilità e le ragioni di chiedere asilo politico. Forse, inavvertitamente (data la natura di alcuni suoi componenti) il centro-destra ha passato il limite di cattiveria tollerabile persino per chi non fa troppo caso alle sfumature.

Una quarta ragione è certo stata la tenacia con cui il centro-sinistra - in Parlamento - ha reagito a tanti messaggi e stimoli, anche in buona fede, a “fare insieme” almeno un frammento di legge con una maggioranza di destra ormai segnata a dito in tutta Europa. È una destra che a differenza della Thatcher incoraggia l’illegalità o invita a conviverci. Una destra, che a differenza di Chirac o dei tedeschi, onora e rimpiange Mussolini, una destra che, a differenza di Le Pen, che sta ai margini della vita politica del suo Paese, qui controlla Giustizia, Lavoro e Riforme. Tenersi lontani, opporsi, mostrarlo e dirlo con fermezza ha immensamente giovato.

Una quinta ragione è stato il modo in cui i candidati del centro-sinistra hanno attirato gli elettori indecisi. Come? Primo, si sono presentate persone per bene, con una vita, una professione, un passato. Secondo, non hanno fatto finta, per gentilezza, di non sapere che l’Italia di Berlusconi è un disastro. Lo hanno riconosciuto e dimostrato con chiarezza. Terzo, nel vuoto di tetra bonaccia di questo governo hanno avuto buon gioco a dire, senza bisogno di finti tavoli in mogano tipo Porta a porta ciò che intendono fare se eletti. Quarto si sono comportati da persone normali, senza finte promesse, finte glorie, finti risultati e senza accusare nessuno di essere terrorista soltanto perché la pensa in un altro modo. Forse più di tutto, il comportamento da persone normali, nel mondo stralunato di Gasparri, Bondi, Schifani, Calderoli, Castelli, ha pagato. Quanto al medico di Bossi, è certo un buon sanitario e una brava persona. Ma lui lo sa che è stato messo lì, nel collegio abbandonato di Bossi, come il cavallo di Caligola.

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IL RIFORMISTA 26-10

Corsivo

Un premio a chi indovina il dettato di Bondi

Em.ma

Sul “Giornale” una corrispondenza di Fabrizio De Feo da Roma racconta il meeting degli “Azzurri del mondo”, che si svolgeva a Zurigo. Oggi tutto è possibile. Così abbiamo appreso che «i simpatizzanti dell’associazione azzurra sono tra i cinquemila e i diecimila». E perché no tra i cinquemila e i centomila? Come si fa a contare i simpatizzanti? Tanto più che il presidente dell’associazione è Berlusconi. Questa è veramente una notizia. Però a Zurigo, con i delegati venuti da tutto il mondo, Silvio non c’era: è stato quattro ore e mezza dal dentista. C’era Sandro Bondi. Il quale, ci informa De Feo da Roma, ha «condito tutto con un attacco alla comunicazione destinata agli italiani all’estero». E oggi chiarisce: «Tra Fi e azzurri all’estero la comunicazione deve avvenire attraverso Rai-International» (proprietà acquisita dal Cavaliere). Ma - dice Bondi - «Rai-International è nelle mani della sinistra». Infatti il direttore è uno di An, Massimo Magliaro. De Feo infine ci fa sapere che «il coordinatore azzurro detta (cazzo! Ndr) alcuni giudizi politici sulla sinistra». Il “Riformista” potrebbe dare un premio a chi indovina il dettato di Bondi. Fine del meeting azzurro di Lugano.

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ESPRESSO on-line 26-10

Buttiglione paga il conto di Berlusconi

Enzo Biagi

Non escludo che ci sia chi ce l'ha anche con l'Italia. Perfino Dante, che pure era di queste parti: "Ah serva Italia di dolore ostello".

L'ultimo caso di ostilità, o se volete, di intolleranza: la Commissione giustizia, libertà pubbliche e sicurezza ha bocciato la nomina dell'onorevole Rocco Buttiglione a commissario europeo. Oggi però informano che il presidente della Commissione Barroso conferma la 'fiducia' al professore che ha dato dell'incidente, come è ovvio e legittimo, la sua interpretazione: "Bocciato da una lobby" che ce l'avrebbe con Berlusconi. "Ma sono dei bischeri", direbbe Montanelli, che purtroppo ci manca, "a prendersela con Rocco".

Certo, soltanto degli sprovveduti, o dei piccoli opportunisti della piccola politica, possono aver pensato di sostituire Mario Monti col professore di Gallipoli che ha dovuto subire l'umiliazione di un diniego. Ma perché affrontare queste avventure, come se si trattasse dei soliti giochetti nazionali, per sistemare gli amici rischiando poi una figuraccia con uno che, legittimamente, in nome delle sue convinzioni religiose, definisce l'omosessualità "un peccato e un disordine morale". Riflessione personale: ma André Gide non era un grande personaggio e un incancellabile capitolo della cultura, indipendentemente da certi aspetti biografici?

Rocco Buttiglione paga anche conti non suoi: dal litigio di Berlusconi con Schulz all'ostilità di una certa sinistra europea per il suo governo. 


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lunedì, ottobre 25, 2004

MEDITAZIONE - 25/10/04

ESPRESSO on-line

Il decoder costituzionale

Basta collegare l'apparecchio alla tv per accedere ai nuovi servizi messi a disposizione dallo Stato federale, spiegati in modo semplice ed efficace dal simpatico pupazzo Calderoli

Michele Serra

 Anche le Regioni italiane che non ne hanno ancora fatto richiesta potranno usufruire del kit 'Devolution' scrivendo al ministero delle Riforme. Riceveranno in pochi giorni, con pagamento fermo-posta, il nuovo decoder costituzionale, che prende il posto della vecchia schedula cartacea (Costituzione Italiana) ormai inutilizzabile. Collegando il decoder a un normale televisore, sarà possibile accedere a tutti i nuovissimi servizi messi a disposizione dallo Stato federale, spiegati in modo semplice ed efficace dal simpatico pupazzo Calderoli, mascotte dell'operazione, adorato dai bambini per gli occhi a palla, i capelli tinti, la fronte bassa, il prognatismo, il ventre pendulo e gli shorts. Ma vediamo le principali novità istituzionali sul mercato.

1 - Esercito. Rimarrà sotto il controllo dello Stato, ma sarà sensibilmente ridotto. In pratica, rimarrà in servizio solo un battaglione di archibugieri in uniforme d'epoca (la stessa usata nella battaglia di Solferino). Le sue funzioni saranno limitate ai picchetti aeroportuali in occasione delle visite di capi di Stato esteri. Per le restanti esigenze, la Difesa sarà affidata agli Eserciti Federali, che saranno dislocati lungo le frontiere di ogni regione e dotati di armamenti nucleari. Disponibili anche Guarnigioni Municipali, formate da soldati di ventura arruolabili ogni anno negli stessi saloni dove si tiene il calcio-mercato. Molto attive, a giudicare dai primi scambi, Pisa e Livorno. Indotto: il mercato delle uniformi va a mille. Opposizione: è divisa sull'adozione dell'elmetto con pennacchio o senza pennacchio per le milizie tosco-romagnole.

2 - Polizia. Le Polizie locali, più direttamente a contatto con il territorio, prenderanno il posto della vecchia Polizia di Stato. Questo renderà molto più diretto e cordiale il rapporto tra popolazione e forze dell'ordine: a Corleone, per esempio, agiranno solo agenti corleonesi, reclutati tra i Badalamenti e i Liggio. E nelle valli alpine la figura del poliziotto meridionale, che si esprime in maniera incomprensibile, sarà finalmente rimpiazzata da ex bracconieri, spalloni a riposo, distillatori di grappa e coristi di yodel. Da uno studio preventivo risulta che, grazie all'introduzione delle polizie locali, i reati diminuiranno del 93 per cento, nel senso che saranno gli stessi poliziotti, in combutta con parenti e compaesani, a commetterli e/o a non denunciarli. Opposizione: è divisa sul numero di squilli di tromba prima delle cariche contro gli scioperanti. Ne bastano due o sarebbe meglio tre?

3 - Scuola. Come ha spiegato il governo, rassicurando i perplessi, "il programma scolastico rimarrà identico da Pantelleria a Bressanone". Per tutte le altre zone, escluse Pantelleria e Bressanone, il programma sarà invece deciso dalle autorità locali. Secondo un'emendamento migliorativo proposto dal Comitato Razza, Patria, Morte, Dio e Sacramento (una componente moderata della Lega), le Regioni possono anche adottare il programma ministeriale, ma in cambio potranno scegliere gli alunni sulla base delle caratteristiche somatiche più consone al decoro scolastico e alle tradizioni locali.

4 - Economia. Rimane compito e privilegio della Zecca di Stato battere moneta. Le banconote, invece, saranno emesse da ogni singola Regione, incrementando una leale competizione tra valute regionali, come il Tallero altoatesino, la Pilla emiliana e lo Sciacchiaballacchia calabrese. Bankitalia diventerà federale, suddividendosi in Bankabruzzi, Banktrentino, Banksardegna eccetera. Il governatore rimarrà uno solo, ma in ciascuno dei 20 capoluoghi regionali dovrà sposare una governatrice locale che gli tiene casa e lo informa ogni settimana sull'andamento del mercato rionale.

5 - Rifiuti. Per correggere un'eventuale eccesso autonomista nelle altre riforme, la raccolta differenziata di tutte le città italiane sarà convogliata a Roma. Chi non potesse portare personalmente il sacchetto dei rifiuti nei cassonetti di Roma potrà spedirlo, con le spese postali a carico del Campidoglio.


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RESISTENZA - 25/10/04

REPUBBLICA on-line 25-10

L'Ulivo batte il Polo 7-0

La Cdl perde il seggio di Bossi

 ROMA - "Saranno un segnale per il governo", aveva detto Silvio Berlusconi alla vigilia del voto. E ora Piero Fassino può ben dire al premier che "quel segnale è arrivato", e che la Casa delle libertà "ha da rifletterci sopra". Le elezioni suppletive sono finite in un "cappotto" per la coalizione di governo. E in una schiacciante vittoria, sette seggi a zero, dell'Ulivo. Che si conferma nei due collegi toscani e in quelli di Emilia e Puglia. Ma sorpassa il centrodestra a Milano, Genova e Napoli e può esultare per il primo ottimo risultato della Gad (Grande alleanza democratica).

Si votava in sette sole circoscrizioni, e l'affluenza, come prevedibile, è stata bassa: il 40,2%. Ma l'appuntamento con il voto per più di settecentomila elettori era comunque un minitest significativo sul piano politico.

Basti pensare al significato simbolico che ha per il centrosinistra l'aver strappato al Polo il collegio che fu, nel 2001, di Umberto Bossi. L'ex presidente della Rai Roberto Zaccaria è stato eletto con il 51,4% dei voti, staccando il suo rivale, il medico leghista Luciano Bresciani, che si è fermato al 43,5%.

Quella di Milano, in un collegio considerato "sicuro" dalla Cdl, era una sfida incerta, e difficile per il centrosinistra. Come del resto quella di Napoli-Ischia, dove l'ex segretario Sergio D'Antoni ha ribaltato l'esito del 2001 e ha vinto con il 41,45% dei consensi, contro il 38,30 di Amedeo Laboccetta sostenuto dal Polo. Il collegio era quello lasciato libero da Alessandra Mussolini.

 Più prevedibile, anche per le dispersione dei voti di centrodestra su più candidati, il sorpasso in Liguria, nel collegio di Genova Nervi. Stefano Zara ha ottenuto il 54,64% dei voti, mentre Roberto Suriani della Casa delle libertà si è fermato al 31, 94%. Anche questo, comunque, è sempre stato un collegio "blindato" per il centrodestra che lo perde per la prima volta.

Per il resto, solo conferme. Schiacciante quella in Toscana, dove nel Mugello e Scandicci l'Ulivo ha stravinto con percentuali "bulgare". Nel primo caso

Severino Galante ha ottenuto il 81,5% dei voti, contro il 18,5% di Enrico Simone Gnaga; nel secondo Antonello Giacomelli ha conquistato l'83.2% delle preferenze, e il candidato della Cdl Giuseppe Calderisi solo il 16,8%.

Nettissima la vittoria anche in Emilia, nel collegio di Fidenza-Parma, dove Massimo Tedeschi - segretario provinciale dei Ds - ha sfiorato il 60 per cento (59,96) contro Luigi Villani di Forza Italia, che ha ottenuto il 40% delle preferenze. Nel 2001 aveva vinto l'ex ministro della Quercia Pierluigi Bersani.

Infine, il collegio di Gallipoli, "orfano" di Massimo D'Alema. L'Ulivo ha vinto, nettamente, anche senza l'ex premier, facendo confluire quasi il 60% dei voti (quando mancano ancora poche sezioni è al 59,8%) su Lorenzo Ria. Staccatissimo lo sfidante del Polo Vincenzo Barba.

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Il centrodestra minimizza

"Una sconfitta senza significato"

ROMA - Parola d'ordine, minimizzare. Sminuire il valore del voto, mettere la sordina alle ricadute. Davanti al cappotto elettorale delle suppletive, il centrodestra fa quadrato. "Il risultato non ha alcun valore politico" taglia corto il ministro di An, Gianni Alemanno. "Non c'è nessun significato generale" rincara il forzista Fabrizio Cicchitto. "E' una sconfitta. Non un cataclisma. Ma le cose vanno chiamate con il loro nome. Non servono giri di parole" argomenta il segretario dell'Udc, Marco Follini. Per il leghista Alessandro Cè occorre "riflettere su questo dato ma non era facile sostituire Bossi in una piazza che non rappresenta una roccaforte per la Casa delle Libertà".

Minimizzare dunque, puntando l'indice sulla bassa affluenza, sulla "dura legge delle suppletive, che hanno percentuali di affluenza molto basse e a cui l'elettorato di centrodestra risponde meno di quello di centrosinistra" spiega Alemanno.

Concedere, al massimo, come fa Ignazio La Russa di An, la possibilità che la sconfitta sia "un campanello d'allarme di un trend non positivo". Certo La Russa parla di "cappotto", ma sfrutta la sconfitta per lanciare l'invito verso una Casa delle libertà più "coesa".

Il ministro forzista Antonio Marzano sposta, invece, l'attenzione sugli elettori. Sono loro, commenta, "che non hanno ancora percepito i vantaggi delle riforme che ha fatto questo governo". Spera nel futuro Marzano, come La Russa che rilancia la sfida al centrosinistra "alle regionali del 2005". Allora, giura la Casa delle Libertà, tutto sarà diverso.

 E non come oggi che, per usare le parole di Cicchitto, per il caso di Milano, è stato "determinante" l'assenteismo, il collegio di Napoli-Ischia è 'figlio' di "una divisione decisiva" all'interno della Casa delle libertà, mentre per le regioni Emilia e Toscana i risultati erano "scontati". Parole che però non possono nascondere la seconda sconfitta consecutiva del centrodestra dopo le amministrative di quest'anno. Allora l'opposizione conquistò 14 amministrazioni provinciali contro 8 della maggioranza. E si assicurò l'amministrazione di molti comuni, strappando Bologna al centrodestra.

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L’UNITA’ on-line 25-10

Fassino: «Non basta promettere la riduzione delle tasse»

Il centrosinistra stravince nei sette collegi coinvolti nelle elezioni suppletive - Le reazioni del mondo politico

Massimo D'Alema, per tre volte eletto nel seggio di Gallipoli, esprime particolare soddisfazione per la riconferma del centrosinistra nella località salentina, e aggiunge: «Si profila un 7 a 0, molto bene. Si conferma la tendenza che il centro sinistra c'è nel Paese. Berlusconi dice sempre di essere in rimonta, ma è una cosa che ormai dice solo a se stesso perchè per gli italiani non ha alcun riscontro. I più incerti- sottolinea il presidente ds- sono i dati di Milano e Ischia. Lì partiamo da dati per noi proibitivi e, se dovessimo vincere, sarebbe un risultato inatteso e veramente clamoroso». Ora, per D'Alema «bisogna confermare questa tendenza e rafforzare il progetto di governo che stiamo costruendo intorno a Romano Prodi».

Soddisfazione anche dal segretario dei ds, Piero Fassino «È l'ennesima conferma - dice - di quanto sia cambiato il giudizio degli italiani che dal 2002 a oggi, ogni volta che si è andati al voto amministrativo, europeo e politico hanno espresso in modo chiaro la loro contrarietà alla politica del centro destra e hanno scelto il centrosinistra». Il leader della Quercia invita il centrodestra ad una profonda riflessione. «Non basta davvero promettere la riduzione delle tasse per recuperare credibilità e fiducia. Lo stesso Berlusconi aveva dichiarato a Napoli che questo voto sarebbe stato "un segnale del consenso all'operato del governo". Adesso - conclude Fassino - il segnale è arrivato».

Da Napoli arrivano le dichiarazioni del segretario provinciale Ds, Diego Bellazzi: «Abbiamo reso un servizio a Berlusconi. Il premier è venuto a Napoli e Ischia per chiedere un segnale per la politica meridionale del governo e noi lo abbiamo dato. Nonostante alcuni incontri -ha proseguito Belliazzi riferendosi al confronto che lo stesso Berlusconi ha avuto con alcuni disoccupati napoletani- che qualcuno in modo maldestro gli ha consigliato di tenere, da Napoli e da Ischia è arrivata una risposta democratica».

Anche per il verde Paolo Cento si tratta di «un risultato clamoroso: un vero ko per Berlusconi, e non è che l'inizio!». Il coordinatore dei Verdi nota come anche nei collegi storicamente di destra (come Napoli e Milano) abbia vinto l'opposizione. « È finita l'illusione, si è rotto l'incantesimo tra gli italiani e la Cdl». I complimenti per il buon esordio della Gad anche da Alfonso Pecoraro Scanio, presidente dei Verdi che ora chiede che «la Cdl blocchi lo sfascio della Costituzione e la disastrosa finanziaria».

Milano esulta per la vittoria dell'opposizione: «L'inversione di tendenza della città di Milano - ha detto il presidente della Provincia Filippo Penati - c'era già stata alle elezioni provinciali. Il centrosinistra anche in queste elezioni suppletive è stato capace di intercettare la fase calante della Casa delle Libertà». La seconda conqusta del centrosinistra dopo la poltrona alla Provincia dimostra, secondo Penati che «la Casa delle Libertà sta estinguendo il credito di fiducia anche nella città di Milano».

Cesare Salvi, ds vicepresidente del Senato, festeggia lo «splendido risultato», ma mette in guardia il centrosinistra: «Non bisogna sedersi sugli allori. L'astensionismo è stato fortissimo e la partita è ancora da giocare. Ma la vittoria c'è stata -conclude Salvi- e ci deve dare lo slancio per proseguire parlando alla gente dei loro problemi, e non dei nostri».

Con qualche momento di ritardo rispetto alla pubblicazione dei risultati, arrivano anche i commenti del centrodestra. Ignazio La Russa ammette che «non si può sottovalutare il campanello d'allarme di un trend non positivo». Anche il segretario dell'Udc, Marco Follini non usa giri di parole, anche se afferma «è una sconfitta, non un cataclisma». Forza Italia e Lega paiono le più restie a fare ammenda. Il risultato delle suppletive arriva a pochi giorni dall'approvazione al Senato delle Riforme del ministro Calderoli e subito dopo le rinnovate promesse di Berlusconi sulla riduzione delle tasse. Secondo il ministro per le Attività Produttive Antonio Marzano la riconquista dell'elettorato della Cdl è solo questione di tempo e spiega così la sconfitta elettorale: «Gli elettori non hanno ancora percepito i vantaggi delle riforme che ha fatto questo governo. Ogni consultazione elettorale a benefici non ancora percepiti può dare indicazioni come quella di oggi». Tra le critiche interne alla Cdl, spunta quella del vicepresidente di Forza Italia alla Camera, Alfredo Biondi, che redarguisce i forzitalioti: «Credo che l'epoca dei grandi proclami sia finita ora occorre che ministri, sottosegretari, dignitari ed anche soggetti politicamente ed istituzionalmente meno rilevanti ricomincino a girare per i collegi invece che andare a tagliare i nastri perché c'è la televisione».

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IL RIFORMISTA 25-10

Corsivo

Povero Berlusconi vittima dei media

Em.ma

Le cose in Italia stanno andando piuttosto bene e promettono di farlo nel futuro nonostante un orizzonte tempestoso a causa del prezzo del petrolio e del possibile crollo temporaneo del dollaro. Così recita un editoriale del “Giornale” firmato dal professor Carlo Pelanda. Il quale avverte che «l’indice di fiducia sta risalendo da cinque mesi». Non solo: «l’Italia è il solo paese dell’eurozona che “ridurrà le tasse” e quindi potranno aumentare gli investimenti esteri». Ma c’è un ma. A rovinare tutto è il  “circuito della comunicazione”. Giornali e televisioni vogliono rovinare l’Italia che cresce. Tutte le tv, sia di proprietà, sia controllate dal Cavaliere; tutti i giornali, forse anche quello di famiglia. E’ un complotto che il professore smaschera: «da un lato c’è Berlusconi e la gran parte della classe media, dall’altro il popolo della sinistra alleato delle élite del vecchio sistema. Le seconde possiedono banche e giornali messe al servizio di un opposizione di sinistra che ha la massima priorità di impedire a Berlusconi il vantaggio della profezia ottimistica e per questo bombardano il pubblico con messaggi, analisi e idee pessimistiche».

Povero Cavaliere, profeta disarmato.


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domenica, ottobre 24, 2004

MEDITAZIONE - 24/10/04

MANIFESTO 23-10

Fede d'assalto

Proponiamo alle sinistre italiane qualche fondamento non solo materiale per un suo programma

Vogliamo finirla di stare in ginocchio e provarci?

ROSSANA ROSSANDA

«Votate Gesù, vostro salvatore e signore, è un buon investimento», recita un cartellone all'ingresso di una cittadina dell'Alabama. E si moltiplicano negli Usa, specie nel Middle West e negli stati del Sud, sfilate di fondamentalisti cristiani che esigono l'iscrizione dei dieci comandamenti sui palazzi di Giustizia o si incatenano in giacca e cravatta sui gradini dei giudici che vi si oppongono. Teleprediche e cortei contro l'aborto, i gay, il matrimonio fra i gay e financo i jeans a vita bassa, in un empito di puritanesimo che agguanta la bibbia e la agita come Alfa e Omega di quel che deve essere la vita pubblica. Alcune immagini ricordano perfino gli arcaici rituali sui quali indagava Ernesto De Martino. Ma non sono forme arcaiche affatto. Sono l'approdo della post-post modernità. Negli Usa dio non è mai mancato corre perfino su ogni dollaro, ma l'era di George W. Bush - salvato dalla scapestrataggine, racconta lui stesso, dall'incontro a 40 anni con Gesù Cristo - ha enfatizzato l'utilizzo politico della fede. Anzi la totale confusione fra scelte pubbliche, interne e internazionali e religiosità. Il terreno c'era se è vero che nel 2001 su 208 milioni di statunitensi adulti, 51 milioni si dichiaravano cattolici e oltre 70 milioni protestanti di varie chiese, fra le quali quella tradizionale e più mite era in calo rispetto al crescere dei cosiddetti «evangelici», soprattutto battisti, ma anche pentecostali, cui vanno aggiunti i testimoni di Geova, i mormoni, gli avventisti e chiese minori. Se si considera che professano di essere praticanti quasi 3 milioni di ebrei, e un po' più di un milione di musulmani e 1 di buddisti, bisogna ammettere che pochi stati al mondo conoscono un così intenso pullulare di chiese e che è in esse che avviene il massimo della partecipazione dei cittadini e della formazione di un pensiero anche politico militante. Questo forse spiega perché il duello delle presidenziali si basi, più che su un coinvolgimento sul che cosa e come fare, sulle battute mediaticamente più efficaci o emozionali. La democrazia è diventata una ben strana cosa, e qualche rilettura di Offe e anche di Luhmann sulle società complesse, un tempo portati alle stelle, sarebbe utile.

Non colpisce infatti che i neocons si fondino sulle più integraliste di queste fedi, ma che questa sia diventata la trama del discorso politico. E' vero che la confusione sta già in quella che gli americani chiamano «religione civile» e su cui tutti, non credenti inclusi, giurano: essa appoggia sul culto per i padri fondatori, sul primato della fede e della preghiera, sulla certezza nell'America perché dio la benedice, sul ruolo messianico che ne deriva, il tutto coronato dal più rigido individualismo. Noam Chomsky ci ha recentemente detto che no, che il popolo americano è mite e pacifico, non si sente superiore agli altri e volentieri si sottoporrebbe al Tribunale Penale Internazionale, ma forse - questi dati alla mano - sarebbe meglio cessare di credere alle masse innocenti deviate da dirigenti pessimi.

E anche all'innocenza dell'offensiva religiosa che oggi si offre come unica portatrice di senso a un mondo senza cuore. Essa è partita anche in Europa: davanti alla inaspettata risolutezza con la quale il governo Zapatero sta mettendo fine alla millenaria ingerenza della chiesa in Spagna, il Vaticano prima si è infuriato, poi è passato all'attacco. Dunque non bastava la pervasiva rete para ecclesiastica dell'Opus Dei, creata proprio a Barcellona e che aveva infiltrato persino la presidenza del Fondo monetario internazionale nella persona di Michel Camdessus. La proposta di un notorio integralista come Buttiglione, a capo di uno dei dicasteri politicamente più delicati della Commissione europea non è stata casuale: con lui si sono congratulati Giovanni Paolo II e il cardinal Ruini. E certo non si attendevano la reazione del Parlamento europeo che per la prima volta ha alzato la voce.

Non è accidentale la vasta attività epistolare del cardinale Ratzinger che dopo essersi diffuso sul genio femminile che consiste nel rimanere le donne quel che sono sempre state, adesso sta vergando un ampio catechismo non più per i fedeli - quello era stato aggiornato qualche anno fa - ma per l'azione politica in genere, nel quale ribaltando abilmente il «Non expedict», il Vaticano stabilisce quel che parlamenti, stati e governi possono o non possono, debbono o non debbono fare al di fuori delle leggi finanziarie, la Chiesa ponendosi come detentrice delle verità morali e delle regole di vita ultime e prime. Non era successo neanche quando la Democrazia cristiana ha rasentato in Italia il 40% dei voti. Perché succede ora? Perché il mutare dei costumi e delle culture sarebbe così intriso della razionalità illuminista che la povera chiesa cattolica, come piange Buttiglione, si sente discriminata e in pericolo? Al contrario. Avviene perché un'etica pubblica e laica non è mai stata debole come ora, pareva che la caduta del muro di Berlino le desse mille argomenti e concedesse anche alla sinistra una espansione piena. Invece sembra che non sappia più che cosa dire, dove attaccarsi, si ritira, si scusa, balbetta. Non è certo lei a chiamare centinaia di migliaia di giovani in cerca di senso, sono Comunione e Liberazione e l'Azione politica. Non c'è più una posizione politica aconfessionale sulla donna, la famiglia, la sessualità, l'embrione, sui quali impazzano solo i patriarcati ecclesiastici e profani. Sono soltanto i radicali che osano prendere la parola, bisogna riconoscerglielo. Gli altri se la cavano con una alzata di spalle, nei Parlamenti ognuno voti secondo le proprie coscienze, perché la sinistra di sue coscienze specifiche non ne ha. Anzi, riconosce quella del papa come la sola autorità morale dei nostri tempi. Un importante gruppo di femministe ha trovato magnifica la lettera di Ratzinger. Gli ex comunisti si sono commossi della generosità con la quale Wojtila li ha distinti dai nazisti: siamo stati un male necessario, grazie grazie.

Lasciamo perdere l'assai discutibile questione del «male necessario» - necessario a chi, a che cosa? Permesso da dio? A quale misterioso scopo? - che dal libro di Giobbe ad Aushwitz ha fatto scorrere fiumi di inchiostro teologico e letterario. Sembra che ne abbiamo contezza soltanto Filippo Gentiloni da noi e Mario Pirani su Repubblica. Limitiamoci a osservare come l'etica laica, ammesso che ci sia, in merito non ha avuto niente da dire. Ma con questo finisce anche di offrire una sponda alle parti più progressive del cristianesimo e dell'ebraismo. La sponda i laici la stanno offrendo alle destre religiose, vedi il Giordano Bruno Guerri e il Ferrara su La 7. Si intendono meglio.

E pazienza se fossero in ginocchio soltanto i leader, tutti intenti a «far politica». Stanno diventando pensosamente pii anche i più degli e delle intellettuali. Hanno scoperto di colpo che la laicità non possiede gli abissi sapienzali delle religioni rivelate e forse neanche altrettanta conoscenza delle pieghe dell'animo umano. E' vero. Ma non l'ha mai preteso. Non è una filosofia, è - era - la persuasione che le regole dell'umana convivenza sono terrestri e devono basarsi sull'assioma che ogni essere umano è libero e deve avere ugualissimo potere di decisione su di sé e sugli altri. Questa e non altra è la «égalité en droits». Principio semplice ma molto difficile da praticare, che fra l'altro è il solo cardine su cui basare il rifiuto della guerra. Sarebbe anche il vero legame fra cristianesimo e modernità. Non chiesa e modernità, perché nessuna chiesa lo ha mai fatto suo preferendo benedire le guerre «giuste» - non se ne è salvato neanche Giovanni Paolo II per la guerra jugoslava - e difendere le gerarchie della famiglia e degli altri ordini costituiti. Senza quel principio non c'è infatti grande differenza fra le crociate dei cristiani e quelle dell'Islam che si fanno da reciproco specchio.

Al fondo dell'attuale crisi della politica c'è questa «afasia morale» ogni tanto a quelli come me - siamo rimasti in quattro gatti - che chiedono alla sinistra di darsi una botta di risveglio e dire quale idea di società propone, arriva il rimprovero o il sospetto di volere «come sempre», pane, olio, sale e salario per i poveri. Ignorando da volgari economicisti come siamo sempre stati il bisogno di spiritualità, simboli e senso che invece le chiese capiscono così bene. Non resta ai quattro gatti che mettersi le mani nei capelli. Intanto per dire che per definire la sinistra come essenzialmente economicista, bisogna aver letto pochi libri e aver dimenticato anche quelli. In secondo luogo tentare di avanzare un patto: proponiamo alle sinistre italiane qualche fondamento non solo materiale per un suo programma. Per noi il primo è quel principio dell'etica laica che dicevo e che è anche il nucleo della democrazia non formale, il filo dal quale si sono dipanati speranze e sconfitte del Novecento e che questo inizio stupido e crudele del ventunesimo secolo ha perduto. Vogliamo finirla di stare in ginocchio e provarci?

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CITAZIONI

La guerra militare contro il terrore è fatta dai neoconservatori per esportare un bene - la democrazia - che il Capo di Stato Usa considera «donato direttamente agli uomini da Dio», tramite il suo braccio secolare che è l'America.

Questo è il clima in cui bisogna collocare la vicenda Buttiglione.

Il premier turco Erdogan che avesse detto parole somiglianti a quelle di Buttiglione non sarebbe giudicato idoneo, allo stato attuale, a entrare nell'Unione europea.

Avendo riversato le sue convinzioni sull'omosessualità in una pratica politica, Buttiglione è stato valutato in chiave politica.

Non si può fare a meno di ricordare che gli omosessuali, accanto a ebrei e zingari, erano considerati dal nazifascismo alla stregua di genia suscettibile di infettare la pura e prolifica razza ariana, e dunque da eliminare.

Lo stesso articolo di fede sugli omosessuali andrà rivisto così come son stati corretti alla luce dei crimini passati il pregiudizio anti-giudaico, le crociate, le conversioni forzate, la schiavitù dei negri.

(Barbara Spinelli, Stampa 24-10)


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