mercoledì, giugno 30, 2004

MEDITAZIONE - 30/6/04

MANIFESTO 30-6

La corte e il sovrano

IDA DOMINIJANNI

«Lo stato di guerra non è un assegno in bianco per il Presidente». La Corte suprema americana non poteva trovare parole più efficaci per conferire valore di monito politico alla sentenza con cui, in un colpo solo, riconosce il diritto dei detenuti di Guantanamo e degli altri «enemy combatants» di ricorrere alle corti ordinarie per reclamare il rispetto dell'habeas corpus, ripristina la «rule of law» e il principio di uguaglianza di fronte alla legge, attacca la sovranità illimitata di cui George W. Bush si è nominato titolare l'11 settembre 2001. Osserva il New York Times di ieri che la sentenza è scritta in un linguaggio appassionato, segno di come i suoi estensori fossero consapevoli della partita storica che stavano giocando fra il potere giudiziario e il potere politico. Ne hanno più di una ragione. Dopo l'11 settembre, la storia si è messa a girare dalla parte della forza contro il diritto, ripristinando la prassi di una sovranità assoluta, sciolta da ogni vincolo di legge, che il costituzionalismo novecentesco aveva cancellato dalla faccia delle democrazie occidentali. Sentenze come questa, riconfermando il valore dei principi costituzionali e la soggezione alla legge del potere politico, servono a farla tornare a girare dalla parte giusta. «Sovrano è chi decide dello stato d'eccezione», recita un noto adagio schmittiano sempre pronto a soccorrere i deliri di onnipotenza dei capi improvvisati. Bush il giovane, già marchiato dall'illegalità nella sua conquista della Casa bianca, non esitò a farlo proprio all'indomani del crollo delle Torri, inaugurando il suo personale stato d'eccezione in sole tre mosse: la risoluzione del Congresso del 14 settembre 2001, il Patriot Act del 26 ottobre, il Military Order del 13 novembre. Poteri eccezionali di arresto e controllo dei «sospetti terroristi», sospensione delle garanzie processuali, «detenzione infinita» dei prigionieri di Guantanamo sono stati i cardini dell'attacco ai diritti all'interno della democrazia americana, perfetto pendant dell'attacco al diritto internazionale mosso con la guerra preventiva.

Da allora non solo l'America ma il mondo vive nello stato d'eccezione. E da allora il «modello Guantanamo» ha condensato in sé più che la banalità del male, poi ripetuta a Abu Ghraib, del trattamento subumano dei prigionieri politici. In quelle gabbie abitate da prigionieri in tuta arancione, detenuti «infinitamente» senza motivazione circostanziata e senza prove, sottoposti a tribunali speciali dell'esecutivo, sottratti alla giustizia ordinaria e alle sue garanzie, c'è di più. C'è la creazione di uno spazio in cui il diritto è sospeso, e il potere di vita e di morte sta nelle mani dei funzionari di governo. Detenzione infinita, sovranità illimitata: l'una e l'altra insieme extra legem.

La sentenza della Corte Suprema, sei giudici a tre, dice che tutto questo deve finire. Che quei prigionieri hanno diritto a un difensore, a un giusto processo, a un giudice terzo, in una corte ordinaria. Ribadisce che esiste l'habeas corpus, e che chiunque ha il diritto di chiedere conto delle ragioni per cui è imprigionato. Smonta la ridicola pretesa di trattare il campo di Guantanamo come un territorio esente dai vincoli della giurisdizione americana. Smonta altresì l'appiglio «revisionista» a un precedente della seconda guerra mondiale nel trattamento dei «nemici combattenti». La Costituzione è più forte di Bush. Il Sovrano non è onnipotente. I diritti fondamentali valgono per tutti, cittadini americani e non, bianchi e coloured, cristiani e islamici.

Non è tutto risolto. La detenzione infinita è sotto accusa, ma il potere di arrestare a piacimento individui sospetti resta in piedi. E nessun avvocato, nessun giudice terzo, nessun giusto processo risarcirà quei prigionieri in tuta arancione dello stato di degradazione in cui sono stati costretti come bestie in gabbia. Per questo non basterà la legge, ci vorrà la politica. La volontà politica, se mai verrà, di elaborare la colpa americana, tornata, come quella europea, a infangare la coscienza occidentale da un campo di concentramento.


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RESISTENZA - 30/6/04

CRONACA DI UNA CRISI ANNUNCIATA - 3

IL RIFORMISTA 30-6

EDITORIALE

Lo stanco copione della “verifica”

Il governo si prende qualche giorno di tempo, fino a sabato, poi dalle parole dovrà passare ai fatti. Dunque, finalmente si capirà che cosa fa il centrodestra, quale misure prende per dare «la scossa» all’economia italiana, come risponderà alla disaffezione degli elettori, insomma come reagirà alla batosta. O no? Il dubbio ci assale, e per la verità è più che legittimo. Berlusconi rilancia la riforma fiscale con due aliquote, 23 e 33%. Risponde Volonté (Udc): «Un’idea iniqua e squilibrata. Bisogna partire dalla famiglia». E Mario Landolfi (An): «Partiamo dai redditi medi». Insomma, tutto come prima. La Lega la mette giù dura: federalismo subito o voto anticipato. «Il federalismo non interessa a nessuno», replica Tabacci. Follini vola alto e lancia un ritorno al sistema proporzionale alla tedesca. La Russa (An): «Non si torna alla partitocrazia». Calderoli (Lega): «C’era un accordo, prima la riforma costituzionale, poi si discute del sistema elettorale». Potremmo continuare all’infinito.

Intendiamoci, la sconfitta mostra che la vecchia politica governativa (economica e non solo) ha scontentato gli elettori. Dunque, ce ne vuole una nuova (economica e non solo). Invocarla è facile, trovarla è ben più arduo. Ma il governo e la maggioranza stanno ripetendo stancamente lo stesso copione recitato da un anno a questa parte, cioè da quando, dopo la sconfitta alla provincia di Roma, Fini aprì una verifica che non si è mai conclusa. La stangata delle europee e delle provinciali non ha cambiato nulla, se non in peggio. Cioè adesso si è aperta una resa dei conti infinita il cui costo lo pagheranno i partiti, ma soprattutto il paese. Si può attendere il 2006 senza governare?

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CITAZIONI

Il destino sembra presentare il conto a Berlusconi. Fu lui, infatti, nella primavera di tre anni fa, a volere e a ottenere che la campagna elettorale fosse condotta solamente sul suo nome e sul suo volto, unica icona da sbandierare per una sfida vincente. Quella solitudine, allora, era confortata dall’inebriante presentimento del successo e affiancata dal coro di chi si aspettava di condividerlo. Ora la sua solitudine ha un timbro diverso, perché non esclude l’ipotesi di una sconfitta e, quindi, trova più diffidenza che solidarietà. Per quanto il nostro premier sia notoriamente immodesto, dovrà convenire, come ricordava uno dei sette antichi sapienti, Pittaco, che «neppure gli dèi combattono contro il destino».

(Luigi La Spina, Stampa 30-6)

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Ufficialmente, è un problema di date. Con la Lega che vuole chiudere entro sabato, e An e Udc convinte a tirarla per le lunghe, dicendo che occorre più tempo. Ma si tratta di tatticismi dietro i quali spunta una prospettiva di logoramento, per il governo di Silvio Berlusconi. In un’altra stagione, si sarebbe detto che si è aperta una crisi di fatto. Il rinvio a sabato della riunione nella quale la maggioranza dovrebbe trovare un’intesa sulla politica economica e sulla riforma federalista, sottolinea l’assenza di qualsiasi accordo. E’ come se il capo del governo ripetesse formule che le elezioni europee e i ballottaggi di domenica scorsa hanno invecchiato. Per spezzare una morsa fatta di rinvii e di richiami nostalgici al sistema proporzionale, gli serviranno un lessico e una consapevolezza nuovi.

(Massimo Franco, Corsera 20-6)

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Il PresDelCons non sa perdere, e si ritrova accanto solo la Lega. L'unto del signore promette la moltiplicazione dei pani e dei ministeri. Uno per i nazional alleati, uno per i centristi dell'Udc. Basteranno per portare la pace (e il federalismo) nella Casa delle libertà? Intanto si va avanti. A colpi di fiducia. Si sa, sua maestà il presidente del Consiglio ha qualche problema con la democrazia. Non riesce a rispettarne le regole.

(Frida Nacinovich, Liberazione 30-6)

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IL MESSAGGERO 30-6

BERLUSCONI E LA GRANA

Crisi politica ma patrimonio a gonfie vele

di MARCO MOLENDINI

LA COSA buffa è che, fino a qualche giorno fa, il digitale terrestre era considerato una scatola vuota. Al massimo veniva preso come un’astuzia sfornata per salvare Retequattro dal satellite. La scoperta che il nuovo decoder che, per ora (e fino alla soglia dei 750 mila pezzi), il governo praticamente regala tramite sovvenzione, potrà permettere di vedere alcune partite di calcio a pagamento (e, si prospetta, a prezzi inferiori rispetto a quelli di Sky) ha aperto uno scenario tutto nuovo. E che chiama in causa lo stato del sistema televisivo nazionale, fra monopoli (quello privato Mediaset, quello satellitare Sky e quello pubblico Rai, di cui si segnala ancora una volta la paralisi), conflitti di interessi e futuri aziendali.

Non può passare inosservato l’indubbio vantaggio in cui viene a trovarsi Mediaset. La legge Gasparri, oltre a salvare Fede e Retequattro, ha aperto nuove praterie e l’azienda non ha perso tempo: si è messa subito a pestare i piedi a Rupert Murdoch sul terreno più redditizio, il calcio a pagamento. Operazione compiuta senza rinunciare ad alcuni non piccoli e non insignificanti privilegi. Per esempio, che il responsabile della Lega calcio è un dipendente del gruppo, che una delle tre squadre messe sotto contratto è della famiglia Berlusconi, che i decoder per ora li regala il governo il cui presidente è il proprietario della ditta, che Sky può acquistare i diritti solo per la pay-tv e non per il digitale terrestre, ma Mediaset può fare l’uno e l’altro. Non solo: casa Berlusconi, guardacaso, è anche proprietaria di buona parte del cinema nazionale (come produttore e come distributore), altra materia di sicuro appeal per la tv a pagamento.

L’effetto è evidente, considerando che la legge in vigore prevede quello che viene chiamato lo switch off, ovvero la morte dell’analogico terrestre e la conversione di tutte le trasmissioni in digitale dal 2006. Si può facilmente ipotizzare che, in tempi abbastanza rapidi, quella scatola sarà praticamente nelle case di tutte le famiglie italiane (che potranno vedere i programmi in chiaro, ma anche quelli a pagamento). Altro elemento stupefacente è l’assenza della Rai, destinata a restare fuori dalla mischia nonostante i proclami roboanti («siamo entrati nel futuro», «siamo passati dall’era della tv-oggetto all’era della tv strumento») fatti dal direttore generale Cattaneo nel giorno solenne del varo del digitale.

Di quale futuro parlava? Se il business del digitale terrestre funzionerà e si tramuterà in concorrenza fra Murdoch e Mediaset (è quello che sperano a Cologno Monzese e a questo sta lavorando il capoprogetto digitale terrestre Gina Nieri), la caccia al prodotto da vendere si farà serrata e alla Rai non resteranno che le briciole (nel campo calcistico, sportivo in genere, dei film, ma anche dei programmi di richiamo come dimostrano i tentennamenti di Berlusconi jr di vendere a Sky i diritti sul Gf 24 ore ). Viale Mazzini, così, è destinata a restare fuori dalla torta che si presenta più redditizia o, magari e in ritardo, bussare alla porta di Mediaset per chiedere di poter utilizzare il nuovo sistema di pay per view. Può essere che Cattaneo non ci abbia pensato, a meno che non abbia voluto lasciare campo libero al concorrente. Non sappiamo quale sia l’ipotesi peggiore, ma sappiamo che sarà difficile metterci una toppa.


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martedì, giugno 29, 2004

MEDITAZIONE - 29/6/04

STAMPA 29-6

Milano e Silvio, cronaca di un disamoramento

di Chiara Beria di Argentine

MILANO - Lo spirito di Indro Montanelli vola sulla sua Milano e sorride. Vola da grande cronista sui quartieri più popolari della metropoli dove nei casermoni dei pensionati il carovita, l'aumento delle tariffe, la riduzione dei ticket ha prosciugato tanti borsellini e annota che l'opposizione è salita fino al 45% dei voti, in zone come Niguarda, periferia nord della città.

«Sono elettori», spiega il professor Stefano Draghi, l'esperto di analisi elettorali per i Ds, «che avevano con grande entusiasmo creduto alle promesse di Silvio Berlusconi. Ora sono a dir poco delusi, proprio come aveva previsto Montanelli, lo hanno abbandonato». Ma lo spirito di Montanelli, il giorno dopo il ballottaggio che ha visto Filippo Penati sconfiggere Ombretta Colli e conquistare palazzo Isimbardi, sede della Provincia, osserva compiaciuto (un conto è il Berlusconi imprenditore altro è il politico, quante volte aveva ammonito Montanelli i suoi lettori) ciò che sta avvenendo non solo in tutta la città dove la lista Uniti nell'Ulivo è diventata il primo partito con il 29,79% dei voti ma anche dentro la Cerchia dei Navigli, nel cuore della ricca Milano fortezza del potere berlusconiano.

Dagli studi d'illustri avvocati (Sergio Erede ha firmato l'appello per il diessino Penati) alle università (l'economista Francesco Giavazzi, è stato un altro dei tanti firmatari) fin nella ovattata sede del Clubino, a palazzo Omenoni, il circolo della grande borghesia milanese. «Oggi a colazione», racconta un socio con la promessa d'anonimato, «erano in parecchi a sorridere per la botta che si è preso il Cavaliere.

Bisogna dare prospettive, fare riforme strutturali non pensare di reggere il rapporto con gli elettori solo a colpi di condoni fiscali o gestendo Milano da Arcore via zelanti maggiordomi. Ai milanesi piacciono le cose concrete, i problemi da affrontare sono tanti. Ma dov'é il Cavaliere? Chi lo vede mai in città? Sta sempre a parlare con Bush e Putin!».

Conserva nel suo studio, a palazzo Marino, una delle famose macchine da scrivere Olivetti. Indro Montanelli gliela ha lasciata in ricordo e lui, il sindaco Gabriele Albertini, l'imprenditore eletto come indipendente dal centro destra, lo ascoltava con devozione quasi filiale. In questi mesi, Albertini che si autodefinisce «un amministratore di condominio» non ha dimenticato quella lezione d'indipendenza.

Anzi. Si è via via smarcato dalle file di Forza Italia e per lunghi mesi è stato il protagonista della polemica virulenta con Ombretta Colli e l'assessore all'ambiente, Luigi Cocchiaro (ex socialista oggi Fi) sulla controversa vicenda della Serravalle, la società che gestisce anche le tangenziali e costruirà, tra l'altro, il collegamento con la nuova Fiera. Affari miliardari, sentore di cose poco chiare.

«Purtroppo ho un elettorato che alle urne preferisce il mare», ha commentato la notte di domenica la presidente sconfitta, Ombretta Colli non tralasciando mugugni per alleati, come la Lega, che non l'hanno appoggiata dal primo turno o che non si sarebbero abbastanza mobilitati per la sua vittoria. Ma più che le spiagge e il caldo week-end avrebbe fatto proprio l'autostrada Milano Mare. «Il miglior spot, a gratis, contro Forza Italia sono stati i mesi di rissa tra Colli e il sindaco Albertini sulla società Serravalle», sostiene Draghi.

In una città dove la Lega conta ormai ben poco, la Curia non sposta più voti, l'Udc è quasi un fantasma, Allenza nazionale ha visto sconfitta anche la sua appariscente first-lady, onnipresente in tivù, Daniela Santanché, oltre alla fine dell'innamoramento per Berlusconi ciò che avrebbe veramente penalizzato Ombretta Colli e Forza Italia sarebbe stato propio il "fattore A", ovvero Gabriele Albertini.

Mettersi contro a un sindaco tanto amato dai milanesi(ha avuto alle europee 54 mila voti di preferenza in città con una campagna elettorale molto sobria, forse anche ostacolata dagli altri forzisti e, comunque, senza fare un solo manifesto) non è stata certo una mossa molto avveduta. Davanti a un simil spettacolo, tra gli elettori del centro destra, c'è chi lamenta l'assoluta assenza di un leader capace d'intervenire, e non lasciare la gestione del partito al poco amato coordinatore regionale, Paolo Romani.

Non solo. C'è chi ricorda con ironia la promessa, non mantenuta, di Berlusconi a Colli di nominarla sottosegretario in cambio di un passo indietro sulla presidenza della Serravalle e persino chi aggiunge come Bettino Craxi non avrebbe mai fatto l'errore del milanese che va a Roma pensando di cambiare la Capitale e lascia il suo territorio ad altri. Quell'ufficio di Craxi in piazza Duomo, quegli incontri ogni lunedì con i vertici politici e delle aziende milanesi vengono persino evocati quasi come un modello, anche se si è scoperto da tempo l'altra faccia di quel modo di far politica.

Illusioni finite, forse anche promesse (salvo per la cerchia più ristretta che lo incontra ad Arcore, Roma e in Sardegna) non mantenute, poco radicamento sia tra i ceti medio alti che nell'elettorato popolare, mancanza di una classe dirigente è da questa somma di fattori che nascerebbe, in sostanza, la crisi della leadership berlusconiana a Milano.

Con in più la sensazione che per la sua città, Milano, Berlusconi non allarghi mai la borsa; tanto che per costruire nuove opere pubbliche occorre vendere gli immobili del Comune. Insomma, molto più che un fenomeno da disamoramento da salotto, come certa pubblicistica tende a far credere, le analisi del voto dimostrano come una fetta dell'elettorato moderato ha ritirato la delega in bianco a Silvio Berlusconi e a Forza Italia.

Solo un avvertimento in una città che non si è mai prostrata davanti ai suoi leader politici si chiamassero Malagodi e Spadolini o Craxi e Bossi? Lo scenario dei prossimi mesi dipende in gran parte dalla reazione al voto milanese che avrà Berlusconi. Di certo l'identikit di chi si batte per la sconfitta del Cavaliere, nella città dove è nata Forza Italia, non è certo quello del comunista d'antan. Un nome su tutti: Riccardo Sarfatti, amministratore delegato di Luceplan, l'amico di Massimo Cacciari che fa parte del Comitato nazionale Lista Prodi e di Libertà e Giustizia.

Uscito allo scoperto nella battaglia sull'articolo 18, bollata come non utile per lo sviluppo delle imprese italiane Sarfatti ha fondato il sito degli imprenditori liberal, e ha coordinato il vittorioso comitato milanese della lista unitaria dell'Ulivo. Dopo il primo turno con Daria Colombo, leader dei girotondi, Sarfatti ha dato vita al comitato "Cittadini per Penati", quello delle tante adesioni eccellenti. Milano-Italia.

Non ha dubbi Riccardo Sarfatti :«il modello politico che abbiamo costruito a Milano è vincente, tra le tante cose abbiamo dimostrato che non è vero che avere il controllo delle tivù sia tutto».Infine l'imprenditore milanese felice e deberlusconizzato, confessa chi è il suo candidato vincente per palazzo Marino nel 2006: l'ex direttore del «Corriere della Sera» Ferruccio De Bortoli. Sorridi Montanelli, sorridi.


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RESISTENZA - 29/6/04

MANIFESTO 29-6

Alle corde

L'incantesimo si è rotto: al Cavaliere volta le spalle il suo blocco sociale

MICAELA BONGI

All'indomani della disfatta dei ballottaggi Silvio Berlusconi tira dritto per la sua strada: senza di me, è il monito che lancia agli alleati in armi, la Casa delle libertà non esisterebbe. Ma le sue parole si rivelano la fotografia impietosa di un'alleanza in frantumi. Soprattutto perché è la stessa «stella cometa», il leader che dopo la «traversata nel deserto» è tornato al governo grazie alla sua capacità di fare da collante a forze così diverse tra loro, a essersi decisamente appannata. Se le elezioni europee e il primo turno delle amministrative hanno evidenziato che Berlusconi, se non il berlusconismo, è effettivamente arrivato alle corde, i ballottaggi - a partire dalla niente affatto scontata sconfitta di Ombretta Colli nel regno di Milano e provincia - hanno confermato che l'incantesimo si è rotto. Al Cavaliere ha cominciato a voltare le spalle il suo blocco sociale. Con l'ennesima intemerata di ieri da Istanbul, il presidente del consiglio dice ora che qualsiasi manovra - reale o presunta - messa in campo per costruire una leadership alternativa alla sua, potrà avere successo solo con demolizione della Casa costruita per le elezioni del maggio 2001. Non è escluso che ciò accadrà e che alle prossime elezioni politiche si andrà non nel 2006, ma nel 2005. Anche se Silvio Berlusconi cercherà di domare le fiamme che gli divampano in Casa e giocherà tutte le sue carte, le truccherà, tenterà di cambiare in corsa le regole a suo uso e consumo, nel tentativo di non far crollare il castello. Perché se il Cavaliere può sembrare al tramonto - e probabilmente lo è - farà di tutto per restare aggrappato a un potere per lui esistenziale e, ciò facendo, continuerà a propinarci scorie che avranno bisogno di una cura radicale per essere smaltite.

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CITAZIONI

«Berlusconi perdente, pericolo incombente»

Le dichiarazioni di Berlusconi oscillano tra il falso buonismo paternalista e il delirio di onnipotenza. Accelererà sulla riforma costituzionale, anche se questo è il terreno di massimo attrito dentro la maggioranza. Come minimo vuol diventare presidente della Repubblica. Ma l'idea di restare a palazzo Chigi con poteri di vita e di morte sul parlamento e sulle coalizioni, di sovvertire l'assetto istituzionale, non l'ha accantonata. Per questo sono inquieto. Sì, perché un Berlusconi con le spalle al muro fa correre qualche brivido lungo la schiena. La realtà non può andare in modo diverso da quello che lui vuole. Se lui accelera, l'opposizione non deve dargli il tempo di realizzare quel che ha in mente. Si comincia dicendo che rinviare le elezioni regionali sarebbe normale e non si sa dove si finisce.

(Alessandro Amadori, autore di «Mi consenta», Manifesto 29-6)

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Silvio Berlusconi  ormai sta proteggendo una trincea: la difende e avverte che non permetterà a nessuno di espugnarla. Il presidente del Consiglio ha perso la patina dell’invincibilità che teneva a bada la maggioranza. E i contraccolpi arrivano, puntuali. Il punto interrogativo è se Berlusconi voglia e possa prendere atto che una fase è finita.

(Massimo Franco, Corsera 29-6)

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C'era qualcosa di insopportabile in tutta questa roba del berlusconismo. Voglio dirlo brevemente: Berlusconi ha creduto di poter fare una alleanza interamente numerica, sommare le forze necessarie per governare continuando a predicare: stiamo insieme perché dobbiamo governare. Era già largamente in crisi, ma ora è organicamente destinato a disfarsi, soprattutto perché era una cosa falsa. Avere unito solo i numeri è cosa diversa dal tenere unite delle idee. Berlusconi s'è affacciato con la pretesa di essere una nuova destra, ma era solo un'operazione tecnica, numerica. E' lì la radice del suo fallimento.

(Vittorio Foa, L’Unità, 29-6)

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LIBERAZIONE 20-6

In morte del berlusconismo

Berlusconi ha fallito sui due piani della sua strategia: il populismo e il liberismo.

Ritanna Armeni

Il verdetto è pressoché unanime. Il "berlusconismo" è finito. Morto nel luogo in cui era nato, nella "Milano da bere" di craxiana memoria, nel suo feudo più forte, nella sua capitale. La capitolazione era attesa dopo il risultato delle elezioni europee e amministrative, ma non riduce l'importanza del fatto, né le sue conseguenze nella società e nella politica italiana. Perché quello che si è concluso a Milano, proprio là dove nel 94 era in iniziata la grande avventura di Silvio Berlusconi, è un ciclo politico, un sistema che solo qualche mese fa pareva fortissimo e destinato a durare.

Berlusconi, imprenditore, proprietario di tre reti televisive, si presenta negli anni ‘90 come l'uomo nuovo, capace di dare al paese la svolta impedita da anni di mediazione e concertazione fra due grandi partiti, di rompere con l'assistenzialismo democristiano e di sconfiggere il grande pilastro dell'ideologia di sinistra (il diavolo comunista). In poche parole con quell'equilibrio di potere e di poteri che è stata la Prima repubblica.

La sua visione della stato e del paese - non si stanca di ripetere - è quella di una azienda, la sua azienda. Efficiente, veloce, competitiva. Un'azienda che rende ricchi tutti coloro che ne fanno parte purché seguano gli ordini del capo. Il parlamento, il sindacato, le forze sociali, le corporazioni, i giornali e anche i gruppi di, potere sono in questa logica un intralcio, un rallentamento al progetto liberista e modernizzatore che creerà molte ricchezze. Agli altri, a coloro che da quelle ricchezze sono lontani o sono troppo deboli per accedervi il capo di Forza Italia offre una populistica compassione.

Con questa ricetta ha tenuto insieme le forze politiche, Lega, Alleanza Nazionale, UDC, che oggi formano il centro destra.

Una violenta ideologia anticomunista il collante che entrava in funzione nei momenti di crisi e lo ricongiungeva con l'uomo qualunque. Il dominio sui mezzi di comunicazione di massa il modo per entrare direttamente in contatto con il popolo, per rivolgersi a lui a di fuori delle organizzazioni della società civile e delle istituzioni.

Berlusconi, dicono oggi le urne, ha fallito. Ed ha fallito sui due piani della sua strategia: il populismo e il liberismo.

La crisi quindi è aperta. Tutte le domande che la società ha fatto a Berlusconi e al berlusconismo sono rimaste senza risposta.

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ESPRESSO on-line 29-6

Il dopo Berlusconi è già cominciato

Prima del voto sembrava una assurdità - Ora è il banco di prova e di coraggio dei leader del centrodestra

Edmondo Berselli

 Fatti i conti, Silvio Berlusconi è l'unico vero grande perdente delle elezioni europee. Sostenere il contrario, ovvero che l'area di governo ha tenuto (a differenza degli altri governi europei di destra e di sinistra puniti dagli elettori) è un escamotage retorico, poiché confonde il voto proporzionale con il voto maggioritario. Si votava per i partiti, e il partito del capo del governo ha preso una mazzata storica. Semplice avviso di medio termine, senza conseguenze sulla leadership di Berlusconi? È una diagnosi troppo misericordiosa. Secondo un osservatore attento alle implicazioni collettive e sociali dei processi politici, Ilvo Diamanti, il voto del 12-13 giugno ha sancito la fine di un 'irreality show' durato dieci anni.

Le conseguenze sono ancora tutte da valutare, perché è probabile che le tensioni dentro la Casa delle libertà possano salire molto di tono: è indicativo ad esempio il caso di Bergamo, con la scelta leghista di invitare al voto per il candidato del centrosinistra; mentre sarà di qualche interesse vedere l'esito del voto per la Provincia di Milano, che a questo punto assume quasi il senso di un giudizio di Dio sulla tenuta della coalizione e dell'elettorato di centrodestra.

Berlusconi aveva tentato di operare uno scambio immediato con la Lega: la promessa dell'approvazione della devolution in cambio dell'appoggio ai ballottaggi. Cioè un vantaggio tattico spicciolo barattato con la riforma della Costituzione. Può darsi che nemmeno questo basti. In parte perché l'asse con il movimento di Bossi costituisce un punto di conflitto stridente con gli altri due alleati, Udc e An; ma anche per ragioni più ampie e profonde.

Negli ultimi mesi, infatti, il capo di Forza Italia ha dato l'impressione di avere perso la spinta. Le convention principali (l'assemblea per il decennale della 'scesa in campo' e il congresso del partito) sono apparse una scontata ritualità celebrativa. I discorsi pubblici si sono rivolti all'indietro, ripescando un repertorio consunto. La stessa campagna elettorale è stata deludente, ai limiti dell'incomprensibilità, al punto da segnalare una distanza inedita tra le attese dell'elettorato che aveva creduto nel sogno azzurro e il fiacco messaggio attuale del leader.

Da un lato, allora, finisce la sintonia fra il 'popolo' e l'Unto. Per un altro verso, gli alleati Udc e An reclamano un riequilibrio. E mentre Gianfranco Fini ha attaccato il potere di Giulio Tremonti, punto di raccordo tra Forza Italia e Lega, Bruno Tabacci è andato per le spicce, e ha rivolto l'attacco direttamente sul Cavaliere. La sua iniziativa, la richiesta di un nuovo governo Berlusconi, è stata giudicata diplomaticamente come una opinione personale. Ma la schiettezza di Tabacci, un politico serio e duro, rende chiaro che in questo momento nella Casa delle libertà c'è un problema Berlusconi, e che in futuro si delinea il problema del post Berlusconi.

La prospettiva sarebbe inquietante per il Cavaliere se si ricordano le parole di Fedele Confalonieri, "finirà come a Piazzale Loreto". Ma naturalmente non c'è alcun bisogno di eventi traumatici. Per la prima volta in dieci anni la politica fa sapere che forse non c'è più bisogno della figura di Berlusconi come perno del sistema politico italiano, artefice del bipolarismo, titolare del contratto con gli italiani.

Dipenderà anche dall'ambizione e dalle capacità delle maggiori figure politiche del centrodestra, ma per il paese, la società italiana, l'opinione pubblica comincia a profilarsi la possibilità di accompagnare gentilmente all'uscita Berlusconi. Ciò che prima era un'assurdità oggi è un barlume. Se si fa strada l'idea che la normalizzazione dell'Italia contemporanea passa anche attraverso la normalizzazione di Berlusconi, ci sono due vie per arrivarci: il logoramento quotidiano, fra le contraddizioni della maggioranza, gli strappi in avanti e le battute d'arresto; oppure l'invenzione di un salvacondotto politico: non il sacrificio del capo, bensì la sua neutralizzazione. Anche se è chiaro che per neutralizzare Berlusconi ci vuole il coraggio di rischiare la propria faccia. E toccherà ai capi del centrodestra decidere se restare sotto lo scudo del Cavaliere declinante oppure tentare un colpo di fantasia politica.


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lunedì, giugno 28, 2004

MEDITAZIONE - 28/6/04

L’UNITA’ on-line 28-6

Aiazzone

di Bruno Ugolini

 L'effetto Aiazzone. E' quello che avrebbe colpito Silvio Berlusconi. Lo ha detto uno che se ne intende, un pubblicitario, Luigi Crespi, a capo di Data Media. Lui lavorava alla corte d’Arcore fino a qualche tempo fa.

Ma perché proprio il paragone con Aiazzone e non con Chirac o Putin o Bush o la signora Thatcher. Chi è costui? Trattasi del proprietario di un mobilificio. Lo trovate anche oggi su Internet. C'è stato un periodo in cui invadeva tutti noi di messaggi pubblicitari d’ogni tipo, balzando da uno schermo televisivo all'altro. Un po' come i cartelloni elettorali che promettono ad ogni cambiar di stagione “Meno tasse per tutti”. Un’orgia di promesse e d’annunci. Troppo e il troppo stroppia. Ecco perché oggi, dice il Crespi, “il prodotto Berlusconi non vende piu”. I “clienti” si sono stufati, cambiano negozio.

L’analisi del pubblicitario che paragona il presidente del Consiglio quasi ad un venditore di tappeti, non ci convince del tutto. Avremmo preferito un’analisi comparata con Bush, Chirac, Putin e via cantando. E invece si tira in ballo un mobiliere del Biellese. E allora viene da pensare che l'errore vero stia nel manico. La chiamata al voto, la politica, i partiti, i programmi elettorali sono una cosa impegnativa, non una sfilata promozionale. Non è come vendere un mobile e nemmeno un dentifricio o un aspirapolvere. Entrare in un seggio, in una cabina elettorale non è come passeggiare in un supermercato.

Il Penati di Milano, raccontano ora, non era una soubrette, non scendeva le scale come Vanda Osiris, i suoi salotti erano i condomini di Sesto San Giovanni. Non sapeva vendere.

Eppure ha vinto sulla star Ombretta Colli. Forse è finita la politica spettacolo. La gente non si diverte più.


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RESISTENZA - 28/6/04

REPUBBLICA on-line 28-6

L'Italia “berluscona” non c'è più

Gli “alleati” lavorano già a uno scenario post-berlusconiano

di MASSIMO GIANNINI

Cade la Provincia di Milano, "brucia" la Casa delle Libertà. Berlusconi, dalla lontana Istanbul, può anche dire che "dormirà tranquillo lo stesso", e che tanto per il governo "non cambia nulla". Ma con lo spettacolare tracollo di Ombretta Colli, crolla anche l'ultima fortezza del berlusconismo. Dopo aver perso le elezioni europee e il primo turno delle amministrative, il Cavaliere paga il tributo più alto ai suoi tre anni di governo conflittuale e inefficace. Forza Italia è sconfitta "in casa". Il partito-azienda perde nella città-impresa, dove tutto era cominciato giusto dieci anni fa, con la discesa in campo dell'imprenditore d'Italia. Perde nella città-laboratorio, dove l'innesto tra l'impolitica nuovista di Berlusconi e l'antipolitica populista di Bossi aveva generato la "questione settentrionale", imponendola al Paese come modello di sviluppo e al Palazzo come embrione del cambiamento.

E’ l'inizio della fine. Come ha pronosticato Massimo Cacciari venerdì scorso: "Neanche il Padreterno riuscirà a mettere insieme i cocci del centrodestra".

E’ difficile dare torto a D'Alema quando dice: "È un terremoto, altro che pareggio". Altrettanto difficile non dar ragione a Buttiglione, che alla vigilia del voto diceva "i ballottaggi sono un messaggio che il Paese invia al governo". Per Berlusconi, e per la Casa delle Libertà nella formula che abbiamo conosciuto dal 2001, è suonata la campana dell'ultimo giro.

Per la Casa delle Libertà si impone una svolta, se è ancora possibile. Il patto di ferro Forza Italia-Lega, come dimostra la vicenda di Milano, non tiene più. Forza Italia, partito di un uomo solo al comando, che tuttavia aveva messo radici sul territorio, non le ha sapute irrigare. E alla fine, in una lotta fratricida tra fazioni (Dell'Utri contro Scajola, Scajola contro Bondi e Cicchitto) le ha lasciate inaridire.

La Lega, dopo l'uscita di scena di Bossi, è l'altro partito in crisi della coalizione. ll "tremontismo", che di quel patto politico era il sigillo vivente, ha fallito la prova. E ora è diventato, anche plasticamente, l'oggetto sul quale Fini e Follini esercitano il loro accanimento, forse neanche tanto "terapeutico".

In tutti e due i casi, sia Fini che Follini lavorano già a uno scenario post-berlusconiano. Si potrebbe dire che è iniziata la "caccia al premier". Lui, al di là dei proclami sprezzanti, tipo "datemi il 51%", "non votate i partitini", non ha fatto molto per evitarlo. Dopo la frana delle europee e del primo turno, invece di serrare i ranghi è riuscito, di nuovo, a mettere tutti contro tutti. Su queste macerie elettorali, è quasi impossibile immaginare che il Cavaliere riesca a costruire qualcosa di nuovo, se non una infruttuosa e indecorosa sopravvivenza. Non gli basterà un figurativo "rafforzamento della squadra".

In queste condizioni, non si governa per altri due anni un Paese complesso come il nostro. Più che posticipare di un anno le regionali del 2005, a questo punto sarebbe meglio anticipare di un anno le politiche del 2006. Converrebbe a Berlusconi. E, una volta tanto, quello che conviene a lui converrebbe anche all'Italia.

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CITAZIONI

Che il peggio possa però ancora arrivare, sembrano testimoniarlo le prime dichiarazioni che hanno visto aspramente contrapposti leader locali e nazionali di Lega, An e Udc. Di fronte a un tale quadro, ancora ieri Berlusconi ha continuato a far professione di ottimismo: «Dormirò sonni tranquilli», ha detto. Difficile immaginare che sia così. Infatti, paradossalmente ringalluzziti dalla sconfitta di Milano, Fini e Follini si apprestano a presentare il loro conto al tavolo della verifica. Nel mirino c’è, come sempre, l’asse Tremonti-Lega: un asse già malconcio e che il naufragio meneghino indebolisce ancor di più.

(Fabrizio Rondolino, Stampa 28-6)

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Sarà questo, nei prossimi giorni, il tormentone nella maggioranza, si può esserne certi. E si può essere certi che anche da queste polemiche trarranno nuovo alimento tutte le tensioni che, nelle ultime ore, sembravano essersi un po' smorzate. Con il rischio, concreto, che vadano fuori controllo: si tratti di poltrone, di federalismo, di politica economica. Perché chi doveva e dovrebbe ancora controllarle, Silvio Berlusconi, è sempre meno in condizione di farlo. Resta in sella, sì. Ma il cavallo è molto, molto riottoso.

(Paolo Franchi, Corsera 28-6)

-=oOo=-

Silvio Berlusconi ha perso la città emblema del suo impero finanziario e mediatico, delle sue alleanze politiche privilegiate, del suo comando unico. La città con cui ha sempre identificato, prima e dopo la fatidica discesa in campo di dieci anni fa, se stesso e il proprio partito, ha consumato il de profundis del berlusconismo.

(Pasquale Cascella, L’Unità, 28-6)

-=oOo=-

Si ha la sensazione che Berlusconi non abbia compreso fino in fondo il valore di questa tornata elettorale. Oddio, l’antifona l’ha capita, perché agli alleati ora offre posti nel governo, non sono più i ragazzi che si dovevano sfogare, fino al suono della campanella. Ma il senso vero, politico, del voto, quello mostra di non averlo afferrato. Ieri infatti ha detto che il «il presidente del Consiglio è l’unico che riesce a tenere insieme la Casa delle libertà: da qui la sua indispensabilità, non solo marginale, ma assoluta». In realtà ciò che sta accadendo è proprio il contrario: il premier ha perso il suo potere federativo, il tocco di re Mida elettorale in grazia del quale poteva far convivere il partito del sud di An e Udc col partito del nord di Tremonti e Bossi. Il voto lombardo lo dimostra ad abundantiam: lì la Casa della libertà non c’è più, perché può perdere con la Lega - come a Milano - e vincere senza Lega - come a Bergamo. I contraenti del patto non si sentono più vincolati da uno scopo comune, fosse pure solo quello di restare al potere, se nemmeno ai ballottaggi riescono a placare le divergenze e a mobilitare il loro elettorato.

(Il Riformista, 28-6)


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domenica, giugno 27, 2004

MEDITAZIONE - 27/6/04

C@C@O 27-6

Politici e rinoceronti

Le incredibili avventure di Toni Barra, investigatore privato per conto del Sindacato Metalmeccanico

 Jacopo Fo

"Buon giorno Rosa!" Disse il Capo del Sindacato Metalmeccanici salutando mia moglie. Entrarono in casa nostra scusandosi per il disturbo. Il Capo insieme a Sacco e Vanzetti, due ex operai enormi. Probabilmente erano in grado di passare attraverso un muro sfondandolo di petto. Venti anni alla pressa irrobustiscono.

Si accomodarono intorno al tavolo della cucina. Avevano la faccia da riunione urgente.

"Cosa e' successo?" Chiesi io.

"Sono i ragazzi della Fonderia...Continuano a mettere su una gran caciara per via di Cirino Pomicino..."

"Quello che ne ha combinate di tutti i colori?"

"Si' lui...I ragazzi si chiedono come sia possibile che sia stato candidato alle europee e pure eletto nelle liste della coalizione di centro sinistra...Cioe', come e' successo? Erano distratti e non se ne sono accorti?"

"Ma non si era detto che certa gente non la si ricandidava piu'?"

"Si era detto..."

"E allora?"

"E allora sono io che te lo domando: come cazzo e' possibile? Sono venuto qui proprio per questo. Voglio sapere che cazzo e' venuto in mente a questi...Perche' Prodi e D'Alema hanno accettato che gli ex DC candidassero quell'individuo..."

"Perche' non glielo chiedi?"

"L'ho fatto... Mi hanno detto che De Mita e Martinazzoli si sono imposti... Sai, gli equilibri..."

"Vuoi dire che De Mita e' nel centro sinistra?"

"Si'. Ma sono venuto qui per fare delle domande io a te, non tu a me."

Sacco e Vanzetti non parlavano ma annuivano alle parole del Capo guardandomi fisso.

"Ma come faccio...? Scoprire le oscure trame delle linee politiche e delle desistenze reciproche non e' il mio campo."

"Lo so..."

"E allora?"

"Allora c'e' che pare che dietro...Insomma c'e' del marcio nella sinistra...E anche nella destra...Per non parlare del centro. Insomma, rimesta un po' e vedi che cosa ne viene fuori...."

I soliti lavori di merda...Toccano sempre a me... Se non fosse per mia madre ogni tanto li manderei al diavolo... Ma poi cosa dico a mia mamma? "Mamma mi sono licenziato dal Sindacato adesso lavoro in banca...." Cioe', avete presente mia madre?

Il suo slogan e': "Io ti ho fatto e io ti disfo!".

Come disse Carlo Marx una volta che era ubriaco: "Cherchez la famme".

Pensai di iniziare da Dragonilla, in arte Magnolia, amministratrice di una societa' equa e solidale di vendita per corrispondenza di prodotti ecologici e affini. La domenica faceva la clown volontaria in ospedale.

Aveva un debito con me perche' una volta mi aveva convinto a vestirmi da clown, farmi attaccare con un cavo a una gru e apparire alla finestra del quarto piano dell'ospedale dove c'era un bambino che era convinto che i pagliacci non sapessero volare.

Appena fui seduto nel suo soggiorno, camera da letto, cucina, cerco' di coinvolgermi nel trasporto di una barca a vela nelle vie del centro. Non volli sapere perche'. Quando le chiesi se avesse sentito qualche cosa del perche' i politici non seguono la razionalita' semplice e fanno cose inaudibili mi disse che nel suo giro non si parlava d'altro. Ma se volevo saperne di piu' dovevo parlare con uno strano tipo, un barbone che viveva nei sotterranei di un palazzo pericolante in zona Vigentina, abbastanza fuori...

Mi disse che l'avrei trovato ogni sera dopo le sette al Parco Solari. Faceva passeggiare il cane. Ci andai. Piu' che un cane era una specie di iena enorme con la faccia triste. Lui stava seduto su di una panchina. Mi sedetti vicino. Puzzava. Gli dissi che mi mandava il Sindacato e che ero amico di Dragonilla. Lui non si fece pregare. Mi racconto' che prima di finire in banca era il portaborse di un viceministro. E sapeva tutto di tutti. E sapeva che nell'ambiente della politica sono tutti malati. Parlo' per due ore nominando i massimi esponenti della politica nazionale e i loro vizi.

Storie di orge con le militanti di base nello zoo, con la partecipazione del rinoceronte. Intrighi finanziari legati a speculazioni sulla promozione delle figurine dei calciatori distribuite dall'Unita', visti facili concessi a musicisti neri muniti di membri enormi, traffici di ballerine cubane, agguati sessuali di finte studentesse di psicologia a ex ministri in alberghi olandesi, giovani guardiani di discariche abusive di rifiuti tossici e nocivi costretti a ascoltare, nudi, la dichiarazione programmatica del Partito... (non vi dico i nomi e i cognomi senno' poi dovrei uccidervi). Il tutto filmato da cineprese nascoste. Le scelte della sinistra erano vincolate da una serie di ricatti incrociati. Una storia assolutamente incredibile. Poteva essere vera.

Andai dal Capo e gli raccontai tutto. A lui dissi anche i nomi perche' e' capace di tenere la bocca chiusa.

Lui mi disse che non poteva crederci.

Io mi limito a scoprire la verita'. Crederci e' un altro paio di maniche.

Andai a casa da Rosa, giocai con la mia bambina a Cappuccetto Rosso e la Parmalat.

Dopo cena, poi, io e Rosa facemmo tutto quello che fanno gli operai quando vogliono celebrare la grandezza dell'Universo. Fu epico. Come sempre.

Il giorno dopo la radio disse che il rinoceronte dello zoo era stato trovato freddato da una raffica di kalashnikov. E poi un tir carico di figurine di Rivera false prese fuoco sulla tangenziale.

Evidentemente era un segnale... Entro tre ore un comunicato congiunto di tutti i gruppi del centro sinistra comunicava che mai piu', in nessun caso, avrebbero candidato certa gente.

Io non so proprio cosa sia successo. E se lo sapessi non ve lo direi.

Comunque qualunque cosa sia successa e' successa.


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RESISTENZA - 27/6/04

CORSERA 27-6

Berlusconi & Signora...

La scelta (rara) di stare in disparte

di ENZO BIAGI

I giornali hanno raccontato la contestazione subita da Berlusconi alla festa (si fa per dire) dei cento anni della ditta cinematografica Titanus, che ha molti meriti. Qualcuno ha spiegato che il presidente del Consiglio non avrebbe «mosso un muscolo»: cosa, del resto, tecnicamente impossibile, visto i lifting , le chirurgie, a cui l’onorevole si è sottoposto per mantenere, con l’aggiunta della tintura dei capelli, un aspetto il più possibile giovanile. Ma Berlusconi nella sua squadra ha anche una specialista in look che probabilmente avrebbe mandato Giacomo Leopardi (gibboso, come si dice ai gobbi di riguardo) a vendere i biglietti della lotteria. Berlusconi viaggia, ovviamente, con le guardie del corpo: alla testa provvede invece lo squisito Gianni Letta, che è in realtà anche una persona molto cortese.

Ma come sempre nelle vicende umane c’è qualche aspetto sgradevole. A Roma «ragazze e ragazzi del popolo della notte» gli hanno urlato insulti vari, o esortazioni: «Vattene a casa». Con l’eccezione di un signore «con lunghi capelli grigi abboccolati» che gli ha gridato (resta da capire se fosse ironico o mistico): «Grazie di esistere».

A casa c’è Veronica, «donna sola» che lo aspetta. La quale si distingue anche per riservatezza, garbo, mancanza assoluta di presenzialismo.

Mi fa piacere che sia una mia concittadina e che sia più Miriam Bartolini che Veronica Lario. Non si esibisce e bada ai suoi figli. Pensa (e vota) con la sua testa: così hanno detto.

Mi fa venire in mente quel mio concittadino che, chiamato a testimoniare su una disputa, disse: «Io non c’ero, e se c’ero ero in bagno». Penso alla signora Miriam in giardino.

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CITAZIONI

Berlusconi a Piazzale Loreto

Giorgio Bocca: «Se va avanti così non escludo che un giorno si arrivi a un nuovo piazzale Loreto. Sì, perché l’odio che c’è per questo ometto è enorme; la statura di Mussolini rispetto a Berlusconi è gigantesca; questo pensa solo a fare i soldi in una cornice di democrazia autoritaria».

(dalla “Lettera” di Paolo Mieli, Corsera 27-6)

-=OoO=-

Vogliamo o no liberarci dal più grande pericolo corso dalla democrazia italiana dopo il 1945? C’è qualcosa di più importante per l’Italia di oggi che liberarsi, alle urne, di Berlusconi?

(Furio Colombo, l’Unità on-line, 27-6)

-=OoO=-

Berlu... chi? Lo sogno, quel giorno. Legittimamente lontano purtroppo, perché i rumors prodotti dall’uomo continueranno ad echeggiare sinistri nel futuro del nostro paese. Perché il suo stesso nome, dall’etimo rivelatorio (berluscus o bisluscus in latino significa due volte losco) è già diventato una icona, una definizione atemporale e onnicomprensiva di tutto ciò che la democrazia, in estrema sintesi, non deve essere. Verrà il giorno in cui l’Italia scorderà Berlusconi e tornerà ad essere un paese normale. 

(Stefano Olivieri, www.inmovimento.it 27-6)


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sabato, giugno 26, 2004

MEDITAZIONE - 26/6/04

ILRIFORMISTA 26-6

Corsivo

Dopo il voto il Cavaliere vede le stelle

Em.ma

In un bel servizio su Libero, Elisa Calessi ci informa che dopo la batosta elettorale, Berlusconi «ostenta tranquillità». «Da settembre tutto si aggiusta», ripete a chi manifesta preoccupazione per il suo avvenire politico. A dirlo sono le stelle. Il presidente del Consiglio ha non solo un medico di fiducia, Scapagnini, che lo renderà praticamente immortale, ma anche un'astrologa, Alessandra Paleologo Oriundi, la quale, dopo avergli predetto un anno difficile, gli ha assicurato che a settembre le stelle tornano con lui. Ecco la diagnosi: il Cavaliere «è nato il 29 settembre 1936: una Bilancia con ascendente Bilancia». Dal 26 settembre, Giove entra in Bilancia e proprio in quel periodo il cielo astrale di Berlusconi ha l'ascendente, il Sole e Mercurio in Bilancia. Cioè massima fortuna a tutti i livelli: «Le situazioni esistenti migliorano e quelle complicate si sbloccano». Otterrà vantaggi in ogni senso: «economico» (ma li ha avuti anche nell'anno passato, dato che la Fininvest ha raddoppiato gli utili), «sentimentale» (e qui non mettiamo naso), «professionale» (quale? Il Cavaliere è un professionista multiplo). Insomma, tra immortalità medica e fortuna astrale, siamo fottuti?

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ANONIMO WEB 26-6

Filologia berlusconiana

La giornalista del Corriere Maria Latella ha pubblicato una biografia di Veronica Lario, l'invisibile moglie del nostro ipervisibile Presidente del Consiglio, "Tendenza Veronica".

Da un lancio della Reuters si apprende, inter alia, che "Veronica sees herself as  Penelope to her husband's Ulysses, staying at home with the family as the hero battles storms and monsters on an epic adventure"...

Ed ancora ""There is something of the epic in his life, in the sense that like the life of the Homeric hero, it's a tale of grandiose and extraordinary undertakings."

Questo Berlusconi-epico a combattere "uragani e mostri", in una vita  da eroe omerico dalle imprese straordinarie potrebbe stare accanto alle immagini di seguito proposte.

Berlusconi-Cleone in quanto demagogo: "Asprezanne. / Dagli occhi suoi sprizzavano / baleni piú tremendi che a Cinna. Dardeggiavano / cento lingue d'infami lenoni alla sua testa / d'intorno. Di torrente parea romba funesta / la voce: era il suo scroto, poco ai lavacri avvezzo, / di Lamia, di cammello il cul, di foca il lezzo": (dalla parabasi delle Vespe, nell'infedele ma esilarante traduzione della buonanima del Romagnoli.)

Berlusconi-Crasso in quanto would-be politician e speculatore edilizio dalla crassa arroganza.

Berlusconi-Tersite in quanto parlator torrenziale e maldicente: "di gracchiar non si resta, e fa tumulto / parlator petulante. Avea costui / di scurrili indigeste dicerìe / pieno il cerèbro, e fuor di tempo, e senza / o ritegno o pudor le vomitava / contro [i comunisti] tutti", nella versione del Monti...

Comunque, a detta della Lario, al massimo Dante avrebbe fatto finire il Berluscodisseo (personaggio, mimo, comico più che epico) forse "in some corner of Purgatory"...

Ma in quale angolo? Forse il quinto girone -- Purg.XIX, 115&segg:

""Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara / in purgazion de l'anime converse; / e nulla pena il monte ha più amara. / Sì come l'occhio nostro non s'aderse / in alto, fisso a le cose terrene, / così giustizia qui a terra il merse. / Come avarizia spense a ciascun bene / lo nostro amore, onde operar perdési, / così giustizia qui stretti ne tene / ne' piedi e ne le man legati e presi".


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venerdì, giugno 25, 2004

MEDITAZIONE - 25/6/04

MANIFESTO 25-6

Sommario di I pag.

La repubblica delle ipoteche

La ricetta per rilanciare l'economia? Ipotecare la casa, consumare, favorire la ripresa e salvare la patria, o almeno il governo. Allo studio del dipartimento economico di Palazzo Chigi un provvedimento che permette di usare l'ultima cosa rimasta agli italiani per ottenere denaro: l'abitazione. Dopo la Repubblica fondata sul lavoretto arriva quella fondata sui debiti. Mentre la Ue bacchetta sui conti pubblici e il governo pensa a tagliare l'Irap alle imprese

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IL RIFORMISTA 25-6

Sommario di I pag.

Il subgoverno ce l’ha col tesoriere perché non osa attaccare il principe

Prendiamo il caso del giorno, cioè il rapporto tra il principe Berlusconi e il tesoriere Tremonti. Da quando esiste un principe, esiste il suo tesoriere. Il principe sceglie di fare la guerra, il tesoriere cerca le risorse. Quando le casse sono vuote, impone le tasse e stampa moneta. Se le tasse sono troppo alte, i sudditi si ribellano. Se la moneta è troppa e salgono i prezzi, i sudditi si ribellano ugualmente. Il principe, allora, fa tagliare la testa al tesoriere. Eppoi un complotto di palazzo, o magari una rivolta popolare (o l’una e l’altra cosa insieme) taglia la testa al principe. La storia è sempre la stessa e si ripete all’infinito.

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CITAZIONI

La confusione è al massimo (pur tralasciando le demenziali sortite del presidente del Consiglio sui "brogli elettorali"): il governo è in crisi? è in fibrillazione? o ha solo un mal di pancia? Il berlusconismo dà segni evidenti di crisi profonda. Il governo e la maggioranza (ex?) annaspano e non riescono neppure a decidere con quali dei "poteri forti" tentare di cucire un'alleanza. La confusione è affare degli altri. Non ci piace, perché si tratta del governo del nostro Paese, ma non ci intriga più di tanto. Berlusconi può essere rimandato a casa, anche prima che riesca a fare altri danni.

(Alessandro Curzi, Liberazione 25-6)  

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Abbiamo recentemente scoperto che senza villa non si può pensare di fare il premier perché, altrimenti, i servizi segreti non sarebbero in grado di garantirci l’incolumità. Sarebbe, quindi, l’impossibilità di garantirci un “Palazzo Chigi 2”, che fa il paio - guarda caso - con la “White House 2” di mr. Bush, il nostro limite “costituzionale”. Ridicolo, esagerato? Forse. Ma il grottesco consiste nel fatto che tutto ciò sta accadendo davvero. Non solo perché si stanno mascherando i lavori di ristrutturazione di un immobile privato – che sembrerebbero, peraltro, svolti senza preventiva autorizzazione e, quindi, abusivi – per un’attività richiesta dai servizi segreti. Ma, soprattutto, perché si ha l’ardire, la prepotenza di pensare e, ancor più grave di affermare che questa sia l’unica, inconfutabile verità.

(Aprileonline.info 25-6)

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EUROPA on the Web 25-6

Berlusconi ha vinto. Ecco perché

Per forza è nervoso, anzi come direbbe lui, si è “rotto”: continuano a dire che ha perso. Pretendono addirittura di incassare, minacciano ritorsioni, domandano svolte, rimpasti, verifiche. Invece Berlusconi ha vinto: lo dicono i numeri. I numeri veri, quelli che contano. Per gli scettici, ecco le cifre: cosa volete che importi ad esempio se Forza Italia ha perso l’8,4 per cento rispetto alle politiche del 2001? Tenete a mente questa percentuale piuttosto: +8,8. È la crescita della raccolta pubblicitaria su Mediaset nei primi cinque mesi del 2004. Fra l’altro le stime di crescita di Piersilvio, a differenza di quelle dell’altro, il Genio, si sono rivelate quasi esatte: in un’intervista recente aveva azzardato il 9 per cento in sei mesi. Fatto.

Vogliamo parlare di Fini? Parliamone. Tanto fracasso perché ha perso lo 0,5% rispetto al 2001. Fini: ma Fini-nvest? 96% in più rispetto al 2002, è chiaro? Pari a 240 milioni di euro di utile netto! Altro che deleghe.

Serve gente che sappia come far decollare l’economia, come far quadrare i bilanci, come rilanciare lo sviluppo? La ricetta non ce l’ha Fini: ce l’ha Fini-nvest. Per non dire di Follini, il solito alleato democristiano infido, e dell’ultima sua trovata: scegliere l’Europa per prendere le distanze dal governo e lanciare da Strasburgo le sue minacce col ditino alzato. Follini si sente più forte stando in Europa? Si legga le cifre del debutto europeo di una televisione gemella di Canale 5, del primo giorno di Telecinco sulla borsa spagnola: chiusura in rialzo del 18,2%, il collocamento di maggiore successo negli ultimi tre anni. Ma lo sa Follini che fa tanto lo smargiasso dall’alto del suo 5,9%, quanto vale per il presidente del consiglio quel 18,2%? Quattrocentocinquantacinque milioni di euro in più, sissignori. In un solo giorno. Attraverso il 52% di Mediaset in Telecinco, ovviamente.

Con questi numeri, che cosa pretendono? Possono solo arrampicarsi sugli specchi: le percentuali, quelle che contano, sono tutte a suo favore.

Oltretutto il rapporto con gli industriali resta eccellente (altrimenti perché continuerebbero a farsi pubblicità su Mediaset?), alla faccia di Montezemolo che fa l’occhiolino ad Enrico Letta. E anche Fini (Fini, non Fininvest!) si rassegni: in fondo se le cose vanno a gonfie vele è anche grazie a quel suo Gasparri, così bravo...


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giovedì, giugno 24, 2004

MEDITAZIONE - 24/6/04

CRONACA DI UNA CRISI ANNUNCIATA - 2

L’UNITA’ on-line 24-6

BANNER

«Se così stanno le cose, il governo non c’è più. Io non darò il mio assenso a nulla, tanto meno al decreto taglia spese. Spero di essere stato chiaro. O ci mettiamo d’accordo o An non voterà nulla».

Gianfranco Fini, vice-presidente del Consiglio, Il Corriere della Sera, 23 giugno

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EDITORIALE

Se volete cantare Bella Ciao

di Furio Colombo

Speriamo con tutto il cuore che il secondo turno delle amministrative confermi il primo: tutti i seggi al centro sinistra, perché il centro destra ha governato male, perché Berlusconi deve sapere, come ha saputo nelle elezioni europee e nelle amministrative che si sono concluse al primo turno (come le splendide vittorie di Bologna e di Bari), che non c’è più molta domanda di un prodotto che consiste esclusivamente nelle maniacali esibizioni di un miliardario ossessionato con se stesso. Ieri, affrontato duramente da Fini e Follini, il miliardario ha detto con rabbia e candore: «Per colpa vostra ho perso le elezioni». La ragione è falsa, perché la colpa è sua. Ma è importante che la frase sia stata pronunciata.

Dunque siamo in ansiosa attesa che l’esito finale del ballottaggio confermi dovunque l’evento storico: Berlusconi ha perso le elezioni. Se questo accadrà, perché i cittadini, dovunque si riuniscano per celebrare, non dovrebbero cantare “Bella ciao”, canzone festosa e identitaria che produce legame e fiducia perché ricorda la grande conquista italiana della libertà per tutti? Ne parlo perché ieri nella sua lettissima rubrica, un commentatore cauto e misurato come Paolo Mieli ha scritto: «Chi intona “Bella ciao” in riferimento a uno specifico contesto politico - cioè come citazione anche vaga della lotta partigiana contro il regime fascista di Salò - avrebbe poi il dovere di essere conseguente». Un ammonimento grave che vuol dire, come minimo, andare in montagna, clandestini e armati, in attesa di scendere a valle “per conquistare la nostra libertà”. E conclude: «Ragion per cui mi sento di raccomandare - in vista di probabili vittorie ai secondi turni, domenica prossima - un modo più sorvegliato di esprimere legittima gioia». Curioso Paese quello in cui il proprietario Berlusconi può celebrare ciò che vuole, quando vuole, nel modo che gli piace di più. Ma la sua opposizione deve limitarsi a pacati battimano. Ricordate il costoso trionfo con fondali finti di Pratica di Mare? Non era successo niente, ma per giorni si è celebrato “lo statista Berlusconi” per avere dato una pacca sulla spalla a Putin e una a George Bush, che sono però rimasti esattamente alla stessa distanza (e anzi antagonisti, sulla guerra in Iraq).

In questo stesso Paese viene considerato di cattivo gusto se in una piazza di Bologna, in occasione di una molto attesa e desiderata vittoria per riconquistare il governo della città, la gente in festa intona l’allegra canzone dedicata alla libertà. Francamente non vedo perché si violerebbe il “bon ton” elettorale, cantando “Bella ciao”, e un po’ mi meraviglio che un commentatore ricco di memoria e di esperienze come Mieli non si sia ricordato di “We Shall Overcome” (traduzione alla buona “alla fine ce la faremo”). È un canto religioso di speranza degli schiavi (dunque si può immaginare quanto drastico e dolente fosse il riferimento alla libertà) divenuto l’inno delle marce per i diritti civili, ma non mi ricordo che qualcuno abbia rimproverato a Martin Luther King di non essere più schiavo, trasformatosi nel 1968 nel canto-bandiera dei giovani dimostranti contro la guerra nel Vietnam, e nessuno a dire a quei ragazzi che non erano né neri né schiavi o che questa volta volevano solo la pace. Ai giorni nostri il canto di “We Shall Overcome” si ascolta in tutte le occasioni (soprattutto in scuole e campus universitari) in cui tanti o pochi, una massa o una minoranza, reclamano qualcosa di importante o celebrano un risultato che conta. Per esempio si canta moltissimo per protestare contro i divieti ottusi (vedi la questione della ricerca sulle cellule staminali) del cristianesimo fondamentalista, nella ricerca e nell’insegnamento. Sembra chiaro che i ragazzi americani non devono tornare nella capanna dello zio Tom per cantare l’antica e gloriosa canzone della loro libertà. E non c’è bisogno di andare in montagna, domenica sera, in caso di sconfitta di Ombretta Colli e di vittoria del candidato di centrosinistra Penati, mentre tanti si augurano che quel voto locale a Milano sia l’inizio della fine del regime mediatico di Berlusconi. Basterà cantare “Bella ciao” in segno di saluto e di piccola celebrazione, nella piazza del Duomo a Milano e, sperabilmente, nelle piazze di Vercelli, di Piacenza, di Bergamo. Ad alcuni di noi la memoria partigiana sembra perfettamente intonata a una festa. E poi è un canto che porta bene.


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NOTA -- Da giugno 2003 le MEDITAZIONI arretrate sono consultabili al sito www.bengodi.org/resistere-a-berlusca