mercoledì, settembre 21, 2005

RESISTENZA - 21/9/05

REPUBBLICA on-line 21-9
Berlusconi: "Pronto al voto subito per liberarmi di Follini e Udc"
In caso di crisi ed elezioni anticipate il premier pensa a un esecutivo elettorale

di CLAUDIO TITO
ROMA - "Sapete quale sarebbe la vera discontinuità? La rottura con Follini, una campagna elettorale tutta contro i centristi". Per Silvio Berlusconi questo è ormai il tempo di disegnare il piano per affrontare le prossime elezioni politiche. Architettare tutte le mosse nel tentativo di agguantare Romano Prodi. Un progetto che prevede tappe "interne" e "internazionali". Due colloqui alla Casa Bianca con Bush con tanto di intervento ufficiale al Congresso e soprattutto un'udienza con il Papa, con Benedetto XVI. Un incontro cui la diplomazia di Palazzo Chigi sta lavorando da qualche settimana e che potrebbe tenersi entro Natale. Poi una strategia del dialogo con il mondo degli imprenditori.
Ma soprattutto il Cavaliere vuole regolare i conti con gli alleati. O meglio con l'Udc. Correndo anche il rischio di un'altra crisi di governo e le elezioni anticipate a febbraio. Sia ieri, sia lunedì pomeriggio con i fedelissimi di Forza Italia ad Arcore, è stato nettissimo: "o dentro o fuori, ma subito". "Anzi - è stata la sua riflessione - a questo punto sarebbe quasi meglio che stiano fuori". Una minaccia, certo. Per ora solo una minaccia, tant'è che ancora ieri ha incaricato il ministro dell'interno, Beppe Pisanu, di tentare - confidando nella sua "democristianità" - un'ultima mediazione con il partito di Follini e Casini. Ma l'opzione della "rottura" per il premier non è più residuale.
"La vera discontinuità di Schroeder - ha sibilato contro il presidente della Camera - è stata quella di fare la campagna elettorale contro Lafontaine. La vittoria di Koizumi si poggia sulla coerenza, ha insistito sulla privatizzazione delle Poste anche contro il parere dei suoi alleati. Ha vinto da solo e io devo fare lo stesso". Esempi da traslare in Italia: "Le riforme non le abbiamo fatte per colpa di Follini". La fronda al segretario Udc, per Berlusconi, risolverebbe molti problemi: vorrebbe separare "Pier da Marco", e tirare a se ministri come Buttiglione e Giovanardi. Nel frattempo usa la revisione del Mattarellum come un'arma per stringerli in un angolo lasciando a loro il compito di spegnere il cerino. E infatti per l'inquilino di Palazzo Chigi, lo strappo finale può verificarsi su tre fronti: il primo è la riforma elettorale. Poi la devolution e la finanziaria.
"Ma a questo punto - è il ragionamento del Cavaliere - preferisco arrivare prima al chiarimento. Anche a costo di fare le elezioni anticipate a febbraio e correndo il rischio di un governo elettorale". Per il quale avrebbe già due nomi pronti: il presidente del Senato, Marcello Pera, e il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta. Al posto dell'Udc, nella Cdl entrerebbero la Mussolini, la Nuova Dc di Rotondi e i radicali dissidenti di Della Vedova. "Io devo recuperare il 9-10% di astensionisti di Forza Italia che non sono andati a votare per colpa di Follini. Se ci riesco - è la sua certezza - raggiungo Prodi".
Ormai, però, Berlusconi sta già tracciando il suo personale itinerario elettorale. La prima stazione è il Vaticano. Da alcuni giorni Palazzo Chigi ha chiesto un colloquio con Benedetto XVI. Il "Gran Cerimoniere" dell'incontro è Marcello Pera, da tempo in sintonia con Ratzinger. Il premier, in realtà, vorrebbe che l'udienza si svolgesse tra dicembre e gennaio. A ridosso del voto. Dalla Santa Sede hanno già fatto sapere che il faccia a faccia è gradito, ma non deve interferire nella campagna elettorale.
L'obiettivo del presidente del consiglio è presentarsi come il "vero rappresentante" del mondo cattolico in politica. I Pacs saranno il primo passo per assecondare gli umori delle gerarchie ecclesiastiche che attendono "fatti" su questo versante. I contatti avuti di recente con Monsignor Re, con il segretario di Stato Sodano e con il presidente della Cei Ruini - anche in relazione al caso Fazio - sono andati intensificandosi. Basti pensare che in un primo momento era stato calendarizzato persino un viaggio a Cracovia per partecipare alla cerimonia di insediamento dell'Arcivescovo Dziwisz, il segretario particolare di Papa Woytila.
Anche il cordone sanitario allestito intorno al Governatore della Banca d'Italia è stato voluto tenendo presente le pressioni cardinalizie (in primo luogo Re e Sodano) e l'importanza, in periodo di elezioni, della potente Opus Dei. Un'operazione di avvicinamento cui hanno lavorato lo stesso presidente del Senato e il fedelissimo di sempre, Marcello Dell'Utri.
Nello schema berlusconiano, poi, c'è anche la politica estera. A ottobre andrà a salutare Koizumi in Giappone e Bush a Washington. Il Cavaliere interverrà persino al Congresso Usa e ha fatto sapere al presidente americano che preferirebbe accettare l'invito per i primi mesi del prossimo anno. Sfruttando così telecamere e taccuini sempre a ridosso del voto.
Oltre al capitolo Udc, l'agenda "interna" prevede almeno altri due punti: gli imprenditori e la par condicio. A fine agosto - raccontano i ben informati - avrebbe chiamato "amici" come Doris, Ligresti e Tronchetti Provera invitandoli a schierarsi. A cominciare dai consigli di amministrazione di grandi gruppi editoriali di cui fanno parte.
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CORSERA 21-9
Follini: «Metastasi? Parola da non usare mai»
Il leader dell'Udc infuriato: «Frase che amareggia prima di indignare»
ROMA - «Definire metastasi i propri alleati è una frase che non aiuta né il buon governo né l'alleanza e che amareggia prima di indignare. Si tratta di argomenti che non dovrebbero essere usati mai».
Appena giunto alla direzione del partito riunita mercoledì in anticipo rispetto a giovedì per fare il punto sulla situazione nella Cdl, il leader dell'Udc Marco Follini ha risposto con toni meno diplomatici di ieri alle espressioni di Berlusconi.
Al segretario centrista non sono andate giù le dichiarazioni del premier, le sue metafore "infelici" sulle metastasi, i toni ultimativi. E se ieri si era limitato a chiarire che «il problema non è tenere fuori gli alleati ma dentro gli elettori», oggi il leader centrista è stato più diretto. Quello di Berlusconi, secondo Follini, «non è il mondo di conquistare gli elettori» e men che meno «di rapportarsi agli alleati».
Immediata la reazione del portavoce del premier Bonaiuti: «Berlusconi non ha mai detto "alleati metastasi"». E sull'ipotesi di elezioni anticipate avanzata da alcuni organi di stampa, il portavoce ha aggiunto: «Un'idea infondata».
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STAMPA 21-9
EDITORIALE
Silvio improbabile povero ricco
di Riccardo Barenghi
Non si scherza sulla povertà, non si fa della facile ironia su chi oggi è povero ma neanche su quelli che lo sono stati e magari - per fortuna loro - non lo sono più. E' il caso del nostro presidente del Consiglio, che ieri ci ha ricordato che «essendo stato povero in passato» lui sa benissimo «cosa significa far quadrare i conti». E' vero, quando era fanciullo, forse anche ragazzo, Berlusconi non viveva certamente in una famiglia ricca. Si è fatto ricco più tardi e tutto da sé (o quasi). Dunque, grande rispetto per tutti i poveri, di oggi e di ieri, si chiamino Rossi o Berlusconi, siano tra i più miseri dei miseri o tra i dieci più ricchi del mondo.
Ma sarà perché è sempre l'ultima immagine che rimane impressa, sarà perché ormai il pregiudizio è entrato a far parte di noi come fosse una metastasi, sarà perché troppo abituati a leggere di ville in Sardegna e in Liguria, in Lombardia e alle Bermude, di aerei e elicotteri privati, sarà per quel che volete ma francamente non è facile immaginare Berlusconi quando era povero. Quando non gli quadravano i conti, quando a fatica metteva insieme il pranzo con la cena, quando per pagare le bollette doveva indebitarsi, quando la carne la mangiava due volte al mese mentre le patate tutti i giorni. Chi di voi riesce a ricordarsi quando la televisione non esisteva? Ecco, quando lei non c'era, lui mangiava patate.
Altri tempi, altra epoca. Adesso la tv c'è, eccome se c'è, da decenni che c'è e lui da decenni mangia patate solo quando gli vanno. Ma come diceva il ragazzo della via Gluck di Celentano, «non si scorda la sua prima casa, ora coi soldi lui può comprarla» (ne ha comprate parecchie infatti). Non si scorda che cosa vuol dire guadagnare quanto non basta. O forse, chissà, ormai se lo sarà anche scordato ma vuol farci sapere che invece no, che ce l'ha scolpito nella sua memoria perché l'ha vissuto, l'ha subito.
E adesso che gli italiani poveri sanno che anche lui è stato come loro, che cosa faranno? Lo sentiranno più vicino, addirittura solidale, gli perdoneranno i suoi lussi, lo invidieranno, si industrieranno per diventare come lui, lo voteranno più volentieri, lo faranno vincere di nuovo?
Oppure si ricorderanno della sua ultima dichiarazione dei redditi, dalla quale risulta che il nostro presidente del Consiglio guadagna 12 milioni di euro l'anno, cioè un milione di euro al mese, cioè 33 mila al giorno, cioè 1400 l'ora, praticamente 23 al minuto. Poveraccio.

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MEDITAZIONE - 21/9/05

APRILEONLINE 21-9
Andremo a votare a gennaio?
Il governo si incarta su riforma elettorale, devolution e Dpef
Il cardinale Ruini, intanto, ha già aperto la campagna elettorale
[Angelo Notarnicola]
C’è una singolare convergenza tra gli attacchi vaticani sui Pacs e la discussione sulla legge elettorale.
Questo “casuale” sincronismo tra i due eventi potrebbe essere legato all’esistenza di due progetti politici, che rimangono, per il momento, ancora sullo sfondo: da una parte il bipolarismo, sostenuto da Prodi, Berlusconi, D’Alema, Fini e Bossi, dall’altra il neo-centrismo di Rutelli, Casini, Mastella e Follini e alcune determinanti componenti dei poteri forti, in primis la Cei guidata dal cardinale Ruini.
Il primo attacco neo-centrista non è andato a buon fine. Ricordiamo come, nei giorni scorsi, l’Osservatore Romano abbia colpito Prodi, evidentemente ritenuto dal potere vaticano “non idoneo” a ricoprire alte cariche dello Stato italiano, con un titolo dai toni decisamente forti: “Alla ricerca di voti, lacera la famiglia”. E come nel bel mezzo del baillame suscitato dall’accusa, la maggioranza abbia fatto piombare alla Camera la “legge truffa”, sponsorizzata in primis da Casini. In quell’occasione, come abbiamo già dimostrato su questo giornale, il presidente della Camera ha voluto giocare d’azzardo (coperto da qualcuno?) pensando di portare a casa riforma elettorale e leadership, pur facendo a meno della Margherita e di Rutelli. L’ostruzionismo compatto di tutti i settori del centrosinistra, compresi Margherita e Udeur, ha fatto naufragare la proposta elettorale, così come le quotazioni di Casini di occupare un alto scranno istituzionale, già dalla prossima legislatura.
In questi giorni, i centristi dei due schieramenti dopo essersi riorganizzati ci stanno forse riprovando, ma la strategia sembrerebbe diversa.
Il 17 settembre, Rutelli, messe da parte le incomprensioni con i dirimpettai della coalizione di centrodestra, ha volutamente sparigliato la compattezza del centrosinistra con le dichiarazioni rilasciate sul sito ufficiale del suo partito (abilmente trasmesse alla stampa) in cui ha introdotto nel dibattito politico i Ccs, contratti di convivenza solidale, semplici contratti di diritto privato stipulati tra i contraenti al posto dei Pacs (voluti da Prodi a da tutte le forze laiche della coalizione).
Subito dopo aver innescato l’ennesima polemica nel centrosinistra, ci ha pensato Ruini in persona a scendere direttamente nell’agone politico: “Non vi è alcun reale bisogno di norme che, come i Pacs istituiti in Francia, potrebbero portare ad un piccolo matrimonio, ad un oscuramento della natura e del valore della famiglia e a un gravissimo danno al popolo italiano”.
L’attacco di Ruini a Prodi e al centrosinistra ha trovato l’immediato consenso di tutti i componenti della Cdl ed ha aperto nuovamente il dibattito nel centrosinistra tra laici e cattolici, facendo apparire a tutti le enormi divergenze che esistono nella coalizione.
Approfittando delle divisioni emerse nel centrosinistra e degli attacchi della Cei a Prodi, Berlusconi ha tentato un nuovo approccio con i centristi sulla riforma elettorale: “La riforma elettorale in senso proporzionale sarebbe una legge onesta. Non c’è nessuna truffa. C’è tutto il tempo per approvare questa legge, in questa fase della legislatura siamo assolutamente in tempo”. E, di seguito, ha aggiunto: “L’Udc ha fatto una proposta che va accolta con rispetto da parte di tutti”.
Berlusconi sa bene di avere poche possibilità di vittoria e che queste sono legate ad una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale, ma sa anche di aver bisogno di un sistema bipolare che gli consenta di non essere scavalcato da un progetto neo-centrista, qualora sia sconfitto alle prossime consultazioni. A questo è legato l’intervento in suo aiuto di Alleanza nazionale, partito a cui il
neo-centrismo è inviso per gli stessi motivi del leader di Forza Italia. Ronchi, il portavoce di An: “La legge elettorale può essere proporzionale a patto che non si tocchi il bipolarismo”.
Dopo le dichiarazioni di Berlusconi, Casini ha rinviato ad ottobre la discussione parlamentare sulla devolution, sostanzialmente anticipando in agenda la riforma elettorale prevista per il 29 settembre. Ora, i riflettori sono puntati sui lavori della direzione dell'Udc convocata anticipatamente (era prevista per giovedì prossimo) per stamattina. Anche il leader di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, ha anticipato seppur di poche ore il suo rientro da New York.
L’intervento di Ruini a gamba tesa su Prodi sembrerebbe aver ridato fiducia a Berlusconi.
Ma le caute e ambigue affermazioni di Follini vanno purtroppo per lui in una direzione diversa. Nelle sue parole non c’è alcuna fretta di approvare la legge elettorale, anzi: “La riforma elettorale e la devolution sono due passaggi difficili da attraversare. Prodi ha alzato un muro e nella maggioranza ci sono tante perplessità. Se ce la convenienza e il dialogo si fa, se no…”. Follini, a differenza di una settimana fa quando ambiva a riforma elettorale e leadership della coalizione, sembra aver assunto tutto un altro atteggiamento.
Indiscrezioni di Palazzo ci suggeriscono che la riforma elettorale, ultima ancora di Berlusconi, non passerà, così come a quel punto non sarà neanche approvata la devolution. Il governo, dopo questi due fallimenti, non supererebbe lo scoglio del Dpef e potrebbe cadere portando al voto anticipato le due coalizioni già dal prossimo gennaio.
Un’ombra però aleggia su queste consultazioni. Le parole di Ruini inquietano non poco i sonni dei laici di questo paese: “In vista delle prossime elezioni politiche, i vescovi italiani intendono attenersi senza incertezze alla linea di non coinvolgersi con scelte di schieramento politico o di partito e di richiamare invece all'attenzione di tutti, e in particolare dei credenti, i principi e criteri dell'insegnamento sociale della Chiesa”. Poi, il porporato ha aggiunto: “Il patrimonio del referendum non deve essere disperso ma al contrario valorizzato e incrementato, in ordine a tutta una serie di problematiche rispetto alle quali i referendum sulla procreazione assistita hanno rappresentato solo un momento iniziale”.
Tutto farebbe supporre che la prossima campagna elettorale potrebbe avere un nuovo protagonista con il chiaro intento di demonizzare le forze laiche progressiste, di indebolire l’Unione di Prodi e di far convergere quanti più voti possibili al centro dei due schieramenti, con il chiaro intento di promuovere un neo-centrismo, dalla prossima legislatura.
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IL RIFORMISTA 21-9
Corsivo
La casa delle libertà obbedisce
Em.ma
È impressionante la prontezza con cui autorevoli esponenti della Casa delle Libertà (!) hanno espresso l’intenzione di seguire le indicazioni del Cardinale Ruini. Impressionante non perché mi aspettassi un gesto di autonomia e dignità da persone che si genuflettono anche di fronte a Berlusconi. Il mio stupore sulla prontezza dell’inchino è dovuto al fatto che, avendo il Cavaliere recuperato i Taradash e i Calderisi, i suoi uomini sarebbero stati almeno un po’ cauti. Niente affatto. Eppure in quella Casa si trovano liberali di antico e nobile lignaggio come Antonio Martino, repubblicani che portano il nome di La Malfa, antichi collaboratori di Riccardo Lombardi come Cicchitto. E giornalisti come Egidio Sterpa, liberale anche lui, il quale quando scrive sul Giornale sembra non solo l’erede di Cavour, ma di Ernesto Rossi e Mario Pannunzio. Ieri, nell’editoriale di Del Debbio, il Giornale ci spiegava che Ruini aveva tutto il diritto di esprimersi nei termini in cui si è espresso, e nei servizi (pag. 9) un bel titolo recitava: «Per il centrodestra sono parole sante», con dichiarazioni entusiastiche di Forza Italia, An, Udc e Lega. Però Rutelli li ha fottuti: ha anticipato il Cardinale!

martedì, settembre 20, 2005

RESISTENZA - 20/9/05

DISPERATO,
BERLUSCONI SI PARLA ADDOSSO
“In un colpo solo manda in soffitta il partito unico, «con il quale si perdono i voti» e rilancia sul proporzionale, «altro che legge truffa è una legge onesta». Ma attacca anche a testa bassa Prodi, definendolo «futile, banale, vecchio» e si toglie qualche sassolino, sarebbe meglio dire macigno, contro gli alleati. Ai quali spedisce un messaggio chiaro e forte: «Dovete tutelare la mia immagine, basta attaccarmi altrimenti prima o poi esploderò». Poi un'espressione fortissima: «Basta con le metastasi nella Cdl».”
(Corsera, sommario, 20-9)
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REPUBBLICA on-line 20-9
Follini è una delle "metastasi interne al centrodestra"
Prodi è un "vecchietto futile e banale"
ROMA - Nel caso la Cdl si presentasse alle elezioni raccolta in un solo partito perderebbe dal 10 al 13 per cento dei voti. Lo ha rivelato stamane Silvio Berlusconi spiegando perché ha deciso di rinviare la nascita del partito unico del centrodestra e perché, a suo avviso, l'attuale fase politica richiede un ritorno al sistema elettorale proporzionale. Anche se, ha precisato il premier, la vittoria del centrodestra può in realtà essere messa in discussione solo "dalle metastasi interne". Una macabra metafora che ha fatto scattare l'immediata replica del segretario dell'Udc Marco Follini. "Il vero problema della Cdl - ha commentato il leader centrista - è mantenere il voto degli elettori, non disfarsi di alcune componenti". La tensione comunque è tale dentro la maggioranza da aver convinto l'Udc ad anticipare a domani mattina la direzione del partito, inizialmente prevista per giovedì.
Parlando del rinvio del progetto di partito unico il premier ha poi messo in guardia come la mancata unificazione non può essere motivo per giustificare gli attacchi ricevuti in queste settimane dagli alleati. "Un giorno o l'altro esploderò - ha commentato Berlusconi - e quando vedrò che la mia immagine non corrisponde più alla realtà" sulla base di quello che viene detto e scritto di me "esploderò e dirò 'o con me o fuori'". L'immagine del leader della Cdl, secondo Berlusconi "dovrebbe essere difesa da tutti", soprattutto dagli alleati, e invece "non viene mai tutelata".
Spiegando poi la necessità di rinviare la nascita del partito unico, il premier ha spiegato che "ove non avessimo tutti i simboli di tutti i partiti perderemmo dal 10 al 13%". Considerazione che "mi ha convinto - ha chiarito Berlusconi - della necessità di rinviare il progetto a dopo le elezioni". Immediata è invece, a parere del premier, la necessità di un ritorno al sistema proporzionale in quanto esisterebbe "un'emergenza tecnica verificata dai sondaggi".
"Mi sono convinto - ha spiegato Berlusconi - che tutte le componenti della Cdl devono rappresentarsi con il proprio simbolo". In particolare gli anziani, ha sottolineato il premier, "se non capiscono bene cosa votare, non votano. Così aumenta il numero degli indecisi".
Al di là del sistema elettorale in funzione, per ottenere il successo alle politiche del 2006 è comunque indispensabile secondo il presidente del consiglio che sia lui a guidare la coalizione di centrodestra. "Sono l'unico in grado di tenere unita tutta la Cdl - ha sottolineato il premier - Sono l'unico candidato che è in grado di tenere ancorata la Lega. E' un sacrificio enorme fare quello che faccio, ma se non l'avessi fatto avremmo consegnato il Paese alla sinistra".
Ma anche qui le parole di Berlusconi hanno trovato una puntuale precisazione da parte di Follini che ha spiegato di essere disponibile a sostenere una candidatura di Fini a palazzo Chigi non avendo "nessun pregiudizio od obiezione nei suoi confronti". "Fra di noi - ha chiarito - non c'è nessuna ostilità, solo qualche divergenza su temi come la legge elettorale".
Il premier infine ha auspicato che la coalizione non venga "bacata" dall'interno, che "delle metastasi" favoriscano un'erosione continua. "C'è un solo esito che ci può negare la vittoria: se noi vogliamo perdere", ha concluso Berlusconi.
Quanto a Prodi, "Da lui solo vecchiezza, non ha argomenti."
Duro, il botta e risposta tra Berlusconi e Prodi. "Loro - ha attaccato il premier - non hanno tirato fuori nulla. Avete mai sentito gli argomenti di Prodi? Solo futilità, banalità e vecchiezza. Non hanno nessun argomento". Affermazioni che hanno fatto scattare l'immediata replica del leader dell'opposizione. "Non mi sembra - ha risposto Prodi - che sia questo il modo di cominciare una campagna elettorale. Parliamo per favore di contenuti e di problemi in un Paese che ne ha tanti".
L'affondo del presidente del Consiglio è arrivato dalla convention del partito unico. "Non è vero - ha detto Berlusconi - che sono avanti nei sondaggi, perché i numeri che ho io, confermati anche ieri, dicono che noi e loro siamo al 48,3%". "Il fatto che dimostra che la sinistra non è avanti - ha proseguito il premier - è che non vogliono la legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza. Se sono così sicuri di vincere perché non la vogliono?".
Il premier è poi tornato sull'annunciata disponibilità ad avere dei confronti televisivi con lo sfidante nel corso della campagna elettorale. "Certo che io vorrei fare i conti con Prodi in tv, voglio avere anche mille incontri con Romano Prodi". "Io sono assolutamente sicuro, per questo dico sì all'incontro con Prodi, sono sicuro di cosa viene fuori", ha detto il premier ricordando il suo recente intervento a Cernobbio davanti agli imprenditori "quando sono riuscito a capovolgere completamente l'umore della platea".
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L'UNITA' on-line 20-9
Berlusconi silura il partito unico
Punta tutto sulla legge truffa
La Germania, la paralisi, non lo preoccupano. E neppure le divisioni nella Casa delle Libertà. Silvio Berlusconi è e resta un convinto “proporzionalista”. Perché? Ma lo spiega lui stesso: perché gli esperti di manipolazioni elettorali gli hanno spiegato che solo così ha ancora la possibilità di raschiare un 10-13 percento di voti. Quanto al partito unico del centrodestra - una sua idea -, ormai è passato in cavalleria. Se ne riparla nella prossima legislatura. Silvio Berlusconi lo dice proprio dalla tribuna della assemblea costituente del centrodestra sul progetto di casa comune dei moderati. Ma lo ripeterà anche al vertice tecnico sulla legge elettorale al ministero delle Riforme. Ora il piano è un altro.
Silvio Berlusconi si è svegliato presto martedì. Di buon ora è passato a Palazzo Grazioli. Si è fermato un’oretta, poi è andato alla riunione dell'assemblea costituente del partito unitario della Cdl a Palazzo Wedekind. E lì ha spiegato le riflessioni notturne. Niente partito unico, anche con lui leader, non gli interessa più. C’è una «emergenza tecnica» - spiega - «che mi ha convinto della necessità di rinviare il progetto a dopo le elezioni».
Quale “emergenza tecnica”? Chiama così i sondaggi, forse, che lo danno a nove punti sotto il candidato dell’Unione Romano Prodi? «Prodi è solo futilità, banalità, vecchiezza», sbava Berlusconi al microfono. E mentre va avanti si inalbera sempre più. «Un giorno o l'altro esploderò e quando vedrò che la mia immagine non corrisponde più alla realtà», dice puntando il dito ancora una volta sui giornalisti. «Esploderò e dirò: o con me o fuori», s’invelenisce immaginando già la vendetta e qualche epurazione stile bulgaro. Con chi ce l’ha? Ma naturalmente contro RaiTre e in particolare contro la trasmissione Blob di Enrico Ghezzi e la puntata dedicata al fido alleato Umberto Bosi. «Noi non abbiamo mai usato la tv pubblica, non parliamo di quella privata, per fare una sola trasmissione contro i nostri avversari politici – sostiene il Cavaliere - Guardate, invece, in questi giorni. È ricominciata la campagna elettorale. Su Raitre, sul “Blob” dell'altra sera hanno mandato in onda tutti i pezzi peggiori, ma tutti i giorni c'è qualcosa, tra cui uno veramente indecente su Umberto Bossi. Mi riferisco a un pezzo su quel che è capitato al leader della Lega: è una cosa che mi ha fatto veramente rivoltare lo stomaco perché questi signori della sinistra cambiano nomi e atteggiamenti ma sono sempre gli stessi. Come normale azione hanno quella di ribaltare la realtà delegittimando e ridicolizzando i loro avversari».
Dunque è questa l’emergenza tecnica? No. Quella l’ha spiegata prima con maggiore calma. «Ove non avessimo tutti i simboli di tutti i partiti – aveva spiegato - perderemmo dal 10 al 13%». «Tutti gli esperti sono d'accordo su questo». Si tratta dunque di una «emergenza tecnica», per l’opposizione invece il nome è diverso: si chiama “legge truffa”. E infatti neanche un proporzionalista convinto come Fausto Bertinotti è caduto nel tranello.
Berlusconi, naturalmente, attacca anche la sinistra. Anzi contro «questi menagramo della sinistra» che diffondono solo un pessimismo che incide in maniera determinante sui consumi e gli investimenti. Sostenuto da due “angeli custodi”: il vicepremier Giulio Tremonti e l'azzurro Ferdinando Adornato. Lui dice che a volte «questi menagramo», i profeti di sventura che lui odia, non sono solo della sinistra. Chi intenderà? Forse l’Fmi che stima per l'economia italiana nel 2005 una crescita nulla, l’anno prossimo al massimo al 1,5% e un rapporto deficit-Pil proiettato al 4,3% quest'anno e 5,0% il prossimo. Secondo Berlusconi l'economia italiana «non va così male come si vede in tv o si legge sui giornali».

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MEDITAZIONE - 20/9/05

STAMPA 20-9
EDITORIALE
IL GRANDE CENTRO
SPAZZEREBBE VIA

GLI ATTUALI CONTENDENTI
A VANTAGGIO DI POCHI
di Riccardo Barenghi
E se pareggiassimo anche noi? Se ad aprile Prodi ottenesse gli stessi voti di Berlusconi, se la Casa delle libertà eguagliasse l’Unione, se nessuno dei due avesse la maggioranza per governare?
L’ipotesi è improbabile ma non impossibile, e visto quel che accade in Germania tanto vale provare a immaginare quel che potrebbe accadere in casa nostra. Parlare oggi di «grosse Koalition» italiana fa rabbrividire (quasi) chiunque, a destra e a sinistra. Ci mancherebbe che gli avversari si mettessero in piena campagna elettorale a discutere di come equalmente potrebbero andare insieme al governo qualora pareggiassero. Nessuno è così incosciente da azzardare una sola parola in questa direzione, seppure non sono pochi quelli che ci pensano. Il pareggio in fondo è una delle tre possibilità, esattamente come nel calcio: meglio metterlo in conto.
Nel caso nessuno riuscisse a battere l’altro, le alternative sarebbero due: o si fa un governo tecnico-balneare che ci porta rapidamente a nuove elezioni, oppure si fa un governo tutti (quasi tutti) insieme. Non è difficile prevedere che da una parte e dall’altra si alzerebbero barricate per evitare l’ammucchiata (a cominciare da Prodi e Berlusconi), ma contemporaneamente comincerebbe un lavorìo intenso (già se ne parla), per rimuovere quelle barricate. Intanto perché il Parlamento si sarebbe insediato e molti dei nuovi eletti non avrebbero nessuna voglia di rischiare il posto appena guadagnato; poi perché le campagne elettorali costano e i partiti tanti soldi non ce li hanno (in particolare a sinistra). Ma soprattutto perché ci sarebbe (ci sarà) qualche emergenza da affrontare subito, l’economia o nuove crisi internazionali. E chi potrebbe farlo meglio di un governo sostenuto da una larga maggioranza parlamentare, per di più bipartisan? Da noi si chiama governissimo.
Non sarebbe certo un passaggio indolore: polemiche feroci, strappi, lacerazioni, scissioni. Ma alla fine potrebbe anche accadere che, per senso di responsabilità o per opportunismo, per paura di perdere o per quel che si vuole, le due parti principali degli schieramenti opposti si mettano d’accordo. Magari cominciando dal primo impegno che si troverà di fronte il nuovo Parlamento, l’elezione del Presidente della Repubblica. Un’occasione d’oro per chi pensasse a un’alleanza che fa la prova generale con il voto condiviso sul Capo dello Stato e si trasforma poi un’intesa politica e di governo.
I due non vincitori, Berlusconi e Prodi, sarebbero ovviamente i primi a saltare dalla giostra. Mai come in questo caso sarebbe vero il simul stabunt simul cadent, nessuno di loro potrebbe aspirare al Quirinale, nessuno dei due a Palazzo Chigi. Entrambi sarebbero costretti (con le buone, o più probabilmente con le cattive) a lasciare il campo. Così come fuori dal gioco uscirebbero, di loro spontanea volontà, Bertinotti e Bossi, i Verdi e i comunisti di Diliberto, Occhetto e Di Pietro (chissà), pezzi di An, i prodiani della Margherita, magari anche la minoranza dei Ds.
Ma anche tolti tutti questi, in campo resterebbe comunque parecchia gente. Casini, Follini, Fini, Forza Italia, Rutelli, Marini e gran parte del loro partito, tutto Mastella, i socialisti e i radicali, D’Alema, Fassino e una buona fetta del loro partito. Per molti di loro – soprattutto per i Ds – il prezzo da pagare sarebbe piuttosto alto, difficile spiegare agli elettori che si va al governo con coloro che fino al giorno prima sono stati gli avversari, i nemici, il peggio del peggio. Ma l’economia preme, le riforme sono urgenti, l’Europa pretende stabilità. E allora, se Berlusconi si fa da parte sul serio, ci si potrebbe anche mettere d’accordo su un programma di un paio d’anni: le cose fondamentali, le famose Riforme, e poi torniamo alle urne.
Magari alla fine anche con una nuova legge elettorale proporzionale, che seppellirebbe il bipolarismo nel frattempo stremato dalla cura del governissimo. Cioè del Grande Centro, sempre minacciato, auspicato o paventato, ma mai nato. Con Casini al Quirinale, Rutelli a Palazzo Chigi, Monti all’Economia e D’Alema (forse) agli Esteri. Un sogno per qualcuno, un incubo per tutti.

lunedì, settembre 19, 2005

RESISTENZA - 19/9/05

REPUBBLICA on-line 19-9
CARTA CANTA
di Marco Travaglio
Trova l'errore
"Se la maggioranza cercherà di adottare una legge elettorale senza il consenso dell'opposizione ci opporremo con tutti i mezzi, in Parlamento e nel Paese. In nessun paese mai si è cambiata una legge elettorale durante la campagna elettorale, e in Italia la campagna elettorale è cominciata. Non si possono cambiare le regole del gioco quando è iniziata la partita".
(Silvio Berlusconi, leader dell'opposizione, La Padania, 5 ottobre 2000, a sette mesi dalle elezioni).
"Questa legge elettorale è una cosa che si deve fare all'inizio della legislatura? No, non mi pare. E' questo il momento per farla, casomai. Si può lavorare di notte, di sabato, di domenica... Dipende tutto dal fatto se nella maggioranza c'è un accordo".
(Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, Adnkronos, 14 settembre 2005, a sette mesi dalle elezioni).
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ITALIENI 19-9
Berlusconi cerca di modificare la legge elettorale
"Un furto", "una truffa", "un colpo di stato istituzionale". La sinistra italiana non si placa e minaccia di bloccare i lavori parlamentari dopo la proposta di Silvio Berlusconi di modificare la legge elettorale a pochi mesi dalle elezioni. "Nella storia delle nazioni e dei parlamenti ci sono dei momenti nei quali è in gioco la democrazia. Questo, per l'Italia, è uno di quei momenti", ha dichiarato solennemente il leader del centrosinistra Romano Prodi. Mentre tutti i sondaggi danno la Casa delle libertà largamente sconfitta dall'Unione, Silvio Berlusconi ha proposto un nuovo sistema di voto che, allo stato attuale delle cose, potrebbe permettergli di continuare a governare anche se ottenesse pochi voti.
Le Temps, Svizzera [in francese]
http://www.letemps.ch/template/international.asp?page=4&article=163646

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MEDITAZIONE - 19/9/05

APRILEONLINE
IL petrolio e la Grosse Koalition
[Nane Cantatore]
Per capire che cos’è davvero l’economia del tardo capitalismo basta seguire una pista, anche piuttosto facile: quella del petrolio.
Il circuito di produzione e distribuzione degli idrocarburi è un coacervo di tutti gli elementi più semplici e brutali del sistema economico e politico in cui viviamo, e non solo per l’aspetto più evidente, quello di governi che utilizzano le ricchezze del loro sottosuolo unicamente per realizzare politiche di potenza, che badano comunque a essere sempre compatibili con gli interessi delle grandi aziende petrolifere.
Il dato più significativo è costituito dal funzionamento di queste multinazionali, capaci di utilizzare tecniche di finanziamento estremamente evolute, sostanzialmente diverse da quelle classiche: in pratica, il petrolio che verrà pompato tra mesi o anni è già venduto oggi, sotto forma di opzioni, future e altri derivati finanziari, e le compagnie petrolifere campano a rischio zero, con la possibilità di costruire enormi trust internazionali, in cui alla politica di controllo dei prezzi si aggiunge quella delle relazioni con i diversi regimi locali e, quando necessario, dell’orientamento di quella dei nostri bei sistemi democratici.
Di fatto, il sistema dei future non è poi così complicato: si compra oggi un bene che sarà disponibile dopo un certo intervallo di tempo, scommettendo sul prezzo che avrà in quel momento; se il prezzo di questo bene tende a salire oltre le stime, allora si fa decisamente un buon affare. Il problema è che questi sistemi tendono a innescare aumenti vorticosi dei valori di listino, che poi finiscono per esplodere nella classica bolla speculativa, che scoppia nel momento esatto in cui l’ultimo pollo ha portato i suoi ultimi soldi sul mercato: una dinamica che si è già vista, per esempio nella crisi delle borse asiatiche degli anni Novanta.
Fin qui, niente di nuovo; i punti interessanti, però, sono due.
Il primo è che il petrolio non è esattamente libero di fluttuare come gli pare, visto che il prezzo viene deciso più o meno a tavolino, dalle poche multinazionali americane, britanniche, olandesi ed europee che controllano l’estrazione e la distribuzione del greggio; una circostanza che Jean Claude Trichet, presidente della Bce, ha dimostrato di conoscere molto bene, quando ha affermato che il prezzo del petrolio tenderà a non scendere.
L’altro fatto riguarda un apparente paradosso: se si utilizzano strumenti finanziari molto sofisticati, l’atteggiamento dei produttori continua ad essere quello della vecchia scuola marginalista, secondo cui, quanto più una merce è ricercata, tanto più è opportuno che questa sia scarsa in proporzione alla domanda, perché così i prezzi continuano a salire. Questa concezione è abbandonata in quasi tutti i rami dell’economia, dato che si dimostra di fatto insostenibile: basta guardare cosa succede con i prodotti tecnologici, che producono ricchezza solo se l’offerta è tanto disponibile da stimolare nuova domanda.
Del resto, il petrolio è, in tutti i sensi, un prodotto vecchio, una fonte di energia costosa, inquinante e poco efficiente dal punto di vista economico, perché promuove rendite di posizione insostenibili. Esistono fonti alternative di energia, disponibili e sperimentate, ed esistono tendenze in atto in diversi Paesi d’Europa, verso la graduale sostituzione dei combustibili fossili. Già si può ricavare il gasolio dalle piante, l’energia solare e quella eolica coprono una fetta crescente del fabbisogno di diversi Paesi come la Danimarca e la Germania, per non parlare dell’idrogeno come carburante alternativo, con una tecnologia nata in Europa (per i sottomarini tedeschi della classe U-212), sulla quale si sta puntando molto, ma forse non ancora abbastanza. Uno degli effetti tipici delle logiche marginaliste, infatti, è la promozione di comportamenti opposti, che si allontanano dalla merce più scarsa per reperirne altre, maggiormente disponibili.
Se queste altre “merci” poi sono beni comuni, come il sole, l’aria o il vento, allora la portata del cambiamento è davvero epocale, e dovrebbe esserne chiara la profonda valenza politica.
È chiaro che tutto questo vale poco o nulla in Italia, ma non è un caso che sia sempre più presente nel dibattito politico in diverse parti d’Europa. È esemplare il caso della Germania, con il cancelliere Schröder che ha lanciato come impegno per la prossima legislatura la radicale diminuzione della dipendenza dal petrolio. Caso esemplare anche perché la Cdu vuole tornare al nucleare o, per dirla meglio, tenere operative fino alla fine del loro ciclo di vita le attuali centrali, rallentandone l’attuale processo di chiusura. Obiettivi non certo incompatibili, se si formerà un governo di grande coalizione tra la Spd e il partito di Angela Merkel. E, nel bene e nel male, la Germania ha sempre dato il tono all’Europa continentale.

domenica, settembre 18, 2005

MEDITAZIONE - 18/9/05

REPUBBLICA on-line 18-9
EDITORIALE
Una legge vergognosa


in cerca d'autore

E' improbabile che questa legge passi in Parlamento
Chi ci ha provato dovrebbe ora vergognarsi

di EUGENIO SCALFARI

Tra le tante cose incomprensibili di questa agitata stagione ce n'è una che è la più incomprensibile di tutte: perché mai Berlusconi non abbia voluto le elezioni anticipate. Non parlo dell'interesse nazionale, che è l'ultima delle sue preoccupazioni, ma parlo del suo proprio ed egoistico obiettivo.
Opposizione rissosa e frastornata, la "leadership" di Prodi in bilico, Udc in disperata ricerca di visibilità, Alleanza nazionale spaccata e in preda a una crisi di nervi.
Se avesse avuto intelligenza politica Berlusconi avrebbe colto al volo quest'ultima occasione. Ma evidentemente il nostro "premier" è privo di intelligenza politica. Dopo di allora il declino berlusconiano si è trasformato in una rotta. Purtroppo sulla pelle del Paese. E lo si vede da due segnali inequivocabili: il vicolo cieco imboccato con la presentazione del disegno di legge elettorale e il vicolo altrettanto cieco in cui si è infilato il ministro del Tesoro con l'abbozzo di legge finanziaria redatto dal suo ministero e accolto con furore dall'opposizione, dalla maggioranza, dalle parti sociali e insomma da tutti.
La proposta di riforma della legge elettorale in senso radicalmente proporzionalistico non ha genitori. E' nata orfana. L'autore è ignoto e tale rimarrà. Il governo la disconosce. I partiti della maggioranza pure, tranne la Lega. Fini si tura il naso. Follini, che pure ha preteso il proporzionale con una tenacia degna di miglior causa, ha già dichiarato che se dovesse passare nella versione attuale il suo partito uscirà dalla Casa delle libertà.
Addirittura. In Forza Italia gran parte dei deputati e dei senatori sono in rivolta, soprattutto quelli siciliani, lombardi e veneti, cioè il cuore stesso del berlusconismo, che temono d'essere spazzati via dal nuovo meccanismo delle liste e delle circoscrizioni a dimensione regionale con l'utilizzo dei resti in sede nazionale.
Chi ha voluto questo indecoroso pasticcio? Non si sa. Una cosa sola risulta chiara: quattro "sherpa" guidati dall'ineffabile Calderoli hanno tentato un colpo di coda con l'intento di mandare al macero il 7 per cento dei voti che probabilmente confluiranno sui piccoli partiti del centrosinistra che non dovessero superare la soglia del 4 per cento. L'effetto di questo trucco (furto) sarebbe quello di tagliare il 7 per cento dei voti complessivi del centrosinistra, trasformando la sua probabile vittoria in una probabile sconfitta.
Questo è soltanto uno degli effetti di questa fantomatica riforma ma è il più evidente. Inutile aggiungere che è anche palesemente incostituzionale perché dividerebbe i voti espressi in due categorie: quelli sopra la soglia del 4 per cento e quelli sotto. I primi pesano, i secondi vengono mandati al macero, non solo non contano per l'attribuzione dei seggi (che è un meccanismo legittimo) ma figurano inesistenti anche nell'attribuzione del premio di maggioranza alla coalizione che abbia ottenuto più voti.
C'è un vizio di incostituzionalità grande come una montagna in una disposizione che lede vistosamente la parità dei voti espressi. Penso che il Capo dello Stato rileverebbe questa circostanza nel momento della promulgazione della legge. E se non lui, la Corte costituzionale.
Su questo terreno, che è quello delicatissimo dell'organizzazione del consenso, la dittatura della maggioranza è inaccettabile, chi ci prova ne resta marcato per tutta la vita e perde ogni diritto a proclamarsi democratico, liberale e per di più moderato.
Chi ci ha provato dovrebbe ora vergognarsi.
E' improbabile che questa legge passi in Parlamento.
L'opposizione ha fatto bene a decidere l'ostruzionismo a tutto campo. Ricordiamoci che Mussolini instaurò il regime grazie alla legge elettorale Acerbo che trasformò una minoranza in una maggioranza. Dieci anni dopo con analogo meccanismo il partito nazionalsocialista prese "legalmente" il potere in Germania. Non voglio certo fare alcun paragone di merito, ma di metodo sì. La sfacciata manipolazione del consenso è inaccettabile e merita ritorsione e impedimento nell'ambito della legalità.
Se in Italia ci fosse una destra seria e pulita come in Germania si potrebbe discutere se sia più praticabile e più vantaggioso affidare ad essa il compito di rafforzare il mercato e la concorrenza e ibridarlo con la redistribuzione della ricchezza man mano prodotta. Oppure se affidare alla sinistra un compito analogo con le differenze di valori, priorità, strumenti che questa diversa scelta inevitabilmente comporta.
Ma da noi quest'ipotesi è del tutto libresca perché quella destra seria e pulita non c'è. Non ce n'è neanche l'ombra. Tanto meno c'è l'ipotesi di un'alleanza al centro. Ci si può alleare con i creativi di spot? Con chi ha promesso la luna e pensa di cavarsela con un bonus di 100 euro per le famiglie bisognose? Con chi ha frantumato la concertazione e la pace sociale, ha usato la maggioranza a proprio beneficio, ha indebolito le istituzioni di garanzia, s'è impegnato a ridurre le tasse e rilanciare gli investimenti e ora cerca risorse vendendo immobili, strade, spiagge, tagliando i soldi agli ospedali e ai Comuni, bloccando le spese dei ministeri e quindi le prestazioni della pubblica amministrazione?
Dopo di noi il diluvio: è questa l'eredità che lasceranno i dilettanti al potere. Gli italiani scelsero molto male nel 2001, giustificati dall'illusionismo dell'illusionista. Si spera in un ravvedimento operoso.
(versione ridotta)

sabato, settembre 17, 2005

RESISTENZA - 17/9/05

L'UNITA' on-line 17-9
Sommario di I pag.
Legge truffa, Berlusconi frustrato
Bossi frena - Casini: «Non c'è convinzione»
Più che una retromarcia è una ritirata. Il boomerang della “legge truffa” torna a colpire il centrodestra. Berlusconi, Letta, Fini, Follini (e Calderoli, che se ne è andato quasi subito), tutti seduti attorno a un tavolo, non hanno trovato un accordo sulla riforma. E adesso scendono in campo anche Bossi e Casini. Il “senatur” dal Monviso, con l’ampolla in mano per il ritrovato rituale della raccolta dell'acqua del Po, dichiara: «Bisogna essere cauti nel fare certe scelte». Il presidente della Camera dalla Scozia: «Nella maggioranza non c'è convinzione comune».
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EDITORIALE
Attenti all’esercito in fuga
Berlusconi è un personaggio di sicura inaffidabilità etica che ha costruito le proprie fortune sul raggiro dell’avversario

di Antonio Padellaro
Prima di tutto: attenzione alle trappole. Sulla truffa elettorale, infatti, è bene non fidarsi delle presunte divergenze della destra: Fini contro Follini, la Lega che si smarca, Berlusconi che media e cose del genere.
È vero che il ritorno al proporzionale nasce dal ricatto politico esercitato dell’Udc su Berlusconi: se tu non cambi sistema elettorale noi andremo da soli al voto del 2006. Ma poi, visto che gli avevano messo un’arma in mano il cavaliere ha pensato bene di usarla contro l’opposizione. Loro andranno avanti comunque, come hanno sempre fatto ogniqualvolta si è trattato di imporre il tornaconto della confraternita (e sommamente l’interesse personale del priore), e non importa quale fosse il prezzo da far pagare al paese. Intanto, hanno già cerchiato la data sul calendario parlamentare, giovedì 29 settembre, dimostrando di voler dare subito un futuro al Calderolum o Truffarellum passando sopra le proteste dell’opposizione. Ma soprattutto ignorando (così sembra) l’appello del capo dello Stato al presidente del Consiglio affinché s’impieghi la legislatura che resta in qualcosa di più importante per il paese come la Finanziaria e la legge sul risparmio (e sul mandato a termine di Fazio).
Non si commetta però l’errore di prendere per buone le profferte di dialogo avanzate nelle ultime ore da Berlusconi. Da un personaggio di sicura inaffidabilità etica e che ha costruito le proprie fortune sul raggiro dell’avversario ci si può solo attendere che offra il ramoscello di pace tenendo nascosto un nodoso bastone. E poi dialogare su cosa? Una legge concepita con premeditato disegno ingannevole ai danni dell’opposizione (facendola perdere se dovesse vincere) tale resterà, qualunque correttivo si pensi di introdurre. Chiedere al tacchino di partecipare al pranzo di Natale, non è un po’ troppo? Guai a farsi distrarre dalle false promesse. Questi al potere non ci rinunciano tanto facilmente.
E qui veniamo all’altra ragione che dovrebbe costringere il popolo dell’Unione ad essere, d’ora in avanti, quanto mai vigile. Ovvero: attenzione agli eserciti in fuga. Quando un regime frana si verificano fenomeni incontrollabili e minacciosi. Da una parte, la fuga dei gerarchi a cui spesso segue il trasferimento, armi e bagagli, sulla trincea opposta (e qui già ci siamo visto che lo stesso Berlusconi parla di topi che abbandonano la nave). Ma c’è anche il bunker, l’arroccamento disperato, il sogno dell’arma segreta capace di rovesciare il corso degli eventi, di trasformare (appunto) gli sconfitti in vincitori e viceversa. Lo avevamo già scritto che pensare di avere già vinto poteva rappresentare per l’Unione l’errore fatale. Che Berlusconi di armi segrete (atomiche o truffaldine) ne aveva parecchie a disposizione. E che le avrebbe usate tutte. E che le userà tutte, stiamone certi, pur di averla vinta. Non ci ripeteremo dal momento che la realtà ha superato ogni immaginazione.
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IL RIFORMISTA 17-9
Sommario di I pag.
Incastrare l’Udc, incolpare Prodi
Ecco la via d’uscita del Cavaliere
La mission è assai impossible. Perché per portare a casa la proporzionale, Silvio Berlusconi dovrebbe risolvere tre enormi problemi. Il primo porta i nomi di Gianfranco Fini e Marco Follini, il secondo quello di Carlo Azeglio Ciampi, il terzo è la disponibilità dell’Unione o di parte di essa a sostenere la nuova legge elettorale.
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CITAZIONE
Siamo avvezzi, da anni, ai paradossi e agli impazzimenti della politica. Ma stavolta sulla riforma elettorale, il centrodestra sta superando davvero ogni record: in meno di una settimana, ha presentato una proposta "unanime", si è battuto come un leone contro la medesima fin quasi ad affondarla, infine - ieri - l'ha ripescata, da Palazzo Chigi, con una certa solennità. Tutto da solo, governo e opposizione, subgoverni e subminoranze, "riformisti" e "conservatori", in rovesciamenti di alleanze interne a dir poco vorticosi: ora siamo, addirittura, all'asse tra Berlusconi e Follini, la principale delle serpi in seno al Cavaliere, mentre si accendono amori inediti tra Fini e Calderoli, tra i "padani" e gli ultimi nazional-tricolori. Ma qual è, alla fin fine, il succo di tutta la faccenda? Che il centrodestra, la maggioranza politica che in questi ultimi quattro anni ha governato così male l'Italia, non c'è più: non sta più insieme. Che il berlusconismo è proprio finito: come leadership e come collante.
(Rina Gagliardi, Liberazione 17-9)

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MEDITAZIONE - 17/9/05

APRILEONLINE 17-9
Discontinuità o crisi di governo?
Berlusconi continua a credere di poter vincere
[Leo Sansone]
Aria di crisi per il terzo governo Berlusconi. C'è chi ne parla apertamente e chi lo sussurra, mentre la Camera è semi paralizzata dall'ostruzionismo dell’opposizione contro "la legge truffa".
Alcuni esponenti del centro-sinistra indicano il naufragio dell'esecutivo come una possibilità reale e a stretto giro di posta. Lo scontro nel centro-destra sulla riforma elettorale può scivolare "sino al punto da aprire la concreta prospettiva di una crisi di governo", dice Ugo Intini, capogruppo dello Sdi a Montecitorio. Pecoraro Scanio si esprime in dialetto napoletano. "La Casa delle libertà è crepata", chiosa perentorio il presidente dei Verdi. Un esponente dello stato maggiore Ds è solo un po' più cauto: "La crisi? E' possibile. L'Udc si è messa in autonomia dalla maggioranza. Ha un obiettivo neocentrista. Qualche idea del genere –avverte – c’è anche nel centro-sinistra. Non è la stessa idea, ma c’è qualche affinità".
Ricapitoliamo la vicenda. Nel centro-destra l'intesa è durata meno di 24 ore. Dopo mesi di richieste di un sistema elettorale proporzionale da parte di Marco Follini e settimane di trattative riservate e formali, nel pomeriggio di martedì è stato siglato l'accordo su un progetto di legge proporzionale con premio di maggioranza più soglia di sbarramento del 4% (i voti sono perduti sotto questo tetto sia per il partito sia per la coalizione). Ma il giorno dopo, mercoledì, già non esisteva più l'intesa. L'Udc, il partito di Casini e di Follini, non escludeva un sub emendamento alla Camera per abbassare o abolire la soglia di sbarramento, il punto più contestato dall’Unione. Gianfranco Fini temeva la fine del maggioritario e sentenziava: il bipolarismo non si tocca. Poi faceva partire un siluro: “An non voterà la legge elettorale se non dopo che il Parlamento avrà posto il quarto e definitivo voto sulla riforma della Costituzione”. Traduzione: il presidente di An si fa paladino della ‘devolution’ di Umberto Bossi, in passato duramente criticata da lui proprio insieme all’Udc. Subito arrivava la replica di Follini: “La proporzionale non è né un colpo di stato né un tuffo nel Medioevo”. Attenzione alle conseguenze.
E adesso? L’imputato è il sistema elettorale proporzionale. I fautori del maggioritario sono i grandi partiti (Forza Italia, Ds, parte della Margherita ed An). Ma per molti, sia nel centro-destra sia nel centro-sinistra, l’era del bipolarismo, il pilastro della cosiddetta seconda repubblica, è finito per la crisi irreversibile del fenomeno Silvio Berlusconi. Soprattutto i partiti minori (Udc, Nuovo Psi da una parte e un’ala della Margherita, l’Udeur, il Prc, il Pdci, i Verdi e lo Sdi dall’altra parte) sono intimamente proporzionalisti “senza se e senza ma”. Ora la gara è nel catturare i voti moderati in libera uscita da Forza Italia che già alle elezioni regionali ha perso circa la metà del suo elettorato. Il cavaliere ha mangiato la foglia e prende tempo. Annuncia un vertice del centro-destra sulla riforma elettorale per poi avanzare “una proposta aperta senza diktat” all’Unione mentre alla Camera l’esame della riforma slitta al 29 settembre. Nello stesso tempo il presidente del Consiglio mette le mani avanti: la riforma elettorale in discussione è dell’Udc e, se non si ritrova l’intesa nella Casa delle libertà, sarà Forza Italia ad andare da sola alle elezioni politiche di primavera.
Già, le elezioni. Chissà se si arriverà a primavera. Un deputato dell’opposizione confida: “Ho parlato con Casini, vuole fare la crisi di governo a fine ottobre. Ormai si è convinto a far correre da sola l’Udc alle elezioni politiche”. Il presidente della Camera, per ora, continua e si limita a porre i soliti problemi avanzati per tutta l’estate. Chiede “discontinuità”, invita il centro-destra a cambiare “o andremo incontro ad una sconfitta disastrosa”. E ai primi di settembre insisteva: “La questione della leadership resta centrale”.
L’era di Berlusconi è al tramonto. C’è insoddisfazione perfino dentro Forza Italia. Un esponente del partito del cavaliere dice: “Doveva ritirarsi due anni fa e far fare un governo a Gianni Letta, un saggio democristiano. Invece ha perso tempo nelle verifiche e nell’esecutivo dei segretari di partito che è pure fallito. Ora è tutto complicato”. Il presidente del Consiglio, invece, mostra ottimismo. I sondaggi, dice, “ci danno alla pari” con il centro-sinistra, “vinceremo noi”. Incredibile. “Nella testa della gente succedono cose strane, non è vero?”, diceva Humphrey Bogart, nel film Nebbie. Gli esempi non mancano, basta guardarsi intorno.

venerdì, settembre 16, 2005

RESISTENZA - 16/9/05

REPUBBLICA on-line 16-9
CARTA CANTA
di Marco Travaglio
A volte ritorna
"Il signor Berlusconi è un serpente che avvelena la democrazia. E' incapace di gestire le libertà democratiche continuando a infangare Alternativa Sociale, ma l'esito del voto, come lui sa bene dai sondaggi che mastica, sarà molto amaro per lui."
(Alessandra Mussolini, 31 marzo 2005)
"Che galante, Silvio: mi ha riconquistata con una pietra rosa. Vedremo se la pietra che mi ha regalato farà effetto. Ma devo dire che l'immagine dell'Italia all'estero è certamente migliorata con il governo Berlusconi, rispetto a Prodi... Nessun problema per me a entrare in una coalizione con Storace e Fini: quello che è successo è successo, ma ora non è che non ci guardiamo più in faccia..."
(Alessandra Mussolini, Libero, 27 agosto 2005)
"L'incontro con Berlusconi in Sardegna è andato bene. E' stato cordiale e simpatico. Alla fine mi ha regalato un ciondolo con una pietra rosa che significa serenità. Con An ci sono state, in passato, battaglie dure, ma sempre vere e alla luce del sole, senza coltellate alle spalle. L'intesa è possibile in nome dell'anticomunismo, che per me è genetico."
(Alessandra Mussolini, il Giornale, 27 agosto 2005)
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L'UNITA' on-line 16-9
Sommario di I pag.
Legge truffa, Berlusconi media
Ciampi: i problemi sono altri
Dopo aver benedetto la nuova legge elettorale e poi minacciato la rottura con gli alleati, Berlusconi ora promette all'Unione una proposta senza diktat. Freddo Prodi: «Faccia la sua proposta. Noi aspettiamo». Continua in Parlamento l'ostruzionismo dell'opposizione. E continuano i litigi fra An e Udc. Ancora un monito di Ciampi: «Impiegare le ultime sedute delle Camere per dare risposta ai problemi più urgenti della societa»».
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CITAZIONE
Parlamento in stand-by, spunta l'ipotesi di scioglimento delle Camere. E se Berlusconi avesse il coraggio (e l'onestà politica) di Schroeder? L'aula semivuota della Camera dei deputati è una fotografia di fine legislatura. Riuscirà l'ex invincibile armata berlusconiana a tagliare il traguardo della legislatura? Cominciano ad essere in tanti a chiederselo. Il gran capo, sua maestà il presidente del Consiglio, vorrebbe restare in campo fino al novantacinquesimo. Ma il resto della squadra?
(Frida Nacinovich, Liberazione 16-9)
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CORSERA 16-9
EDITORIALE
Le nuove leggi usate come mortaretti
Berlusconi dovrebbe occuparsi di altre questioni importanti
Sarebbe auspicabile ma non c'è da farci affidamento

Paolo Franchi
Dice Silvio Berlusconi che prima o poi, più prima che poi, potrebbe risolversi a fare come il giapponese Koizumi, e insomma a mandare a quel paese alleati infidi e riottosi per rivolgersi direttamente al popolo sovrano. Può anche darsi. Ma, nell'attesa, non si può fare altro che rimirare, vagamente allibiti, lo spettacolo di sé quotidianamente offerto da questa maggioranza. Cominciando dalla più stretta attualità. Era lecito (anzi: persino doveroso) immaginare che, decidendo di mettere in campo in extremis una proposta di riforma elettorale destinata in partenza a scatenare le più aspre reazioni dell'opposizione, il centrodestra avesse fatto bene i suoi conti: un accordo di ferro sulla proposta in questione, un'altrettanto ferrea determinazione a condurla in porto.
Neanche per idea, di accordo non si parla, di determinazione a vincere la battaglia ancora meno, il ritorno al sistema proporzionale più o meno corretto che non piace a Carlo Azeglio Ciampi non ha già né padri né madri.
Cosicché, a fronte degli esperti, o presunti tali, che hanno buttato giù il testo incriminato persino i saggi della baita di Lorenzago rischiano di fare la figura dei padri costituenti. L'accordo montano ha retto, il suo parto, quella riforma costituzionale di cui la devolution è parte essenziale, è a un passo dalla doppia lettura parlamentare. O meglio: formalmente lo è, politicamente lo è molto meno. Perché il segretario dell'Udc, Marco Follini, rende noto che lui, a dare il via a una devolution che non apprezza più di tanto senza che prima sia stata discussa e approvata la riforma elettorale, non ci pensa nemmeno. Può darsi anche che bluffi, Follini, e che già si disponga a fare macchina indietro. Ma nessuno, proprio nessuno, se la sentirebbe di giurarci su, tanto meno Berlusconi-Koizumi, che ha buoni motivi per reputarsi il vero bersaglio di tanto impeto riformatore. E di conseguenza nessuno capisce bene come farà a tirare avanti il governo, e tanto meno se, quando e come si verrà a capo delle riforme in questione. Che non sono propriamente delle riformette.
Basta? Non basta. Perché il Parlamento, nelle poche sedute utili che ha a disposizione (meno di trenta se, come è probabile, si voterà il 9 aprile) dovrebbe occuparsi, oltre che della Finanziaria, di una quantità di questioni importanti. La legge sul risparmio (quella che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto risolvere anche il caso Fazio), per esempio. Ma anche le intercettazioni telefoniche, e le modifiche alla legge Cirami. Sarebbe già assai improbabile che riuscisse a farlo con successo in un contesto normale: che riesca a farlo con questi chiari di luna nella Casa delle Libertà sembra pressoché impossibile.
Dunque? Dunque sarebbe auspicabile che la maggioranza, invece che accendere fuochi fatui, costringendoci tutti a fingere di appassionarci sulle sorti di riforme che probabilmente non vedranno la luce, provasse a stabilire quale tra tante promesse (o minacce) pensa ragionevolmente, tenendo conto dello stato in cui versa, di poter realizzare. Sarebbe auspicabile. Ma non c'è da farci affidamento.

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MEDITAZIONE - 16/9/05

UN PAESE IN MANO AI SENZA-VERGOGNA…
…ancora per poco, si spera
IL RIFORMISTA 16-9
EDITORIALE
FURTI IN RAI
Parli di Gelli e spunta la coda
Di carte sparite, la storia italiana degli ultimi sessant’anni ne è fin troppo piena ed è per questo motivo che non vorremmo che l’introvabile faldone crescesse ancora di più. Ci riferiamo al misterioso furto avvenuto ieri a Roma in un ufficio della Rai, l’Internal auditing, dove lavorano i funzionari incaricati delle inchieste interne. Secondo le agenzie, a sparire dalla cassaforte sarebbe stato anche il fascicolo relativo a Gianluca Ciardelli. Ai nostri lettori il nome di Ciardelli è noto sin dal sei luglio scorso, quando abbiamo dato notizia della sua assunzione a Viale Mazzini su presunte pressioni del berlusconiano Fabrizio Del Noce, direttore di Raiuno, e del previtiano Gianfranco Comanducci, capo del personale. Un’assunzione curiosa per molti versi: perché fatta in fretta e furia prima dell’accordo politico su Petruccioli presidente e Meocci direttore generale e soprattutto perché Ciardelli, classe ’60, è il figlio della segretaria di Licio Gelli, il venerabile piduista della massoneria deviata.
Dopo la pubblicazione del nostro articolo, prima il diessino Beppe Giulietti in commissione di Vigilanza poi il margheritino Nino Rizzo Nervo, neo-componente del consiglio di amministrazione della Rai, hanno chiesto chiarimenti sulla vicenda, riuscendo però a ottenere solamente una risposta evasiva da parte di Comanducci: «È stata un’assunzione regolare, Ciardelli ha dimostrato di avere tutti i titoli per diventare funzionario». Ma questa risposta, evidentemente, non è stata sufficiente a evitare l’inchiesta interna condotta dall’Internal auditing. Tra l’altro, il suo esito finale sarebbe dovuto arrivare proprio ieri. Solo che l’altra notte alcuni ladri sono riusciti a rubare alcuni fascicoli dall’ufficio della Rai, fra cui, appunto, quello di Ciardelli. Coincidenza o che altro?

giovedì, settembre 15, 2005

RESISTENZA - 15/9/05

L'UNITA' on-line 15-9
Sommario di I pag.
Legge truffa, lo stop di Ciampi
E Berlusconi continua a litigare coi “suoi”
«Una battaglia di resistenza», ha detto Romano Prodi. E così è stato: a Montecitorio, dove si stanno esaminando alcune modifiche al codice di procedura penale, l'opposizione non entra in aula e continua a far mancare il numero legale. Intanto il blitz elettorale crea scompiglio nella Cdl: scontro fra Fini e Follini. Maroni attacca l'Udc, Berlusconi minaccia: «Se va avanti così, Forza Italia da sola». Il presidente della Repubblica interviene con un duro monito: «Basta con le piccole dispute. La politica non guardi indietro».
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EDITORIALE
Il penultimo colpo di mano
di Nicola Tranfaglia
Sarà l’ultimo colpo di mano quello compiuto dalla cosiddetta «Casa delle libertà» presentando un emendamento, altrimenti detto “accordo tecnico” con singolare spregio della sostanza politica che contiene, capace da solo di archiviare il sistema bipolare maggioritario, i collegi uninominali e tutti i voti che non confluiscono nei partiti maggiori? O nei ventidue giorni di lavoro che rimangono ancora alle Camere ci sarà posto anche per l’ultima approvazione del disegno di legge n.5744 che prevede la riforma costituzionale con il premierato assoluto e la devoluzione voluta dalla Lega Nord?
Se così fosse, gli italiani nell’aprile 2006 quando saranno chiamati alle elezioni politiche generali si troverebbero nello stesso tempo con le regole del gioco profondamente cambiate e con un testo costituzionale nuovo che distrugge l’equilibrio tra gli organi costituzionali, indebolisce le prerogative e le facoltà del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale, distrugge l’unità dello Stato e stabilisce per i cittadini diversi diritti sull’istruzione, la sanità e l’ordine pubblico secondo la Regione in cui accada loro di vivere, creando la figura inedita di un primo ministro che ha in ostaggio le Camere e può scioglierle a suo piacimento.
E si può fare tutto questo nella parte finale di una legislatura che, a partire dall’anno successivo alle elezioni del 13 maggio 2001, ha registrato costanti e crescenti sconfitte della maggioranza attuale fino a giungere, con le elezioni regionali del 2005, a lasciare nelle mani della coalizione di centro-destra un pugno esiguo di regioni di fronte a una maggioranza assai estesa di regioni governate dal centro-sinistra?
Se si guarda contemporaneamente ai due colpi di mano finali di Berlusconi e dei suoi alleati Casini e Follini, che di volta in volta lo ricattano e lo sostengono, appare chiaro il significato della presentazione di quell’unico emendamento che, per quanto inaspettato, introduce un sigillo tombale sulla democrazia rappresentativa nel nostro Paese, come si è andata costituendo nel sessantennio repubblicano.
Sono passati poco più di dieci anni dai due referendum popolari che hanno introdotto a grandissima maggioranza nel nostro ordinamento l’abolizione del voto di preferenza e l’ordinamento maggioritario, sia pure con la presenza del 25 per cento proporzionale a livello nazionale. Ed ora quella volontà popolare espressa in un momento decisivo di crisi del sistema politico e di affermazione della società civile contro lo strapotere dei partiti viene semplicemente accantonata, come se non contasse nulla, come se gli italiani non avessero già detto attraverso il voto che volevano riappropriarsi della propria volontà e contare di più nella vita politica nazionale.
Se a questo si aggiunge il disegno di revisione costituzionale approvato con l’opposizione compatta di tutto il centro-sinistra e caratterizzato da vistosi pasticci e contraddizioni, si ha una prova ulteriore di un modo di procedere che ha assai poco di democratico e risponde a una visione privatistica e prepotente della cosa pubblica da parte di una maggioranza parlamentare che non corrisponde più alla volontà popolare come hanno dimostrato più volte tutte le consultazioni popolari.
Ha avuto ragione Romano Prodi, di solito così calmo e misurato, a parlare di colpo di mano e di tentativo di sovvertire la democrazia nel nostro Paese. Noi siamo convinti, come il leader dell’Unione, che ci troviamo di fronte a qualcosa di più che una semplice emergenza democratica.
Siamo, al contrario, in un’ora decisiva per la nazione giacché mai come questa volta soltanto una forte mobilitazione dal basso può permettere all’opposizione parlamentare unita di reggere all’attacco che viene portato in Parlamento contro le regole fondamentali del confronto democratico.
Soltanto se gli organi costituzionali, a cominciare dal Capo dello Stato, sentiranno che la maggioranza degli italiani sono decisi a manifestare e a battersi con forza e decisione contro il piano ormai chiaro della maggioranza di sovvertire le regole della democrazia, sarà possibile fermare la marcia di una strana compagine che parla sempre di moderazione ma nei momenti cruciali adotta regolarmente le mosse estremistiche tipiche di una nuova destra populista.
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CITAZIONI
Mezzo trucco, mezzo pasticcio
(Luigi La Spina, titolo editoriale, Stampa 15-9)
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Disapprovo molto che sia soltanto una riforma «salva Berlusconi», e cioè concepita soltanto nell’interesse suo e dei suoi di vincere le elezioni. Come purtroppo è. Il veleno del progetto del Polo sta nel premio di maggioranza. Con questa furbata i partitini della sinistra faranno perdere all’Unione un 9-10% del suo voto complessivo, mentre Berlusconi riacchiapperà anche Alessandra Mussolini e non manderà al macero neanche un voto. Il premio di maggioranza congegnato dal Polo è davvero una truffa. Il povero Berlusconi (per dire è sprovveduto, non certo per dire che gli manchi il denaro) ha scoperto solo di recente che «la carenza del nostro sistema è che non c’è la regola democratica della maggioranza e della minoranza all’interno delle coalizioni». Scoperta esatta. Ma scoperta ovvia, risaputissima. Se Berlusconi leggesse qualcosa o se avesse qualcuno che legge per lui, saprebbe che la regola maggioritaria si applica (e non sempre facilmente) all’interno dei singoli partiti, non certo a una coalizione di una molteplicità di partiti. Comunque se il problema è che anche la sua coalizione è risultata ingovernabile, Berlusconi ci dovrebbe spiegare come la sua riforma elettorale affronti e risolva quel problema. Non lo farà. Per alcuni conta soltanto il carpe diem; per lui conta soltanto il carpe electionem.
(Giovanni Sartori, Corsera 15-9)
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Con questa maggioranza e con questo parlamento, la riforma elettorale rischia di fare la fine delle dimissioni di Fazio. Nemmeno il collante della conservazione del potere sembra più in grado di garantire l’unità e la determinazione di questa maggioranza, perché ormai le sue componenti hanno prospettive talmente diverse che il potere dell’uno non è il potere dell’altro. L’Unione grida al golpe. Ma per fare un golpe ci vuole un generale e delle truppe. Il centrodestra, al momento, non dispone né dell’uno né delle altre.
(Il Riformista, editoriale 15-9)
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PROMEMORIA
Siamo ancora nell’Italia di Berlusconi
ITALIENI 15-9
La riforma su misura
Perfino i militanti di Forza Italia sono rimasti di sasso. A sei mesi dalle elezioni, Silvio Berlusconi vuole cambiare la legge elettorale, farla finita con il sistema maggioritario e tornare al proporzionale. Una legge favorevole al centrodestra, che potrebbe continuare a governare anche se ottenesse meno voti del centrosinistra. "La democrazia italiana è in pericolo", ha detto il leader
dell'opposizione Romano Prodi. Il sistema maggioritario è sempre stato uno dei punti fermi di Forza Italia: grazie a esso nel 2001 Berlusconi ottenne una maggioranza più ampia di quella che gli avrebbe attribuito il proporzionale.
El País, Spagna [in spagnolo]
http://www.elpais.es:80/articulo/elpporint/20050915elpepiint_18/Tes/?print=1
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La Michael Moore europea
Sabina Guzzanti ha imparato a sue spese cose vuol dire fare bene il proprio lavoro. Questa giovane imitatrice televisiva ha fatto ridere tutta Italia: con una parrucca grigia e un'austera cravatta si trasformava in Massimo D'Alema, con
un cuscino sotto la camicia era la copia di Silvio Berlusconi. Il quale, però, non ha gradito lo scherzo. E l'ha licenziata. Dopo due anni di lontananza dal piccolo schermo Sabina Guzzanti è tornata: questa volta sul grande schermo, come la Michael Moore europea, con un documentario - "Viva Zapatero" - che racconta come e perché è stata imbavagliata.
The Independent, Gran Bretagna [in inglese]
http://news.independent.co.uk:80/europe/article312725.ece


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MEDITAZIONE - 15/9/05

EDITORIALE
MANIFESTO 14-9
L'ultimo broglio
GABRIELE POLO
L'ultima trovata di un governo in caduta libera di consensi e dilaniato da lotte intestine è una nuova legge elettorale.
A pochi mesi dal voto, per cancellare i collegi che cinque anni fa decretarono il trionfo del centro-destra e che oggi annunciano la sua sconfitta; e per ricomporre con un po' di colla da figurine un'alleanza divisa su tutto.
Il gioco è molto chiaro - e un po' sporco - al punto che gli stessi ideatori della riforma elettorale non sono affatto certi che vedrà mai la luce, mentre sono certissimi che il progetto servirà a tendere la mano alla parte più turbolenta della Casa delle libertà, l'Udc.
In altre parole si gioca con quello che, almeno sulla carta, è il principio costitutivo della democrazia rappresentativa - il voto - per rincorrere un obiettivo del tutto contingente, la coesione di una parte politica. Il fine ultimo è la conservazione del proprio potere, il rimanere in sella a tutti i costi, sia nel caso che la riforma passi che in quello più realistico che tutto si risolva con l'acquietamento dei centristi.
Ed è proprio questo uso spregiudicato delle norme che illumina sinistramente il quadro istituzionale. Di fronte alla crisi della rappresentanza politica le regole vengono manipolate a seconda delle convenienenze. I sondaggi indicano un crollo del governo nei collegi? Si può tentare di modificare i confini degli stessi andando a integrare zone a rischio con territori più sicuri. E se la cosa non va in porto si fa un bel ribaltone alla vigilia del voto e ci si inventa un'altra formula anche a costo di violare il dio del maggioritario (per mano degli stessi che lo hanno sempre incensato, a partire dal culto del capo assoluto). Poco importa poi se non se ne farà nulla: la grande riforma abortita sarà servita a uso interno per affermare una nuova alleanza di potere.
Il paradosso è che in questa macelleria istituzionale venga rilanciato il proporzionale, il sistema di per sé più pulito e democratico, da tempo affossato proprio per dare una conseguenza istituzionale al vento liberista, per poter fare «riforme» che hanno distrutto la costituzione materiale del paese e intaccato fortemente quella formale consegnataci dall'antifascismo, per fare guerre e perseguire sciagure d'ogni genere.
Ma è un paradosso relativo, perché l'ipotesi in campo prevede un premio di maggioranza che fa impallidire la legge truffa d'antica memoria, per cui una vittoria relativa si traduce in potere assoluto in parlamento.