BERLUSCONI SILVIO, detto “Er Sòla”
ovvero
LA TRUFFA COME UNA DELLE BELLE ARTI
L’UNITA’ on-line 19-4
Sommario di I pag.
Berlusconi balla da solo
An: «Pronte le dimissioni dei ministri» - Giovedì la fiducia
Imbarazzo e tensione in Alleanza nazionale. Nessuno si dimette, per ora. Ma tutti i ministri hanno consegnato il loro mandato nelle mani di Fini, che parla di «rammarico» per le scelte del premier. Dimissioni congelate, insomma, in attesa di ascoltare cosa dirà Berlusconi mercoledì alle Camere. Giovedì al Senato si vota la fiducia. L'Udc conferma l'ipotesi di appoggio esterno. E Pisanu, intanto, tiene pronto il decreto per le elezioni anticipate.
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REPUBBLICA on-line 19-4
CARTA CANTA
di Marco Travaglio
Pieno sostegno
"Io ho una coalizione che mi sostiene".
(Silvio Berlusconi, Ballarò, 5 aprile 2005).
"Fini deve essere impazzito se davvero pensa di poter fare lui il candidato premier nel 2006... Quelli dell'Udc sono davvero pronti a passare di là, io lo dico da tempo... Ma io non mollo, non ho nessuna intenzione di mollare… E ci provino a farmi fuori, ma alla luce del sole, se sono capaci. Poi mi dicono come si presentano agli elettori... Perché io non getto la spugna".
(Silvio Berlusconi, citato da Paola Di Caro, Corriere della Sera, 11 aprile 2005).
"Non capisco, proprio non capisco questa liturgia democristiana. Ho il sospetto che Casini e Follini tramino per farmi fuori, oppure per avere ciccia, tanta ciccia…”
(Silvio Berlusconi, il Messaggero, 17 aprile 2005).
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Berlusconi sceglie la Lega
Annunciato accordo poi il premier fa saltare tutto
Follini: "Lo aspettiamo in Parlamento" – Fini furente
ROMA – La crisi di governo si è risolta con un colpo a sorpresa di Silvio Berlusconi: quando i due vicepremier Gianfranco Fini e Marco Follini avevano dato per certo il Berlusconi-bis, con la diffusione di note ufficiali e dichiarazioni in televisione, il premier è salito al Quirinale e ha detto a Ciampi di non volersi dimettere. Vuole tornare alle Camere, spiega - al contrario dell'accordo preso durante il vertice della Casa delle libertà - con un governo "nella pienezza dei suoi poteri" e verificare "come reagisce il Parlamento".
"Lo aspettiamo alle Camere" è il laconico commento di Follini. Al Senato, Berlusconi dovrebbe riferire mercoledì.
Gianfranco Fini, furente, ha protestato con Palazzo Chigi per la mossa del Cavaliere, che ha cambiato le carte dopo aver concordato con lui la dichiarazione scritta, diffusa dopo il vertice della Cdl. Nella nota Fini, dopo essersi speso nella mediazione, definiva "corretta la decisione del premier di dimettersi" e giudicava "possibile in tempi brevissimi" il rilancio della Cdl.
Ma Berlusconi non si fida. E fa carta straccia di ogni intesa. Vuole andare in Parlamento e proporre lui una nuova squadra di governo, e un programma di fine legislatura, in modo che sia chiaro che non si muove dietro diktat, ma ha in mano la gestione della crisi. Alle Camere, il premier intende chiedere la fiducia, per un nuovo esecutivo, a tutti i partiti della Cdl: chi si sottrarrà, si assumerà le responsabilità della rottura.
Difficile capire lo svolgimento dei fatti. Una lettura maliziosa la fornisce il leghista Giancarlo Giorgetti, con una metafora sportiva: "Che volete che dica? Cross di Bossi e rovesciata di Berlusconi. Roba da fuoriclasse...".
"Ci ha preso in giro - avrebbe ammesso Follini con i suoi - ma almeno io mi sono dimesso. Fini invece...". Molto più duro un ex esponente centrista del governo: "Berlusconi deve annunciare le sue dimissioni. Se non lo fa, avremo le mani libere e potremmo anche farlo cadere".
Fini contrattacca: "Ha sbagliato, dimissioni pronte". L'alternativa: o governo bis o elezioni anticipate
"Alleanza Nazionale non condivide la decisione assunta ieri dal presidente del Consiglio". Comincia così la durissima nota di via della Scrofa. E sono parole con le quali An attacca le scelte di Silvio Berlusconi e l'asse riconfermato tra il premier e la Lega. Le dimissioni dei ministri di An "restano nelle mani" del presidente del partito. Di fatto si pone il premier di fronte ad una scelta obbligata: Berlusconi-bis e le elezioni anticipate.
Fini ha calcato la mano sulla scorrettezza del premier, che lo ha platealmente smentito dopo aver concordato con lui la nota nella quale Fini parlava del Berlusconi-bis come di cosa fatta, senza neppure informarlo della successiva decisione di non volersi dimettere.
Romano Prodi chiede che "il balletto" finisca e che la parola "torni agli elettori". Al voto, dunque. Romano Prodi sintetizza così la posizione dell'Unione davanti alla crisi che sta vivendo il governo Berlusconi. "Non abbiamo deciso noi questa accelerazione - dice il Professore - l'abbiamo subita dai fatti. Ciò che accade è incredibile. Ieri il presidente del Consiglio è andato al Quirinale a presentare le dimissioni, ma non le ha presentate. Oggi An ritira i ministri, ma non li ritira. Dobbiamo sapere cosa sta succedendo. Questo balletto deve finire".
(Ndr – sintesi di vari articoli)
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CITAZIONI
Berlusconi è salito al Quirinale circondato dall’unanime convincimento che stesse andando a dimettersi ma il leghista Calderoli si era distinto nell’avvertire in anticipo che le dimissioni non ci sarebbero state. Calderoli sapeva a quel punto qualcosa che il resto del mondo politico ancora ignorava: che Berlusconi stava per scegliere la strada della prova di forza interna, dell’umiliazione degli alleati riottosi, dell’arroccamento nel suo governo, anche se ormai è un castello in rovina.
(Stefano Menichini, Europa 19-4)
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Non c’è memoria, nella storia della Repubblica, di un presidente del Consiglio che riunisce i segretari dei partiti di governo, comunica loro di essere in procinto di rassegnare le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato e poi cambia idea nel tragitto da Palazzo Chigi al Quirinale.
(Federico Geremicca, La Stampa 19-4)
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Cosa intenda Berlusconi quando dice «Non vi libererete di me tanto facilmente», non lo so. Ma so due cose che possono aiutare a capire. La prima riguarda l’origine dell’avventura berlusconiana. Berlusconi scese in campo per difendere in prima persona i suoi personali interessi. Dunque, un uomo che è sceso in campo pensando «O vinco e salvo tutto o perdo e perdo tutto» e che oggi può vantare di essere «un uomo da ventimila miliardi», non può che lottare contro la perdita di Palazzo Chigi. Perciò dice ai giornalisti in pubblico e ai partner politici in privato «Non vi libererete di me tanto facilmente ».
(Federico Orlando, Europa 19-4)
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IL RIFORMISTA 19-4
Corsivo
DALLA PESTE COMUNISTA A QUELLA DC
Em.ma
«Ma cosa vogliono questi democristiani»? Da Berlusconi, dai suoi giornali, dai suoi fedeli, la parola «democristiani» in questi giorni viene pronunciata con sprezzo e odio. Ancora ieri la peste erano i «comunisti», il pericolo per le nostre libertà. Recentemente il fido Bondi ha accantonato il pericolo comunista. Il Cavaliere però si sentiva perseguitato dall’Internazionale socialista che manovra il commissario Ue Almunia, il quale osa mettere in discussione i conti pubblici del suo governo. Ma i «democristiani» sono andati oltre l’osabile, mettendo in discussione la monarchia berlusconiana. E quindi sono ingrati, inaffidabili, viscidi, pugnalatori, dediti ai giochi e alle trappole della Prima Repubblica. Per l’occasione, democristiani non lo sono più Pisanu e Scajola, La Loggia e Schifani, tutti convertiti al berlusconismo puro e duro. Ma Buttiglione e Giovanardi sono ancora democristiani? Roberto Formigoni (Fi) in un’intervista al Sole24ore sulla crisi dice: «Il problema della leadership, se c’è, andrà affrontato dopo avere risolto quello programmatico per quest’ultimo anno». Quel «se c’è» rappresenta un capolavoro di democristianeria per dire che c’è. Che ne pensa il Cavaliere?
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CITAZIONE
In due settimane il prezzo della benzina è sceso del 15%, eppure nei distributori italiani è rimasto quello di prima, per la gioia dei petrolieri e il sollievo di un governo affamato di soldi, ben lieto di incamerare le maggiorazioni dell'Iva e delle accise, una delle quali risale all'alluvione di Firenze del 1966. Fra i misteri che avvolgono la balbuzie del quadriennio berlusconiano c'è anche questo: perché insistere sulla riduzione delle imposte, quando persino da un punto di vista propagandistico il taglio di quelle sulla benzina avrebbe un effetto più tangibile sull'umore delle persone? Giriamo la domanda al governo, qualora ce ne fosse uno.
(Massimo Gramellini, La Stampa 19-4)
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WWW.INTERNAZIONALE.IT 19-4
Il declino di Berlusconi
La stampa internazionale riflette sulla crisi del governo Berlusconi.
"Dalla sua villa in Sardegna Silvio Berlusconi si è impegnato nel weekend per riallacciare le fila della maggioranza, dopo le dimissioni dei ministri dell'Udc", scrive Eric Jozsef su Le Temps. A un anno dalla fine della legislatura il presidente del consiglio italiano deve affrontare una delle crisi più gravi all'interno della sua coalizione di governo: "La situazione rivela che a destra si comincia a contestare l'onnipotenza di Berlusconi. Il Cavaliere, infatti, non ha mantenuto le promesse elettorali e il contratto con gli italiani, firmato nel 2001, è stato reso nullo dalla crisi economica in cui si trova il paese".
Secondo Le Monde "siamo di fronte all'ineluttabile declino del berlusconismo": "Anche se il presidente del consiglio riuscisse a tenere insieme la sua maggioranza – sostiene il quotidiano nell'editoriale – sarebbe comunque condannato a terminare la legislatura in modo penoso, adeguando la politica economica e sociale alle richieste dei suoi alleati di governo".
Alla crisi politica del centrodestra dedica un editoriale anche lo spagnolo El País, che scrive: "Finalmente Berlusconi deve fare i conti con i disastrosi risultati delle regionali del 3 e 4 aprile". Secondo il quotidiano la crisi della maggioranza è determinata soprattutto dalla pessima situazione economica in cui è piombata l'Italia.
In Svizzera la Neue Zürcher Zeitung commenta la decisione della famiglia Berlusconi di vendere una parte del pacchetto azionario, del valore di due miliardi di euro, che possiede all'interno della società televisiva Mediaset: "La scelta non è casuale. Dopo il crollo di Forza Italia alle regionali, il futuro politico del premier è incerto". Ma secondo il quotidiano questa mossa non lo aiuterà: "Innanzitutto perché Berlusconi continua a controllare saldamente Mediaset anche dopo questa vendita; in secondo luogo perché gli elettori sembrano averlo abbandonato non per i suoi interessi privati, ma per le promesse elettorali non mantenute".
martedì, aprile 19, 2005
lunedì, aprile 18, 2005
RESISTENZA - 18/4/05
L’UNITA’ on-line 18-4
BANNER
«Ma perché con tutti quei miliardi che ha, il presidente del Consiglio non si dedica alla sua grande passione, il giardinaggio? Un favore: non dica però che lo fa per noi».
Enzo Biagi, Corriere della Sera, 17 aprile
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Sommario di I pag.
Berlusconi fa la finta: «Non mi dimetto»
Ciampi lo manda in Parlamento
Berlusconi era salito al Quirinale per annunciare le sue dimissioni e ne scende ancora presidente del consiglio. Accordo fatto, aveva frettolosamente annunciato Fini al termine del vertice di maggioranza, il premier si dimette e poi governo bis. Tutto falso, tutto finto: «Non mi sono dimesso - annuncia Berlusconi - In settimana riferirò al Senato». A pretenderlo è stato il Capo dello Stato. Confermate le dimissioni dei ministri Udc. Dopo Ciampi, Berlusconi incontra Casini. Per ora vince il no di Bossi ai centristi: «Vogliono far fuori Berlusconi per far fallire le riforme».
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L'Unione: farsa indecente, ci risparmino una crisi senza fine
«Se sono capaci, governino. Altrimenti risparmino al paese una crisi senza fine e un anno intero vissuto allo sbando». Romano Prodi, dopo la vittoria dell'Unione alle Regionali e le nuove convulsioni della maggioranza incapace di trovare una via d'uscita, lancia un chiaro messaggio: «Noi siamo pronti a fare la nostra parte nell'interesse di tutti gli italiani. Lo stesso chiediamo al governo e alla maggioranza. Il voto ha dimostrato che essi non godono più della fiducia del paese. Spetta naturalmente a loro trarne le conseguenze. Se sono capaci, governino. Altrimenti risparmino al paese una crisi senza fine e un anno intero vissuto allo sbando».
Il centrosinistra comincia a guardare alle elezioni anticipate come unica soluzione possibile. Il segretario dei Ds Piero Fassino parla di «una crisi che si sta trasformando in una farsa indecente. Il presidente del Consiglio con il suo comportamento prende in giro in un sol colpo la sua maggioranza, le istituzioni e tutto il paese». Per il leader della Quercia «l'Italia è una grande nazione che non merita di essere governata con questo disprezzo per le regole democratiche e per i cittadini».
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REPUBBLICA on-line 18-4
Berlusconi non si dimette: "Avanti così, vado alle Camere"
Saltato l'accordo per un esecutivo-bis, in vista nuovi interim?
ROMA - "Non mi dimetto, e adesso vediamo come reagirà il Parlamento". Silvio Berlusconi ha deciso di giocare il tutto per tutto. O almeno così sembra, al termine di una giornata politica confusa e contraddittoria. Il fatto certo è che non ci sono dimissioni e, dunque, niente governo-bis.
Al contrario, il Cavaliere andrà alle Camere, "a spiegare qual è la situazione". Lo dice dopo un'ora di colloquio con il Capo dello Stato. Che lo ha invitato "senza indugi" a riferire al Parlamento. E il suo esecutivo? Con nuovi ministri, o magari con suoi interim? "Vedremo", dice ai giornalisti che lo assediano alla Camera, dove si è recato dopo essere sceso dal Colle, e poi al Senato.
Con Casini e Pera il Cavaliere ha concordato i tempi e i modi delle sue comunicazioni. Alla fine di una giornata frenetica, cominciata a metà mattinata, a Palazzo Grazioli, con Fini, Letta e Pisanu. Poi il faccia a faccia con Follini. Due ore di summit, al termine del quale - c'è anche una lettera del leader centrista - sembra tutto a posto: dichiarazione di fedeltà dell'Udc, dimissioni, reincarico Berlusconi bis con nuova squadra e nuovo programma. Seguono altri incontri, e alle 15.30 un vertice di tutta la Cdl. "Crisi vicina alla soluzione", dicono dall'Udc. Ma la Lega avverte: "Non c'è alcun accordo".
Mentre è al Quirinale, tutti aspettano la notizia delle dimissioni. Ma è lo stesso Berusconi, un'ora dopo, a dire che non ha lasciato. Tutti capiscono che l'accordo del primo pomeriggio - se accordo c'è mai stato - è rapidamente naufragato. Ai cronisti che gli chiedono se ci sono sorprese, risponde sorridendo: "Stavolta la sorpresa ve l'ho fatta io...".
Poi, più serio: "E' andata come doveva andare, ora riferiremo alle Camere". Lo farà - precisa - come capo di un governo nella pienezza dei suoi poteri, "essendo questo un esecutivo con una maggioranza garantita da tutti i partiti che sono e rimangono nella maggioranza".
Si riparte allora da tre giorni fa. Da quando, cioè, l'Udc ha ritirato i suoi ministri. Il Cavaliere va avanti per la sua strada, contando su quell'appoggio esterno che Follini gli ha garantito dopo la direzione del suo partito. Una strada che, anche se il governo riuscirà ad andare avanti, già si presenta piena di insidie.
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CITAZIONE
“Non so come andrà a finire ma so che è finita.”
(Giuliano Ferrara, Il Foglio 18-4)
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MEDITAZIONE - 18/4/05
STAMPA 17-4
Per la politica sindrome da supermercato
Barbara Spinelli
Da una disfatta evidente alle regionali o municipali ci son almeno quattro modi di uscire, per qualsiasi coalizione che governi e disponga ancora d’un certo tempo prima del rinnovo delle Camere. Le forze che la compongono possono cambiare politica, concentrando tutte le forze su progetti arditi cui viene affidato l’incarico di ricatturare i voti temporaneamente fuggiti. Possono mutare il governo, proponendo al Paese ministri che si identifichino con la svolta programmatica adombrata nella prima soluzione. Possono interpretare la disfatta locale come catastrofe nazionale, prender atto che la società non coincide più con la rappresentanza, e cercare l’accordo del Capo dello Stato puntando a elezioni politiche anticipate. Infine, possono rispondere patologicamente al declino di fiducia nell’elettore, e cercar rifugio nella sindrome del supermercato. Una sindrome che ciascuno di noi conosce alla perfezione, per averla vista all’opera nei grandi magazzini che più volte frequentiamo.
La sindrome del supermercato consiste in questo: ogni settimana circa (gli intervalli variano, imposti come sono dai capricci e dalle finte immediatezze creative di chi comanda nell’emporio) il luogo delle merci cambia radicalmente, anche se le merci son sempre lo stesse. Il burro d’un tratto non è più lì dove eravamo abituati a trovarlo, il latte improvvisamente è accatastato a sinistra mentre ancor ieri andavamo in fondo a destra per acciuffarlo. E via spostando e rispostando, con gran piacere del capo-bottega ma non certo del cliente. Questi infatti non troverà né frutta più fresca, né burro migliore. Perderà solo la trebisonda, accumulando una stizza sottocutanea che gli resterà addosso anche dopo la spesa. A questa sindrome vien dato un nome solenne e vuoto, che da giorni circola insistente: discontinuità.
È questa quarta soluzione che sembrano aver adottato i centristi a destra, guidati da Marco Follini dell’Udc e da De Michelis del nuovo partito socialista. Si cambia posto, non si sta più dentro il governo ma fuori, e al tempo stesso però si promettono consensi immutati a un eventuale secondo governo Berlusconi. Poco importa sapere se i vocaboli hanno un qualche rapporto con le intenzioni vere, se il presente prefigura il futuro, se la lealtà che a parole si garantisce nasconde un inganno che nel segreto del cuore si va meditando.
Il vocabolario dell’ultima crisi di governo in Italia rimanda alla sindrome del supermercato, e questo è comunque il messaggio che dai palazzi partitici viene indirizzato al Paese che ha appena votato: nei reparti del supermercato politico, tutte le ubicazioni vengon alterate perché tutto resti uguale.
Così c’è chi va da una parte e chi resta nell’altra, c’è chi si defila e chi s’infila, senza che tuttavia la merce muti. Follini ha addirittura detto a Berlusconi, il 14 aprile prima di dimettersi: «Guarda che se apri la crisi di governo sono disposto a sottoscrivere qualsiasi documento». Qualsiasi documento, qualsiasi politica, qualsiasi riforma, anche la più sciagurata, purché le ubicazioni di merci e uomini traslochino. Che c’è di nuovo rispetto a quello che Follini e De Michelis hanno fatto negli scorsi anni? Hanno accettato tutto - legittimando conflitto d’interessi e legge Cirami (una legge che porta il nome d’un senatore Udc), riscrittura della Costituzione e devoluzione, degrado morale e legge Rai, crisi dell’europeismo italiano e deficit pubblico - e anche adesso son pronti a «sottoscrivere qualsiasi documento» pur di defilarsi e ottenere quel che per ogni politico è il più possente sogno segreto: esercitare il massimo di potere - in particolare quello di ricatto - senza averne però le responsabilità. È l’anticamera di ogni usurpazione, da che gli uomini regnano su altri uomini.
Dicono che Marco Follini sia uomo di coraggio e coerenza: cosa difficile da condividere, per una mente pratica oltre che logica. Coraggio dovrebbe esser cambiar politica e qualità degli articoli in vendita, non semplicemente variar posto e scaffali. Coraggio è ammettere il proprio fallimento oltre a quello del partito guida nella coalizione (Udc e nuovo partito socialista son parte dell’alleanza che le urne hanno censurato, e né Udc né nuovi socialisti hanno preso un solo voto dai delusi di Forza Italia).
Coraggio sarebbe riconoscere che il centro-destra è vissuto di interni ricatti anziché di una leadership forte, e consolidare almeno in fine legislatura tale leadership. Coraggio sarebbe governare come se non vi fosse una formidabile pressione della Conferenza episcopale, interessata a saltare il referendum sulla procreazione pur di resuscitare un fronte cattolico unito. Coraggio sarebbe infine dire su cosa si è ancora d’accordo, e su cosa precisamente si rompe. Tutto questo è assente nel gran rifiuto di Follini: che rompe non rompendo, che si dice pronto a firmare ennesimi assegni in bianco in cambio di non si sa bene cosa, che vuole un Berlusconi bis ma immobilizzato da inalterate alleanze elettorali, che sibillino respinge così il documento proposto dagli alleati: «Quale documento? Mi pare non sia né il problema né la soluzione». Al gran rifiuto vien dato il nome di discontinuità, abbiamo visto. Ma è una discontinuità puramente gestuale, è forma senza più sostanza. In tempi non antichi si chiamava: doroteismo.
Ma soprattutto: è una discontinuità senza rapporto con la società italiana, e col modo in cui essa si è espressa non solo in aprile, ma ripetutamente da quando esiste il maggioritario. Le ultime regionali hanno visto trionfare la volontà del popolo e dunque la democrazia, prima ancora che il centro-sinistra. Dopo anni di governo mal gestito, non sono i cosiddetti corpi intermedi ad aver funzionato (magistratura, televisione, stampa, intellettuali, commissioni di controllo) ma gli elettori desiderosi d’alternanza. Non erano rimasti che loro, come Indro Montanelli aveva previsto molto bene quando aveva detto di Berlusconi, poco prima del voto nel 2001: «Lasciamolo governare, così gli italiani sperimenteranno sulla loro pelle chi è Berlusconi e ne usciranno vaccinati per sempre». E il popolo è stato chiaro, nel dire quel che vuole: ha approvato una coalizione che richiamando Prodi al comando ha smesso le abitudini da prima repubblica, le congiure partitocratiche, gli arcani poteri di veto esercitati alle spalle dell’elettorato. Non si vede perché dovrebbe accettare una riedizione di queste condotte a destra, proprio ora che ha imposto una svolta ulivista al centro-sinistra.
Le parole non sono mere movenze mandibolari. Hanno un loro peso, risvegliano immagini, s’insediano nella memoria. Ritirare i ministri da un governo, e promettere lealtà al capo dello stesso governo sperando magari che la coalizione resti unita nelle prossime politiche, è qualcosa che gli italiani hanno già visto nella propria storia. E non solo l’hanno visto ma l’hanno patito, pagandolo con decenni di democrazia senza alternanza. Chi rompe senza dire i perché della rottura e senza spiegare cosa farà dopo la rottura fa parte d’un mondo che gli italiani non rivogliono più, reputandolo vecchio. Dare a questa sindrome di supermercato il nome furbo di discontinuità è una beffa che difficilmente digeriranno, anche se procurerà delizie mai spente a giornali e tivvù.
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«Ma perché con tutti quei miliardi che ha, il presidente del Consiglio non si dedica alla sua grande passione, il giardinaggio? Un favore: non dica però che lo fa per noi».
Enzo Biagi, Corriere della Sera, 17 aprile
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Sommario di I pag.
Berlusconi fa la finta: «Non mi dimetto»
Ciampi lo manda in Parlamento
Berlusconi era salito al Quirinale per annunciare le sue dimissioni e ne scende ancora presidente del consiglio. Accordo fatto, aveva frettolosamente annunciato Fini al termine del vertice di maggioranza, il premier si dimette e poi governo bis. Tutto falso, tutto finto: «Non mi sono dimesso - annuncia Berlusconi - In settimana riferirò al Senato». A pretenderlo è stato il Capo dello Stato. Confermate le dimissioni dei ministri Udc. Dopo Ciampi, Berlusconi incontra Casini. Per ora vince il no di Bossi ai centristi: «Vogliono far fuori Berlusconi per far fallire le riforme».
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L'Unione: farsa indecente, ci risparmino una crisi senza fine
«Se sono capaci, governino. Altrimenti risparmino al paese una crisi senza fine e un anno intero vissuto allo sbando». Romano Prodi, dopo la vittoria dell'Unione alle Regionali e le nuove convulsioni della maggioranza incapace di trovare una via d'uscita, lancia un chiaro messaggio: «Noi siamo pronti a fare la nostra parte nell'interesse di tutti gli italiani. Lo stesso chiediamo al governo e alla maggioranza. Il voto ha dimostrato che essi non godono più della fiducia del paese. Spetta naturalmente a loro trarne le conseguenze. Se sono capaci, governino. Altrimenti risparmino al paese una crisi senza fine e un anno intero vissuto allo sbando».
Il centrosinistra comincia a guardare alle elezioni anticipate come unica soluzione possibile. Il segretario dei Ds Piero Fassino parla di «una crisi che si sta trasformando in una farsa indecente. Il presidente del Consiglio con il suo comportamento prende in giro in un sol colpo la sua maggioranza, le istituzioni e tutto il paese». Per il leader della Quercia «l'Italia è una grande nazione che non merita di essere governata con questo disprezzo per le regole democratiche e per i cittadini».
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REPUBBLICA on-line 18-4
Berlusconi non si dimette: "Avanti così, vado alle Camere"
Saltato l'accordo per un esecutivo-bis, in vista nuovi interim?
ROMA - "Non mi dimetto, e adesso vediamo come reagirà il Parlamento". Silvio Berlusconi ha deciso di giocare il tutto per tutto. O almeno così sembra, al termine di una giornata politica confusa e contraddittoria. Il fatto certo è che non ci sono dimissioni e, dunque, niente governo-bis.
Al contrario, il Cavaliere andrà alle Camere, "a spiegare qual è la situazione". Lo dice dopo un'ora di colloquio con il Capo dello Stato. Che lo ha invitato "senza indugi" a riferire al Parlamento. E il suo esecutivo? Con nuovi ministri, o magari con suoi interim? "Vedremo", dice ai giornalisti che lo assediano alla Camera, dove si è recato dopo essere sceso dal Colle, e poi al Senato.
Con Casini e Pera il Cavaliere ha concordato i tempi e i modi delle sue comunicazioni. Alla fine di una giornata frenetica, cominciata a metà mattinata, a Palazzo Grazioli, con Fini, Letta e Pisanu. Poi il faccia a faccia con Follini. Due ore di summit, al termine del quale - c'è anche una lettera del leader centrista - sembra tutto a posto: dichiarazione di fedeltà dell'Udc, dimissioni, reincarico Berlusconi bis con nuova squadra e nuovo programma. Seguono altri incontri, e alle 15.30 un vertice di tutta la Cdl. "Crisi vicina alla soluzione", dicono dall'Udc. Ma la Lega avverte: "Non c'è alcun accordo".
Mentre è al Quirinale, tutti aspettano la notizia delle dimissioni. Ma è lo stesso Berusconi, un'ora dopo, a dire che non ha lasciato. Tutti capiscono che l'accordo del primo pomeriggio - se accordo c'è mai stato - è rapidamente naufragato. Ai cronisti che gli chiedono se ci sono sorprese, risponde sorridendo: "Stavolta la sorpresa ve l'ho fatta io...".
Poi, più serio: "E' andata come doveva andare, ora riferiremo alle Camere". Lo farà - precisa - come capo di un governo nella pienezza dei suoi poteri, "essendo questo un esecutivo con una maggioranza garantita da tutti i partiti che sono e rimangono nella maggioranza".
Si riparte allora da tre giorni fa. Da quando, cioè, l'Udc ha ritirato i suoi ministri. Il Cavaliere va avanti per la sua strada, contando su quell'appoggio esterno che Follini gli ha garantito dopo la direzione del suo partito. Una strada che, anche se il governo riuscirà ad andare avanti, già si presenta piena di insidie.
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CITAZIONE
“Non so come andrà a finire ma so che è finita.”
(Giuliano Ferrara, Il Foglio 18-4)
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MEDITAZIONE - 18/4/05
STAMPA 17-4
Per la politica sindrome da supermercato
Barbara Spinelli
Da una disfatta evidente alle regionali o municipali ci son almeno quattro modi di uscire, per qualsiasi coalizione che governi e disponga ancora d’un certo tempo prima del rinnovo delle Camere. Le forze che la compongono possono cambiare politica, concentrando tutte le forze su progetti arditi cui viene affidato l’incarico di ricatturare i voti temporaneamente fuggiti. Possono mutare il governo, proponendo al Paese ministri che si identifichino con la svolta programmatica adombrata nella prima soluzione. Possono interpretare la disfatta locale come catastrofe nazionale, prender atto che la società non coincide più con la rappresentanza, e cercare l’accordo del Capo dello Stato puntando a elezioni politiche anticipate. Infine, possono rispondere patologicamente al declino di fiducia nell’elettore, e cercar rifugio nella sindrome del supermercato. Una sindrome che ciascuno di noi conosce alla perfezione, per averla vista all’opera nei grandi magazzini che più volte frequentiamo.
La sindrome del supermercato consiste in questo: ogni settimana circa (gli intervalli variano, imposti come sono dai capricci e dalle finte immediatezze creative di chi comanda nell’emporio) il luogo delle merci cambia radicalmente, anche se le merci son sempre lo stesse. Il burro d’un tratto non è più lì dove eravamo abituati a trovarlo, il latte improvvisamente è accatastato a sinistra mentre ancor ieri andavamo in fondo a destra per acciuffarlo. E via spostando e rispostando, con gran piacere del capo-bottega ma non certo del cliente. Questi infatti non troverà né frutta più fresca, né burro migliore. Perderà solo la trebisonda, accumulando una stizza sottocutanea che gli resterà addosso anche dopo la spesa. A questa sindrome vien dato un nome solenne e vuoto, che da giorni circola insistente: discontinuità.
È questa quarta soluzione che sembrano aver adottato i centristi a destra, guidati da Marco Follini dell’Udc e da De Michelis del nuovo partito socialista. Si cambia posto, non si sta più dentro il governo ma fuori, e al tempo stesso però si promettono consensi immutati a un eventuale secondo governo Berlusconi. Poco importa sapere se i vocaboli hanno un qualche rapporto con le intenzioni vere, se il presente prefigura il futuro, se la lealtà che a parole si garantisce nasconde un inganno che nel segreto del cuore si va meditando.
Il vocabolario dell’ultima crisi di governo in Italia rimanda alla sindrome del supermercato, e questo è comunque il messaggio che dai palazzi partitici viene indirizzato al Paese che ha appena votato: nei reparti del supermercato politico, tutte le ubicazioni vengon alterate perché tutto resti uguale.
Così c’è chi va da una parte e chi resta nell’altra, c’è chi si defila e chi s’infila, senza che tuttavia la merce muti. Follini ha addirittura detto a Berlusconi, il 14 aprile prima di dimettersi: «Guarda che se apri la crisi di governo sono disposto a sottoscrivere qualsiasi documento». Qualsiasi documento, qualsiasi politica, qualsiasi riforma, anche la più sciagurata, purché le ubicazioni di merci e uomini traslochino. Che c’è di nuovo rispetto a quello che Follini e De Michelis hanno fatto negli scorsi anni? Hanno accettato tutto - legittimando conflitto d’interessi e legge Cirami (una legge che porta il nome d’un senatore Udc), riscrittura della Costituzione e devoluzione, degrado morale e legge Rai, crisi dell’europeismo italiano e deficit pubblico - e anche adesso son pronti a «sottoscrivere qualsiasi documento» pur di defilarsi e ottenere quel che per ogni politico è il più possente sogno segreto: esercitare il massimo di potere - in particolare quello di ricatto - senza averne però le responsabilità. È l’anticamera di ogni usurpazione, da che gli uomini regnano su altri uomini.
Dicono che Marco Follini sia uomo di coraggio e coerenza: cosa difficile da condividere, per una mente pratica oltre che logica. Coraggio dovrebbe esser cambiar politica e qualità degli articoli in vendita, non semplicemente variar posto e scaffali. Coraggio è ammettere il proprio fallimento oltre a quello del partito guida nella coalizione (Udc e nuovo partito socialista son parte dell’alleanza che le urne hanno censurato, e né Udc né nuovi socialisti hanno preso un solo voto dai delusi di Forza Italia).
Coraggio sarebbe riconoscere che il centro-destra è vissuto di interni ricatti anziché di una leadership forte, e consolidare almeno in fine legislatura tale leadership. Coraggio sarebbe governare come se non vi fosse una formidabile pressione della Conferenza episcopale, interessata a saltare il referendum sulla procreazione pur di resuscitare un fronte cattolico unito. Coraggio sarebbe infine dire su cosa si è ancora d’accordo, e su cosa precisamente si rompe. Tutto questo è assente nel gran rifiuto di Follini: che rompe non rompendo, che si dice pronto a firmare ennesimi assegni in bianco in cambio di non si sa bene cosa, che vuole un Berlusconi bis ma immobilizzato da inalterate alleanze elettorali, che sibillino respinge così il documento proposto dagli alleati: «Quale documento? Mi pare non sia né il problema né la soluzione». Al gran rifiuto vien dato il nome di discontinuità, abbiamo visto. Ma è una discontinuità puramente gestuale, è forma senza più sostanza. In tempi non antichi si chiamava: doroteismo.
Ma soprattutto: è una discontinuità senza rapporto con la società italiana, e col modo in cui essa si è espressa non solo in aprile, ma ripetutamente da quando esiste il maggioritario. Le ultime regionali hanno visto trionfare la volontà del popolo e dunque la democrazia, prima ancora che il centro-sinistra. Dopo anni di governo mal gestito, non sono i cosiddetti corpi intermedi ad aver funzionato (magistratura, televisione, stampa, intellettuali, commissioni di controllo) ma gli elettori desiderosi d’alternanza. Non erano rimasti che loro, come Indro Montanelli aveva previsto molto bene quando aveva detto di Berlusconi, poco prima del voto nel 2001: «Lasciamolo governare, così gli italiani sperimenteranno sulla loro pelle chi è Berlusconi e ne usciranno vaccinati per sempre». E il popolo è stato chiaro, nel dire quel che vuole: ha approvato una coalizione che richiamando Prodi al comando ha smesso le abitudini da prima repubblica, le congiure partitocratiche, gli arcani poteri di veto esercitati alle spalle dell’elettorato. Non si vede perché dovrebbe accettare una riedizione di queste condotte a destra, proprio ora che ha imposto una svolta ulivista al centro-sinistra.
Le parole non sono mere movenze mandibolari. Hanno un loro peso, risvegliano immagini, s’insediano nella memoria. Ritirare i ministri da un governo, e promettere lealtà al capo dello stesso governo sperando magari che la coalizione resti unita nelle prossime politiche, è qualcosa che gli italiani hanno già visto nella propria storia. E non solo l’hanno visto ma l’hanno patito, pagandolo con decenni di democrazia senza alternanza. Chi rompe senza dire i perché della rottura e senza spiegare cosa farà dopo la rottura fa parte d’un mondo che gli italiani non rivogliono più, reputandolo vecchio. Dare a questa sindrome di supermercato il nome furbo di discontinuità è una beffa che difficilmente digeriranno, anche se procurerà delizie mai spente a giornali e tivvù.
domenica, aprile 17, 2005
RESISTENZA - 17/4/05
L’UNITA’ on-line 17-4
BANNER
Un italiano che stupisce il mondo. «Il capo del governo Silvio Berlusconi ha lasciato Roma proprio nel momento in cui il suo governo attraversa una importante crisi dopo l’uscita di quattro ministri»
France Presse, 16 aprile, 11.33
-=oOo=-
Sommario di I pag.
Pisanu: «La crisi rischia di complicarsi»
Berlusconi va in Sardegna e tace
Per Giuseppe Pisanu, ministro dell’Interno, la crisi rischia di complicarsi se non «prevarranno rapidamente il buon senso, la buona fede e la buona volontà». Sono tre dunque i requisiti che Pisanu vede necessari per dare una svolta alla crisi di Governo. «È una crisi un po’ strana, in parte già disinnescata sul nascere» ha commentato Pisanu parlando a Sassari ad una manifestazione di Forza Italia. Ma per l'Udc Follini la soluzione non sembra vicina. Vuole infatti «un nuovo programma e un nuovo governo».
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REPUBBLICA on-line 17-4
EDITORIALE
Una crisi degna dei racconti di Gogol
di EUGENIO SCALFARI
I CRONISTI nelle ultime quarantott'ore hanno dato fondo a tutte le risorse del lessico e dell'immaginazione per descrivere quanto sta accadendo tra Palazzo Chigi, il Quirinale e gli altri palazzi della politica.
Alcuni ci sono egregiamente riusciti. Francesco Merlo, commentando l'irre-orre dell'Udc ha scoperto l'inedita prassi di dimettersi il venerdì lasciando aperta la porta al re-immettersi il lunedì. Concita De Gregorio ha evocato fitte schiere di portaborse e di "peones" provenienti o diretti verso Montecitorio.
Gianni Letta nel frattempo tagliava la torta e stappava spumante per festeggiare il suo settantesimo compleanno nel bel mezzo d'una rissa politica in salsa berlusconese (auguri)… e la crisi di governo si è formalmente aperta.
In questo quadro dai lineamenti comici e grotteschi si è tuttavia consumato un evento non privo di elementi drammatici. Eccone l'elenco.
La solitaria e insolita fermezza dei moderati post-democristiani, costretti a rompere un sodalizio decennale con il capo del populismo italiano e con il gruppo di avventura che lo circonda.
La disperazione di Berlusconi, costretto alle dimissioni ma aggrappato fino all'ultimo minuto alla sua postazione di capo di governo, dal quale 15 milioni di elettori l'hanno strappato con la forza del voto.
Il declino malinconico (per lui) e inarrestabile di Gianfranco Fini, ormai ex aspirante al titolo di delfino e successore del re, stretto e quasi schiacciato tra Forza Italia e Lega, con un partito penalizzato dagli elettori e dilaniato da una lotta senza quartiere tra i suoi colonnelli.
Infine (e soprattutto) gli italiani che dopo quattro anni di governo berlusconiano, tessuto di promesse non mantenute e di annunci mai seguiti dai fatti, si trovano ora al centro di un disastro economico, politico, istituzionale e morale, causato dalla leggerezza con la quale la maggioranza degli elettori rilasciò nel 2001 una sorta di delega in bianco a quel gruppo avventuroso e dilettantesco che ha portato il paese a queste distrette.
Ci vorrebbe la penna di Gogol per penetrare al fondo d'una vera e propria mutazione antropologica che ha colpito una società intera facendole perdere i frutti d'un lungo e faticoso cammino che l'aveva portata a gareggiare con i paesi più ricchi e sviluppati del mondo e che ora la fa galleggiare al fondo delle classifiche internazionali da dove potrà risollevarsi solo prendendo coscienza di quanto è accaduto e pagando con severi sacrifici l'errore compiuto quattro anni fa.
Quanto sta per accadere nei prossimi giorni è ancora alquanto oscuro. Una sola cosa è certa: Silvio Berlusconi dovrà salire nelle prossime ore al Quirinale e presentare a Ciampi le dimissioni del suo governo. Secondo la prassi il presidente della Repubblica lo inviterà a restare in carica per l'ordinaria amministrazione e aprirà le consultazioni con i presidenti delle Camere e dei gruppi parlamentari. Il reincarico è certo, ma credo non possa esser conferito prima di un incontro sia pur brevissimo di Ciampi con i rappresentanti del Parlamento: il ritiro di un'importante componente politica del governo pone infatti il problema di accertare se vi sia ancora una maggioranza o se anch'essa, insieme al governo, non si sia dissolta. Accertamento che non basta leggere nei giornali e nelle dichiarazioni televisive ma che deve essere registrato nelle forme istituzionalmente previste.
I seguiti, lo ripeto, sono ancora oscuri. Dipendono infatti dal negoziato sul programma e sulla composizione del governo, che è già in corso all'interno della ex coalizione di centrodestra, finora con esiti negativi, ribaditi ancora una volta da Follini in una dichiarazione resa alla stampa alle 17.30 di ieri.
Programma. I due principali membri della coalizione hanno imposto questa svolta programmatica addebitando alla politica fin qui adottata la responsabilità della recente sconfitta elettorale. Non ci potrebbe essere conferma più lampante che la linea precedente altro non è stata che un cumulo di errori, di vacui annunci, di successi vantati ma inesistenti e di impegni non mantenuti.
A un presidente del Consiglio credibile sarebbe sufficiente presentare a un suo (ex) alleato un documento accettabile pur nella sua genericità, ma a un personaggio antropologicamente bugiardo e riconosciuto come tale questo non basterà per riguadagnare il consenso della sua maggioranza parlamentare (quello popolare è un altro paio di maniche molto più arduo da riconquistare).
Se il negoziato andrà a buon fine è anche possibile (anche se alquanto grottesco) che l'Udc si re-immetta nel governo. Altrimenti non resta altra strada che quella dell'appoggio esterno e probabilmente delle elezioni immediate entro la fine di giugno. Il tempo è dunque strettissimo e il negoziato tra le rissose correnti del centrodestra non ha molti margini. Dovrà essere intenso quanto breve. Se ci sarà fumata bianca torneranno tutti insieme e procederanno fino alla fine. Si riaffideranno così alle mani di un "boss" la cui antropologia non è correggibile.
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CITAZIONE
Abbiamo scommesso tutto, e rischiato molto, per dire ogni giorno agli italiani che il prestigio di Berlusconi non esiste. E finalmente ci dicono con cruda chiarezza gli eventi di questi giorni e la processione di coloro che stanno abbandonando, a uno a uno, Palazzo Chigi, che niente più ruota intorno a Berlusconi perché si è visto che non c’è alcun prestigio. Non è delegittimazione. È constatazione della realtà, testimoni gli italiani. Missione compiuta.
(Furio Colombo, L’Unità 17-4)
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MESSAGGERO 17-4
Ciampi non concede rinvii: Berlusconi bis o elezioni
Attese le dimissioni del Cavaliere
di PAOLO CACACE
ROMA - Il Presidente è al Castel Porziano per una breve pausa di riposo. Ma sin da stasera è previsto il rientro a Roma perché domani c’è un appuntamento importante. Silvio Berlusconi salirà sul Colle per riferire sull’andamento della crisi. Ufficialmente la ragione dell’incontro è la consegna dei decreti con le dimissioni degli esponenti dell’Udc e del nuovo Psi; decreti che devono essere sottoposti alla firma di Ciampi. Ma è ovvio che l’incontro dovrà consentire al capo dello Stato di avere un’idea chiara sugli sbocchi della crisi. Sui possibili scenari le fonti del Quirinale sono comprensibilmente abbottonate perché i nodi dovrà scioglierli anzitutto Berlusconi.
Ma si capisce chiaramente che ormai sul Colle si ritiene giunto il tempo delle decisioni poiché il Paese non può restare oltre in questo clima d’incertezza.
Quella di domani è considerata una sorta di data-limite e non sono più possibili rinvii. Quanto all’orientamento di Ciampi, egli anzitutto ascolterà Berlusconi; ma in ogni caso, verosimilmente, si aspetta che il Cavaliere rassegnerà le dimissioni perché i ministri dell’Udc sono usciti dall’esecutivo. In caso contrario, non esiterà a suggerirglielo caldamente.
La mossa successiva dipenderà da quanto riuscirà a concludere in queste ore il premier. Se egli sarà in grado di varare un Berlusconi-bis si procederà ad un rapido giro di consultazioni, al reincarico, alla presentazione del nuovo programma e del nuovo governo e quindi al voto di fiducia. Una crisi che può risolversi in qualche giorno, anche se Ciampi si prenderà tutto il tempo necessario per verificare se davvero ci sono le condizioni per il Berlusconi-bis.
Se invece il Cavaliere non sarà in grado di andare avanti, rispunterà prepotentemente l’ipotesi di elezioni anticipate. Giugno o ottobre, qualunque previsione è prematura.
E’ certo che il capo dello Stato non mostra di gradire un governo tecnico-istituzionale ovvero elettorale. Per una ragione abbastanza semplice: tutti i leaders dei principali partiti di maggioranza ma anche dell’opposizione hanno già dichiarato di non volerlo perseguire.
Quindi in caso di scioglimento anticipato delle Camere l’ipotesi più probabile sarebbe quella di un governo Berlusconi che resterebbe in carica per gestire l’ordinaria amministrazione e per portare il Paese alle urne.
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MEDITAZIONE - 17/4/05
LIBERAZIONE 17-4
C'è la crisi? Sì, è una crisi di civiltà
In Italia è più grave, per via degli ultimi quattro anni di governo reazionario
di Piero Sansonetti
Tutti ti chiedono: c'è la crisi? Come si esce dalla crisi? Faremo le elezioni anticipate o Berlusconi resterà lì incollato alla poltrona, salverà il potere almeno per un anno?
In politica ci sono delle cose certe e delle cose assolutamente opinabili. E' opinabile e incerto tutto quello che riguarda il potere e le manovre, le tattiche, i giochi per conquistarlo e non lasciarselo scappare. Questo è un campo dove ciascuno è autorizzato a fare le sue congetture, e ci sono dei politologi che studiano anni all'università per imparare a fare queste congetture, ma nessuna è esatta e nessuna ha conseguenze concrete. Però producono "opinione", tv, giornali.
Poi invece, in politica, ci sono delle cose certe. Sono certe le leggi, sono certi i diritti e i doveri, sono certe le azioni dell'esecutivo, sono certe le cose che succedono alla gente, sono certi i movimenti del denaro, le economie.
Torniamo alla domanda di partenza: c'è la crisi? Si' c'è la crisi: è una drammatica crisi di civiltà, e riguarda l'Italia e tutto l'Occidente. In Italia è più grave, per via degli ultimi quattro anni di governo reazionario, ma la crisi va oltre i nostri confini e sta devastando l'opinione pubblica, il senso comune, le leggi e il sistema dell'informazione di tutto l'occidente. Sta diventando sempre più saldo il principio che esiste una divisione naturale tra occidente e plebi del sud, e che in nessun modo si possono mettere sullo stesso piano queste due categorie di umanità.
Se capiamo che la crisi da affrontare - con la politica, con la battaglia ideale, con l'azione concreta, con le leggi - è questa crescente crisi di civiltà, che sta portando l'occidente sull'orlo del baratro, se capiamo questo poi sarà molto più facile anche affrontare quell'altra crisi, quella che chiamiamo la crisi di governo. Follini, Fini, Berlusconi, Buttiglione, Calderoli, Pisanu...
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Un italiano che stupisce il mondo. «Il capo del governo Silvio Berlusconi ha lasciato Roma proprio nel momento in cui il suo governo attraversa una importante crisi dopo l’uscita di quattro ministri»
France Presse, 16 aprile, 11.33
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Sommario di I pag.
Pisanu: «La crisi rischia di complicarsi»
Berlusconi va in Sardegna e tace
Per Giuseppe Pisanu, ministro dell’Interno, la crisi rischia di complicarsi se non «prevarranno rapidamente il buon senso, la buona fede e la buona volontà». Sono tre dunque i requisiti che Pisanu vede necessari per dare una svolta alla crisi di Governo. «È una crisi un po’ strana, in parte già disinnescata sul nascere» ha commentato Pisanu parlando a Sassari ad una manifestazione di Forza Italia. Ma per l'Udc Follini la soluzione non sembra vicina. Vuole infatti «un nuovo programma e un nuovo governo».
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REPUBBLICA on-line 17-4
EDITORIALE
Una crisi degna dei racconti di Gogol
di EUGENIO SCALFARI
I CRONISTI nelle ultime quarantott'ore hanno dato fondo a tutte le risorse del lessico e dell'immaginazione per descrivere quanto sta accadendo tra Palazzo Chigi, il Quirinale e gli altri palazzi della politica.
Alcuni ci sono egregiamente riusciti. Francesco Merlo, commentando l'irre-orre dell'Udc ha scoperto l'inedita prassi di dimettersi il venerdì lasciando aperta la porta al re-immettersi il lunedì. Concita De Gregorio ha evocato fitte schiere di portaborse e di "peones" provenienti o diretti verso Montecitorio.
Gianni Letta nel frattempo tagliava la torta e stappava spumante per festeggiare il suo settantesimo compleanno nel bel mezzo d'una rissa politica in salsa berlusconese (auguri)… e la crisi di governo si è formalmente aperta.
In questo quadro dai lineamenti comici e grotteschi si è tuttavia consumato un evento non privo di elementi drammatici. Eccone l'elenco.
La solitaria e insolita fermezza dei moderati post-democristiani, costretti a rompere un sodalizio decennale con il capo del populismo italiano e con il gruppo di avventura che lo circonda.
La disperazione di Berlusconi, costretto alle dimissioni ma aggrappato fino all'ultimo minuto alla sua postazione di capo di governo, dal quale 15 milioni di elettori l'hanno strappato con la forza del voto.
Il declino malinconico (per lui) e inarrestabile di Gianfranco Fini, ormai ex aspirante al titolo di delfino e successore del re, stretto e quasi schiacciato tra Forza Italia e Lega, con un partito penalizzato dagli elettori e dilaniato da una lotta senza quartiere tra i suoi colonnelli.
Infine (e soprattutto) gli italiani che dopo quattro anni di governo berlusconiano, tessuto di promesse non mantenute e di annunci mai seguiti dai fatti, si trovano ora al centro di un disastro economico, politico, istituzionale e morale, causato dalla leggerezza con la quale la maggioranza degli elettori rilasciò nel 2001 una sorta di delega in bianco a quel gruppo avventuroso e dilettantesco che ha portato il paese a queste distrette.
Ci vorrebbe la penna di Gogol per penetrare al fondo d'una vera e propria mutazione antropologica che ha colpito una società intera facendole perdere i frutti d'un lungo e faticoso cammino che l'aveva portata a gareggiare con i paesi più ricchi e sviluppati del mondo e che ora la fa galleggiare al fondo delle classifiche internazionali da dove potrà risollevarsi solo prendendo coscienza di quanto è accaduto e pagando con severi sacrifici l'errore compiuto quattro anni fa.
Quanto sta per accadere nei prossimi giorni è ancora alquanto oscuro. Una sola cosa è certa: Silvio Berlusconi dovrà salire nelle prossime ore al Quirinale e presentare a Ciampi le dimissioni del suo governo. Secondo la prassi il presidente della Repubblica lo inviterà a restare in carica per l'ordinaria amministrazione e aprirà le consultazioni con i presidenti delle Camere e dei gruppi parlamentari. Il reincarico è certo, ma credo non possa esser conferito prima di un incontro sia pur brevissimo di Ciampi con i rappresentanti del Parlamento: il ritiro di un'importante componente politica del governo pone infatti il problema di accertare se vi sia ancora una maggioranza o se anch'essa, insieme al governo, non si sia dissolta. Accertamento che non basta leggere nei giornali e nelle dichiarazioni televisive ma che deve essere registrato nelle forme istituzionalmente previste.
I seguiti, lo ripeto, sono ancora oscuri. Dipendono infatti dal negoziato sul programma e sulla composizione del governo, che è già in corso all'interno della ex coalizione di centrodestra, finora con esiti negativi, ribaditi ancora una volta da Follini in una dichiarazione resa alla stampa alle 17.30 di ieri.
Programma. I due principali membri della coalizione hanno imposto questa svolta programmatica addebitando alla politica fin qui adottata la responsabilità della recente sconfitta elettorale. Non ci potrebbe essere conferma più lampante che la linea precedente altro non è stata che un cumulo di errori, di vacui annunci, di successi vantati ma inesistenti e di impegni non mantenuti.
A un presidente del Consiglio credibile sarebbe sufficiente presentare a un suo (ex) alleato un documento accettabile pur nella sua genericità, ma a un personaggio antropologicamente bugiardo e riconosciuto come tale questo non basterà per riguadagnare il consenso della sua maggioranza parlamentare (quello popolare è un altro paio di maniche molto più arduo da riconquistare).
Se il negoziato andrà a buon fine è anche possibile (anche se alquanto grottesco) che l'Udc si re-immetta nel governo. Altrimenti non resta altra strada che quella dell'appoggio esterno e probabilmente delle elezioni immediate entro la fine di giugno. Il tempo è dunque strettissimo e il negoziato tra le rissose correnti del centrodestra non ha molti margini. Dovrà essere intenso quanto breve. Se ci sarà fumata bianca torneranno tutti insieme e procederanno fino alla fine. Si riaffideranno così alle mani di un "boss" la cui antropologia non è correggibile.
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Abbiamo scommesso tutto, e rischiato molto, per dire ogni giorno agli italiani che il prestigio di Berlusconi non esiste. E finalmente ci dicono con cruda chiarezza gli eventi di questi giorni e la processione di coloro che stanno abbandonando, a uno a uno, Palazzo Chigi, che niente più ruota intorno a Berlusconi perché si è visto che non c’è alcun prestigio. Non è delegittimazione. È constatazione della realtà, testimoni gli italiani. Missione compiuta.
(Furio Colombo, L’Unità 17-4)
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MESSAGGERO 17-4
Ciampi non concede rinvii: Berlusconi bis o elezioni
Attese le dimissioni del Cavaliere
di PAOLO CACACE
ROMA - Il Presidente è al Castel Porziano per una breve pausa di riposo. Ma sin da stasera è previsto il rientro a Roma perché domani c’è un appuntamento importante. Silvio Berlusconi salirà sul Colle per riferire sull’andamento della crisi. Ufficialmente la ragione dell’incontro è la consegna dei decreti con le dimissioni degli esponenti dell’Udc e del nuovo Psi; decreti che devono essere sottoposti alla firma di Ciampi. Ma è ovvio che l’incontro dovrà consentire al capo dello Stato di avere un’idea chiara sugli sbocchi della crisi. Sui possibili scenari le fonti del Quirinale sono comprensibilmente abbottonate perché i nodi dovrà scioglierli anzitutto Berlusconi.
Ma si capisce chiaramente che ormai sul Colle si ritiene giunto il tempo delle decisioni poiché il Paese non può restare oltre in questo clima d’incertezza.
Quella di domani è considerata una sorta di data-limite e non sono più possibili rinvii. Quanto all’orientamento di Ciampi, egli anzitutto ascolterà Berlusconi; ma in ogni caso, verosimilmente, si aspetta che il Cavaliere rassegnerà le dimissioni perché i ministri dell’Udc sono usciti dall’esecutivo. In caso contrario, non esiterà a suggerirglielo caldamente.
La mossa successiva dipenderà da quanto riuscirà a concludere in queste ore il premier. Se egli sarà in grado di varare un Berlusconi-bis si procederà ad un rapido giro di consultazioni, al reincarico, alla presentazione del nuovo programma e del nuovo governo e quindi al voto di fiducia. Una crisi che può risolversi in qualche giorno, anche se Ciampi si prenderà tutto il tempo necessario per verificare se davvero ci sono le condizioni per il Berlusconi-bis.
Se invece il Cavaliere non sarà in grado di andare avanti, rispunterà prepotentemente l’ipotesi di elezioni anticipate. Giugno o ottobre, qualunque previsione è prematura.
E’ certo che il capo dello Stato non mostra di gradire un governo tecnico-istituzionale ovvero elettorale. Per una ragione abbastanza semplice: tutti i leaders dei principali partiti di maggioranza ma anche dell’opposizione hanno già dichiarato di non volerlo perseguire.
Quindi in caso di scioglimento anticipato delle Camere l’ipotesi più probabile sarebbe quella di un governo Berlusconi che resterebbe in carica per gestire l’ordinaria amministrazione e per portare il Paese alle urne.
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MEDITAZIONE - 17/4/05
LIBERAZIONE 17-4
C'è la crisi? Sì, è una crisi di civiltà
In Italia è più grave, per via degli ultimi quattro anni di governo reazionario
di Piero Sansonetti
Tutti ti chiedono: c'è la crisi? Come si esce dalla crisi? Faremo le elezioni anticipate o Berlusconi resterà lì incollato alla poltrona, salverà il potere almeno per un anno?
In politica ci sono delle cose certe e delle cose assolutamente opinabili. E' opinabile e incerto tutto quello che riguarda il potere e le manovre, le tattiche, i giochi per conquistarlo e non lasciarselo scappare. Questo è un campo dove ciascuno è autorizzato a fare le sue congetture, e ci sono dei politologi che studiano anni all'università per imparare a fare queste congetture, ma nessuna è esatta e nessuna ha conseguenze concrete. Però producono "opinione", tv, giornali.
Poi invece, in politica, ci sono delle cose certe. Sono certe le leggi, sono certi i diritti e i doveri, sono certe le azioni dell'esecutivo, sono certe le cose che succedono alla gente, sono certi i movimenti del denaro, le economie.
Torniamo alla domanda di partenza: c'è la crisi? Si' c'è la crisi: è una drammatica crisi di civiltà, e riguarda l'Italia e tutto l'Occidente. In Italia è più grave, per via degli ultimi quattro anni di governo reazionario, ma la crisi va oltre i nostri confini e sta devastando l'opinione pubblica, il senso comune, le leggi e il sistema dell'informazione di tutto l'occidente. Sta diventando sempre più saldo il principio che esiste una divisione naturale tra occidente e plebi del sud, e che in nessun modo si possono mettere sullo stesso piano queste due categorie di umanità.
Se capiamo che la crisi da affrontare - con la politica, con la battaglia ideale, con l'azione concreta, con le leggi - è questa crescente crisi di civiltà, che sta portando l'occidente sull'orlo del baratro, se capiamo questo poi sarà molto più facile anche affrontare quell'altra crisi, quella che chiamiamo la crisi di governo. Follini, Fini, Berlusconi, Buttiglione, Calderoli, Pisanu...
sabato, aprile 16, 2005
RESISTENZA - 16/4/05
L’UNITA’ on-line 16-4
Sommario di I pag.
Follini rifiuta il ricatto di Berlusconi
«Serve un nuovo governo e un nuovo programma»
Secondo giorno di crisi. La paralisi del governo e della maggioranza non basta a convincere Berlusconi alle dimissioni. Anzi, il premier, dopo aver incassato il «no» di Follini alla sua prima proposta di mediazione (una paginetta di buoni propositi pomposamente chiamata “patto di legislatura”) è fuggito da Roma. Weekend in Sardegna, nella villa di Porto Rotondo. L'ultima minaccia: «O l'Udc rientra o si va al voto». Replica Follini: «Elezioni anticipate? Mi sembra un buon argomento, una pessima minaccia. Serve un nuovo governo e un nuovo programma.»
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EDITORIALE
La tragedia di un governo ridicolo
di Antonio Padellaro
Da quando gli è crollata addosso la Casa delle Libertà, Silvio Berlusconi Bis ha cercato di comportarsi come se fosse già in vigore la nuova costituzione (quella partorita dalla Lega, si direbbe con la consulenza Mediaset). Là dove il capo dello Stato diventa una figura ornamentale e il premier decide tutto: anche di restare a palazzo Chigi con un governo disintegrato. Quando poi Ciampi gli ha fatto capire che la Costituzione, quella legale, prevede che con un governo in crisi colui che lo presiede si presenti dimissionario al Quirinale, il nostro ha soltanto preso tempo, arte nella quale eccelle visto che non ha fatto altro in questi quattro anni. Insomma, dopo l’uscita dell’Udc non c’è più la maggioranza e non ci sono quattro ministri, ma lui pensa di rimuovere un guaio del genere producendo un esile foglietto, presentato pomposamente come “patto di legislatura”: l’ultimo espediente per tirare a campare qualche mese ancora. L’Udc non firma e, come annuncia il premier disarcionato, si va a elezioni anticipate (per votare l’ultima domenica di giugno).
Il felpato maestro di palazzo Gianni Letta, che nel caos circostante sembra una sorta di commissario straordinario alle calamità, viene spedito verso il Colle a giustificare l’assenza del premier «impegnato nei necessari approfondimenti»; in realtà a certificare una situazione senza apparente sbocco.
Follini e Casini hanno messo le basi di una leadership di Casini nel centrodestra del dopo Berlusconi. Possibile che si giochino tutto il vantaggio acquisito per sottoscrivere un foglietto di impegni che né loro né la Lega sono in grado di rispettare?
Gianfranco Fini è stato il primo ad aprire la crisi dopo la catastrofe elettorale del 4 aprile ed è stato il primo a chiuderla, previa letterina di Berlusconi. Un comportamento che qualcuno spiega con le profonde divisioni dentro An che il presidente del partito, in minoranza, non riuscirebbe più a controllare. La fine del governo Berlusconi potrebbe quindi segnare il suo prematuro tramonto politico. Da qui la strenua difesa della doppia poltrona di vicepresidente del Consiglio e di ministro degli Esteri.
Berlusconi. I retroscena delle animate discussioni con alleati, ed ex alleati ce lo mostrano ferito e rabbioso. «Uno come me, con un patrimonio di ventimila miliardi, deve perdere il tempo con voi...», a un certo punto sbotta.. Eppure è così: uno degli uomini più ricchi del pianeta barricato in una sorta di bunker mentale perché incapace di accettare l’elementare regola democratica delle dimissioni.
Paventa che gli italiani «consegnino il paese alla sinistra»: un’ammissione di debolezza come chi considera la partita elettorale già persa in partenza. Si rende conto che la Casa della Libertà non esiste più come luogo dove far convivere cose troppo diverse tra loro: la secessione leghista e la disoccupazione nel Mezzogiorno; le tasse da tagliare a pochi privilegiati e lo sfondamento dei parametri europei. Non si rassegna alla fine. Non mette in conto un tramonto dignitoso. Immagina campagne napoleoniche, rivincite sensazionali. Non vuole capire che ogni volta che apre bocca sono altri voti che se ne vanno.
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REPUBBLICA on-line 16-4
Il crepuscolo del Cavaliere
Questo non è più Titano, è solo Titanic
di MASSIMO GIANNINI
IMPALLINATO come un qualsiasi governo Forlani, impastoiato nei riti peggiori della Prima Repubblica, Silvio Berlusconi conosce la seconda crisi della sua alterna parabola ultradecennale da presidente del Consiglio. Nel '94 lo affondò Umberto Bossi, urlando contro i "porci democristiani" che osarono minacciare le "pensioni padane", propiziando la lunga e dolorosa traversata nel deserto del governo Dini. Nel 2005 lo affonda il post-democristiano Marco Follini, rompendo con "il fronte del Nord" leghista che ha preso in ostaggio la coalizione, snaturando irreparabilmente il progetto di un centrodestra responsabile e presentabile.
Il Cavaliere avrebbe un solo dovere. Recarsi dal Capo dello Stato per riferirgli l'esito negativo del vertice della Cdl, come aveva promesso di fare nell'incontro al Quirinale di tre giorni fa. Rimettere nelle mani di Ciampi il suo mandato. E poi chiedere immediatamente le elezioni anticipate. Sarebbe la soluzione più corretta e lineare sul piano istituzionale. E invece Berlusconi la rifiuta, confermando la sua natura "aliena", al sistema di regole e alla prassi costituzionale: la crisi di governo non è un suo affare personale, che può regolare nei modi e nei tempi che gli convengono di più, come se si trattasse di un consiglio di amministrazione della Fininvest.
Pur nel suo incurabile delirio di onnipotenza, anche il premier, almeno di questo, si deve essere convinto. Tenta di recuperare Follini anche a costo di sottostare a quello che gli deve apparire come un "ricatto intollerabile". Ma cerca di farlo a modo suo. Nascondendo la verità, a se stesso e al Paese.
Su quali gambe potrà mai camminare allora una maggioranza del genere, quand'anche riuscisse a uscire da questa crisi? È questa la domanda vera, che oggi dovrebbe guidare le scelte del Cavaliere. Molto più che lo spirito di vendetta, sempre più dannoso per il Paese. O il falso mito dell'invincibilità, ormai offuscato da troppe cadute.
Il tracollo delle regionali ha solo sancito la fine conclamata di un modello politico, il berlusconismo, che in realtà era in stato comatoso già da un pezzo, e che solo l'irriducibile vocazione al combattimento del Cavaliere e l'ingestibile "vincolo di coalizione" dei suoi alleati tenevano ancora artificialmente in vita.
Il dibattito ruotava intorno a un unico dubbio: Berlusconi al governo durerà "solo" dieci anni, oppure andrà avanti per non meno di tre legislature? Non è inutile ricordarlo, nel giorno in cui quella maggioranza si sfascia tra le spinte rivendicative di un'identità irrisolta e quel sogno naufraga sugli scogli di una leadership inaridita. Comunque vada a finire questa crisi, resta un dato politico, che pesa fino quasi a schiantarla sulla biografia berlusconiana: il Cavaliere ha fallito.
Con lui è andato al potere un premier che, attraverso l'esasperazione del suo conflitto di interessi, ha fatto strame del liberalismo economico. Un premier che, attraverso la pubblicizzazione della sua vicenda giudiziaria privata, ha ridotto fin quasi ad annullarla la soglia della moralità del profitto. Un premier che, come ha ripetuto proprio ieri il leader della Confindustria, non si è mai occupato seriamente della "centralità dell'impresa" (se non della sua Mediaset).
Adesso, per uscire dalla crisi, il Cavaliere potrà anche farsi tentare ancora una volta dalle soluzioni più estreme. Potrà anche ricadere nell'azzardo in puro stile dannunziano. Potrà anche rinchiudersi un'altra volta in trincea, sfidando tutto e tutti fino alla fine della legislatura. Da solo, come ha sempre fatto, nella sua visione titanica, messianica e irrimediabilmente egotistica della politica. Ma ormai niente sarà più come prima. "Non vi libererete tanto facilmente di me...", ha tuonato ieri, all'apice della sua rabbia di monarca autocratico e spodestato. Per l'Italia è più una minaccia che una rassicurazione. La metafora è usurata, ma stavolta ci sta tutta: questo non è più Titano, è solo Titanic.
(NdR – sintesi di un lungo articolo)
Sommario di I pag.
Follini rifiuta il ricatto di Berlusconi
«Serve un nuovo governo e un nuovo programma»
Secondo giorno di crisi. La paralisi del governo e della maggioranza non basta a convincere Berlusconi alle dimissioni. Anzi, il premier, dopo aver incassato il «no» di Follini alla sua prima proposta di mediazione (una paginetta di buoni propositi pomposamente chiamata “patto di legislatura”) è fuggito da Roma. Weekend in Sardegna, nella villa di Porto Rotondo. L'ultima minaccia: «O l'Udc rientra o si va al voto». Replica Follini: «Elezioni anticipate? Mi sembra un buon argomento, una pessima minaccia. Serve un nuovo governo e un nuovo programma.»
-=oOo=-
EDITORIALE
La tragedia di un governo ridicolo
di Antonio Padellaro
Da quando gli è crollata addosso la Casa delle Libertà, Silvio Berlusconi Bis ha cercato di comportarsi come se fosse già in vigore la nuova costituzione (quella partorita dalla Lega, si direbbe con la consulenza Mediaset). Là dove il capo dello Stato diventa una figura ornamentale e il premier decide tutto: anche di restare a palazzo Chigi con un governo disintegrato. Quando poi Ciampi gli ha fatto capire che la Costituzione, quella legale, prevede che con un governo in crisi colui che lo presiede si presenti dimissionario al Quirinale, il nostro ha soltanto preso tempo, arte nella quale eccelle visto che non ha fatto altro in questi quattro anni. Insomma, dopo l’uscita dell’Udc non c’è più la maggioranza e non ci sono quattro ministri, ma lui pensa di rimuovere un guaio del genere producendo un esile foglietto, presentato pomposamente come “patto di legislatura”: l’ultimo espediente per tirare a campare qualche mese ancora. L’Udc non firma e, come annuncia il premier disarcionato, si va a elezioni anticipate (per votare l’ultima domenica di giugno).
Il felpato maestro di palazzo Gianni Letta, che nel caos circostante sembra una sorta di commissario straordinario alle calamità, viene spedito verso il Colle a giustificare l’assenza del premier «impegnato nei necessari approfondimenti»; in realtà a certificare una situazione senza apparente sbocco.
Follini e Casini hanno messo le basi di una leadership di Casini nel centrodestra del dopo Berlusconi. Possibile che si giochino tutto il vantaggio acquisito per sottoscrivere un foglietto di impegni che né loro né la Lega sono in grado di rispettare?
Gianfranco Fini è stato il primo ad aprire la crisi dopo la catastrofe elettorale del 4 aprile ed è stato il primo a chiuderla, previa letterina di Berlusconi. Un comportamento che qualcuno spiega con le profonde divisioni dentro An che il presidente del partito, in minoranza, non riuscirebbe più a controllare. La fine del governo Berlusconi potrebbe quindi segnare il suo prematuro tramonto politico. Da qui la strenua difesa della doppia poltrona di vicepresidente del Consiglio e di ministro degli Esteri.
Berlusconi. I retroscena delle animate discussioni con alleati, ed ex alleati ce lo mostrano ferito e rabbioso. «Uno come me, con un patrimonio di ventimila miliardi, deve perdere il tempo con voi...», a un certo punto sbotta.. Eppure è così: uno degli uomini più ricchi del pianeta barricato in una sorta di bunker mentale perché incapace di accettare l’elementare regola democratica delle dimissioni.
Paventa che gli italiani «consegnino il paese alla sinistra»: un’ammissione di debolezza come chi considera la partita elettorale già persa in partenza. Si rende conto che la Casa della Libertà non esiste più come luogo dove far convivere cose troppo diverse tra loro: la secessione leghista e la disoccupazione nel Mezzogiorno; le tasse da tagliare a pochi privilegiati e lo sfondamento dei parametri europei. Non si rassegna alla fine. Non mette in conto un tramonto dignitoso. Immagina campagne napoleoniche, rivincite sensazionali. Non vuole capire che ogni volta che apre bocca sono altri voti che se ne vanno.
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REPUBBLICA on-line 16-4
Il crepuscolo del Cavaliere
Questo non è più Titano, è solo Titanic
di MASSIMO GIANNINI
IMPALLINATO come un qualsiasi governo Forlani, impastoiato nei riti peggiori della Prima Repubblica, Silvio Berlusconi conosce la seconda crisi della sua alterna parabola ultradecennale da presidente del Consiglio. Nel '94 lo affondò Umberto Bossi, urlando contro i "porci democristiani" che osarono minacciare le "pensioni padane", propiziando la lunga e dolorosa traversata nel deserto del governo Dini. Nel 2005 lo affonda il post-democristiano Marco Follini, rompendo con "il fronte del Nord" leghista che ha preso in ostaggio la coalizione, snaturando irreparabilmente il progetto di un centrodestra responsabile e presentabile.
Il Cavaliere avrebbe un solo dovere. Recarsi dal Capo dello Stato per riferirgli l'esito negativo del vertice della Cdl, come aveva promesso di fare nell'incontro al Quirinale di tre giorni fa. Rimettere nelle mani di Ciampi il suo mandato. E poi chiedere immediatamente le elezioni anticipate. Sarebbe la soluzione più corretta e lineare sul piano istituzionale. E invece Berlusconi la rifiuta, confermando la sua natura "aliena", al sistema di regole e alla prassi costituzionale: la crisi di governo non è un suo affare personale, che può regolare nei modi e nei tempi che gli convengono di più, come se si trattasse di un consiglio di amministrazione della Fininvest.
Pur nel suo incurabile delirio di onnipotenza, anche il premier, almeno di questo, si deve essere convinto. Tenta di recuperare Follini anche a costo di sottostare a quello che gli deve apparire come un "ricatto intollerabile". Ma cerca di farlo a modo suo. Nascondendo la verità, a se stesso e al Paese.
Su quali gambe potrà mai camminare allora una maggioranza del genere, quand'anche riuscisse a uscire da questa crisi? È questa la domanda vera, che oggi dovrebbe guidare le scelte del Cavaliere. Molto più che lo spirito di vendetta, sempre più dannoso per il Paese. O il falso mito dell'invincibilità, ormai offuscato da troppe cadute.
Il tracollo delle regionali ha solo sancito la fine conclamata di un modello politico, il berlusconismo, che in realtà era in stato comatoso già da un pezzo, e che solo l'irriducibile vocazione al combattimento del Cavaliere e l'ingestibile "vincolo di coalizione" dei suoi alleati tenevano ancora artificialmente in vita.
Il dibattito ruotava intorno a un unico dubbio: Berlusconi al governo durerà "solo" dieci anni, oppure andrà avanti per non meno di tre legislature? Non è inutile ricordarlo, nel giorno in cui quella maggioranza si sfascia tra le spinte rivendicative di un'identità irrisolta e quel sogno naufraga sugli scogli di una leadership inaridita. Comunque vada a finire questa crisi, resta un dato politico, che pesa fino quasi a schiantarla sulla biografia berlusconiana: il Cavaliere ha fallito.
Con lui è andato al potere un premier che, attraverso l'esasperazione del suo conflitto di interessi, ha fatto strame del liberalismo economico. Un premier che, attraverso la pubblicizzazione della sua vicenda giudiziaria privata, ha ridotto fin quasi ad annullarla la soglia della moralità del profitto. Un premier che, come ha ripetuto proprio ieri il leader della Confindustria, non si è mai occupato seriamente della "centralità dell'impresa" (se non della sua Mediaset).
Adesso, per uscire dalla crisi, il Cavaliere potrà anche farsi tentare ancora una volta dalle soluzioni più estreme. Potrà anche ricadere nell'azzardo in puro stile dannunziano. Potrà anche rinchiudersi un'altra volta in trincea, sfidando tutto e tutti fino alla fine della legislatura. Da solo, come ha sempre fatto, nella sua visione titanica, messianica e irrimediabilmente egotistica della politica. Ma ormai niente sarà più come prima. "Non vi libererete tanto facilmente di me...", ha tuonato ieri, all'apice della sua rabbia di monarca autocratico e spodestato. Per l'Italia è più una minaccia che una rassicurazione. La metafora è usurata, ma stavolta ci sta tutta: questo non è più Titano, è solo Titanic.
(NdR – sintesi di un lungo articolo)
venerdì, aprile 15, 2005
RESISTENZA - 15/4/05
L’UNITA’ on-line 15-4
BANNER
Il trionfo della modestia. «Io me ne andrei pure, se ci fosse in alternativa a me gente come De Gasperi, Benedetto Croce o Gaetano Salvemini... Purtroppo non c’è neanche un Van Basten in panchina».
Silvio Berlusconi al vertice di governo, 14 aprile
-=oOo=-
Sommario di I pag.
Governo in crisi
Berlusconi ora minaccia tutti: «Non vi libererete di me»
La crisi è aperta. L’Udc, accogliendo la proposta del segretario e vicepremier Marco Follini, esce dal governo. Tutti i ministri centristi si dimettono. Li segue immediatamente anche il Nuovo Psi di Gianni De Michelis. «O noi esprimiamo una delega in bianco al leader della coalizione - ha detto Follini al suo partito - oppure ci assumiamo la nostra responsabilità». Replica Berlusconi: «Sono sereno, non vi libererete troppo facilmente di me». La proposta del premier: patto di legislatura e governo bis.
-=oOo=-
Corsivo
Il prigioniero di Palazzo Chigi
di Bruno Ugolini
C'è un detto popolare un po' cinico che recita "Morto un papa se ne fa un altro". I cardinali, infatti, stanno per riunirsi a discutere, fino ad annunciare al mondo, attraverso campane e fumate bianche, l'elezione del nuovo pontefice.
Non succede così dappertutto. C'è un altro conclave, laico, freneticamente riunito. E' quello della cosiddetta Casa delle Libertà. Sono ormai giorni e giorni che si scambiano pareri su come passare al Berlusconi bis, o ter che dir si voglia. Hanno preso atto della sconfitta e vogliono dare, come dicono in gergo, un segno di discontinuità.
Insomma vogliono far capire agli elettori che non continueranno con l'andazzo del passato. Alludono a quel fregarsene dei problemi del Paese rammentato ogni giorno, sulle piazze, da statali, metalmeccanici, medici, infermieri, vigili del fuoco, operai tessili, giovani Co.Co.Co., precari da una vita, insegnanti. Un popolo che aspetta appunto, la "discontinuità". Magari con un nuovo papa, pardon un nuovo capo del governo.
Ma lui, il presidente del Consiglio, vive queste richieste di cambio come uno sfregio, un’umiliazione. E’ come se adesso, improvvisamente, anche tutti i suoi alleati (escluso il povero Bossi, ancora traumatizzato dalla malattia), non credessero più ai suoi ponti faraonici, alle tasse cancellate, ai posti di lavoro creati, ai prezzi calati. Il Premier sfoglia “Libero”, il giornale dell'amico Vittorio Feltri, e c'è scritto: "Il piano dei volponi Dc: rosolare il premier": Così quando Marco Follini decide di far dimettere i propri ministri risponde piccato: “Non vi libererete facilmente di me”. E aggiunge: “Sono miliardario, non campo di politica”.
E’ vero. Non morirà di fame. E' possibile che decida di rimanere asserragliato a Palazzo Chigi, senza sventolare bandiera bianca, sorretto dal fedele Bondi. Dovrà recarsi colà, nel fortino, lo stesso Ciampi, affiancato dai corazzieri. E dovrà pagare un riscatto. Non per liberarlo. Per liberarci.
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REPUBBLICA on-line 15-4
Berlusconi verso il governo-bis
"Ma solo con un patto con gli alleati”
ROMA - "Comunque, temo che non vi libererete troppo facilmente di me...". Così il premier Silvio Berlusconi sintetizza il suo stato d'animo in questi momenti di difficoltà del governo, conversando con i giornalisti all'ingresso di Palazzo Grazioli. La situazione "è in movimento" tanto che non si può escludere l'ipotesi di un Berlusconi-bis, ma neanche altre soluzioni che il premier sta vagliano in queste ore. Tuttavia una cosa è certa: Berlusconi non intende fare un passo indietro e combatterà fino alla fine. E, se ci sarà un governo-bis, sarà solo alle condizioni del premier.
Nonostante stia attraversando la crisi più grave dall'inizio della legislatura, Berlusconi si mostra sereno ai numerosi giornalisti che da giorni presidiano Palazzo Grazioli, la sua residenza romana.
Berlusconi non ha escluso né una visita in giornata al Capo dello Stato ("non lo so, stiamo lavorando"), né tantomeno un governo-bis. "Vediamo...perché la soluzione è tutta in movimento", spiega. "Io - aggiunge subito - guardo alla sostanza delle cose... E, se c'è l'interesse del Paese che deve prevalere, io prenderò le decisioni più opportune".
Se la soluzione fosse il governo-bis, fonti parlamentari dicono che Berlusconi accetterebbe ad alcune condizioni. La prima è che tutti gli alleati sottoscrivano un patto per un rilancio dell'azione dell'esecutivo che porti alla conclusione naturale della legislatura, con un programma forte e ben determinato.
E, sempre secondo indiscrezioni, il premier starebbe lavorando con questo obiettivo con tutti i suoi alleati, facendo una dettagliata analisi della situazione. Una situazione che esporrà al Capo dello Stato quando avrà il quadro generale della situazione ben chiaro.
Sembrano sfumare dunque altri tipi di soluzione che potrebbero condurre a un ritorno delle deleghe dei ministri dimissionari nelle mani del presidente del Consiglio o anche alla conclusione estrema delle elezioni anticipate.
In ogni caso, dice il premier, resto "serenissimo" anche perché, sottolinea, "non ci sono preclusioni da parte mia; a nulla".
L'Unione: "Berlusconi si dimetta"
Prodi esclude governi istituzionali: "Meglio il voto che una lenta agonia". Nell'immediato serve subito un passaggio in parlamento con l'apertura formale di una crisi e le dimissioni di Berlusconi, mentre per il futuro non esiste nessuna disponibilità a governi istituzionali, di transizione, o tecnici. E' questa la posizione stabilita dall'Unione in concomitanza con il precipitare della situazione nella Cdl dopo la conferma da parte della direzione dell'Udc di ritirare la sua delegazione nell'esecutivo.
Prodi lo dice chiaramente: "Bisogna prendere atto che la crisi è stata dichiarata stamattina dall' Udc, ora siamo entrati in una profonda crisi". Ma è una crisi, sottolinea il Professore, "non c'è in campo alcuna ipotesi di un esecutivo tecnico o istituzionale".
Fassino, in precedenza era stato ugualmente netto. "La decisione dell'Udc di ritirare i propri ministri - ha detto il segretario dei Ds - apre una crisi politica che non può più essere nascosta o mascherata". "Il presidente del Consiglio - ha aggiunto - deve oggi stesso rassegnare le dimissioni e aprire formalmente la crisi di governo, ogni ulteriore dilazione aggraverebbe soltanto la crisi del Paese e incrinerebbe ancora di più la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni".
Dunque, anche se rimane valida la consegna affinché nessuno chieda formalmente a nome del centrosinistra elezioni anticipate, nell'Unione è ormai convinzione diffusa che, per il bene del Paese, sarebbe meglio andare a votare.
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CITAZIONI
Il tempo dei sorrisi a trentadue denti, delle pezze, delle promesse e dei ricatti, sembra proprio finito. Questo Governo non c'è più. Berlusconi appare un «Cavaliere ex-esistente», ed anzi ciecamente resistente: basta che molli, anche di poco, ed è la fine. La fine di quella «Cosa» che ci ha dominato per quasi dieci anni. L'inizio di un'Italia che sarà comunque migliore.
(Rina Gagliardi, Liberazione 15-4)
-=oOo=-
Il clima è quello che abbiamo già conosciuto nelle agonie dei governicchi della Prima Repubblica.
(Emanuele Macaluso, Il Riformista 15-4)
-=oOo=-
Sarà alla fine un governo balneare. Di quelli senz’anima. Di quelli che nelle peggiori liturgie della cosiddetta Prima Repubblica servivano a passare “la nuttata” delle discordie tra i partiti. In attesa di tempi migliori. E magari allargando nel frattempo i cordoni della borsa. La soluzione peggiore. Peggio.
La mazzata definitiva per il Paese che una destra irresponsabile sta riducendo in macerie. Hanno un’ultima opportunità per evitare questo fosco destino all’Italia: andare a casa. Ora.
(Europa on the Web, 15-4)
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MEDITAZIONE - 15/4/05
ESPRESSO on-line 15-4
Il Cavaliere irrecuperabile
Berlusconi ha mostrato che non c'è nessuna seria possibilità che possa invertire il corso del suo malgoverno
Giorgio Bocca
L'ultima apparizione televisiva di Silvio Berlusconi ci dice che il personaggio è irrecuperabile. Fisicamente per cominciare. Gli interventi faccia e capelli che si è procurato assentandosi per settimane dal governo sono francamente penosi: una incerta lanuggine sul cranio ovoidale, una faccia gonfia e senza rughe da neonato settuagenario, le palpebre tirate in una faccia finta in cui è più facile cogliere il falso e il patetico.
Un uomo politico che commette l'errore di ringiovanirsi come un attore è uno pronto a rovinarsi da se stesso.
Ma incredibile, allucinante, è ciò che ha detto e come lo ha detto: a vanvera, tirando a indovinare e a impressionare, promettendo a vuoto come nei giorni per lui incancellabili in cui si improvvisava impresario edile nella periferia milanese e come un Fregoli ora si presentava come venditore e ora come costruttore ai visitatori dei cantieri.
Parlava sciolto e gaio in televisione, come allora, sorrideva come il piazzista che mentre vende la merce si compiace della sua abilità e non si accorgeva di confermare l'immagine per cui è stato elettoralmente bocciato dai concittadini.
Alla fine della trasmissione nessuno ricordava esattamente che cosa avesse detto, ma l'impressione generale era che ancora una volta avesse mentito, vantato meriti inesistenti, promesso rimedi impossibili.
Con cosa intendeva finanziare le grandi opere, risanare la finanza pubblica, presentarsi all'Europa con i conti in ordine, aumentare le pensioni, fermare il carovita, rilanciare la ricerca, sanare le industrie in crisi, fermare lo sfacelo del Mezzogiorno, fermare la fuga dei cervelli, la delocazione delle industrie, il moltiplicarsi dei crack finanziari?
Lui prendeva appunti, sorrideva e poi passava al contrattacco sparando risposte vaghe e incredibili: venderemo tutto lo Stato, cartolarizzeremo tutto il suo patrimonio, non siamo i soli a essere nei guai.
Dite che la ricerca è in crisi? Non è vero, una statistica europea dice che siamo secondi dopo la Finlandia. E poi i lazzi e i frizzi, il prendere in castagna gli avversari su una cifra, su un nome, cercando di scavalcare gli argomenti. E poi i sorrisi, le posizioni di chi sa stare davanti alle telecamere, il salire sulla cresta degli applausi della claque debitamente convocata nonostante l'improvvisazione.
E intanto ci scendeva in corpo come un gelo al pensiero di cosa combinerà negli ultimi 11 mesi che gli restano di governo, perché una cosa nell'uomo incerto e confuso è chiara: non mollerà il comando fino all'ultimo minuto.
Lo hanno fatto tiranni e despoti di tutte le risme. Da noi il Mussolini di Salò minacciò di "seminare di mine l'intera Val Padana", le mine della sua socializzazione, ma erano già state disinnescate dai padroni del vapore e dai loro protettori tedeschi.
A lume di logica il nostro Cavaliere non dovrebbe avere mani libere nelle sue minacce estreme: è già in corso la fuga da Forza Italia degli opportunisti e dei profittatori, i suoi alleati neo fascisti e democristiani stanno già prendendo le distanze addossandogli le colpe della sconfitta e si sa come vanno le cose dalle nostre parti italiane quando si tratta di scappare dalla nave che affonda.
Nessuno, intendiamoci, oggi è in grado di prevedere come finirà l'avventura del Cavaliere di Arcore, anche se le proiezioni elettorali indicano una sua sconfitta nel 2006, ma una cosa è certa: per lui le cose stanno mettendosi male, molto male, e non c'è nessuna seria possibilità che possa invertire il corso del suo malgoverno, della sua incapacità di gestire un paese complesso come il nostro, diviso profondamente e da sempre ingovernabile.
BANNER
Il trionfo della modestia. «Io me ne andrei pure, se ci fosse in alternativa a me gente come De Gasperi, Benedetto Croce o Gaetano Salvemini... Purtroppo non c’è neanche un Van Basten in panchina».
Silvio Berlusconi al vertice di governo, 14 aprile
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Sommario di I pag.
Governo in crisi
Berlusconi ora minaccia tutti: «Non vi libererete di me»
La crisi è aperta. L’Udc, accogliendo la proposta del segretario e vicepremier Marco Follini, esce dal governo. Tutti i ministri centristi si dimettono. Li segue immediatamente anche il Nuovo Psi di Gianni De Michelis. «O noi esprimiamo una delega in bianco al leader della coalizione - ha detto Follini al suo partito - oppure ci assumiamo la nostra responsabilità». Replica Berlusconi: «Sono sereno, non vi libererete troppo facilmente di me». La proposta del premier: patto di legislatura e governo bis.
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Corsivo
Il prigioniero di Palazzo Chigi
di Bruno Ugolini
C'è un detto popolare un po' cinico che recita "Morto un papa se ne fa un altro". I cardinali, infatti, stanno per riunirsi a discutere, fino ad annunciare al mondo, attraverso campane e fumate bianche, l'elezione del nuovo pontefice.
Non succede così dappertutto. C'è un altro conclave, laico, freneticamente riunito. E' quello della cosiddetta Casa delle Libertà. Sono ormai giorni e giorni che si scambiano pareri su come passare al Berlusconi bis, o ter che dir si voglia. Hanno preso atto della sconfitta e vogliono dare, come dicono in gergo, un segno di discontinuità.
Insomma vogliono far capire agli elettori che non continueranno con l'andazzo del passato. Alludono a quel fregarsene dei problemi del Paese rammentato ogni giorno, sulle piazze, da statali, metalmeccanici, medici, infermieri, vigili del fuoco, operai tessili, giovani Co.Co.Co., precari da una vita, insegnanti. Un popolo che aspetta appunto, la "discontinuità". Magari con un nuovo papa, pardon un nuovo capo del governo.
Ma lui, il presidente del Consiglio, vive queste richieste di cambio come uno sfregio, un’umiliazione. E’ come se adesso, improvvisamente, anche tutti i suoi alleati (escluso il povero Bossi, ancora traumatizzato dalla malattia), non credessero più ai suoi ponti faraonici, alle tasse cancellate, ai posti di lavoro creati, ai prezzi calati. Il Premier sfoglia “Libero”, il giornale dell'amico Vittorio Feltri, e c'è scritto: "Il piano dei volponi Dc: rosolare il premier": Così quando Marco Follini decide di far dimettere i propri ministri risponde piccato: “Non vi libererete facilmente di me”. E aggiunge: “Sono miliardario, non campo di politica”.
E’ vero. Non morirà di fame. E' possibile che decida di rimanere asserragliato a Palazzo Chigi, senza sventolare bandiera bianca, sorretto dal fedele Bondi. Dovrà recarsi colà, nel fortino, lo stesso Ciampi, affiancato dai corazzieri. E dovrà pagare un riscatto. Non per liberarlo. Per liberarci.
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REPUBBLICA on-line 15-4
Berlusconi verso il governo-bis
"Ma solo con un patto con gli alleati”
ROMA - "Comunque, temo che non vi libererete troppo facilmente di me...". Così il premier Silvio Berlusconi sintetizza il suo stato d'animo in questi momenti di difficoltà del governo, conversando con i giornalisti all'ingresso di Palazzo Grazioli. La situazione "è in movimento" tanto che non si può escludere l'ipotesi di un Berlusconi-bis, ma neanche altre soluzioni che il premier sta vagliano in queste ore. Tuttavia una cosa è certa: Berlusconi non intende fare un passo indietro e combatterà fino alla fine. E, se ci sarà un governo-bis, sarà solo alle condizioni del premier.
Nonostante stia attraversando la crisi più grave dall'inizio della legislatura, Berlusconi si mostra sereno ai numerosi giornalisti che da giorni presidiano Palazzo Grazioli, la sua residenza romana.
Berlusconi non ha escluso né una visita in giornata al Capo dello Stato ("non lo so, stiamo lavorando"), né tantomeno un governo-bis. "Vediamo...perché la soluzione è tutta in movimento", spiega. "Io - aggiunge subito - guardo alla sostanza delle cose... E, se c'è l'interesse del Paese che deve prevalere, io prenderò le decisioni più opportune".
Se la soluzione fosse il governo-bis, fonti parlamentari dicono che Berlusconi accetterebbe ad alcune condizioni. La prima è che tutti gli alleati sottoscrivano un patto per un rilancio dell'azione dell'esecutivo che porti alla conclusione naturale della legislatura, con un programma forte e ben determinato.
E, sempre secondo indiscrezioni, il premier starebbe lavorando con questo obiettivo con tutti i suoi alleati, facendo una dettagliata analisi della situazione. Una situazione che esporrà al Capo dello Stato quando avrà il quadro generale della situazione ben chiaro.
Sembrano sfumare dunque altri tipi di soluzione che potrebbero condurre a un ritorno delle deleghe dei ministri dimissionari nelle mani del presidente del Consiglio o anche alla conclusione estrema delle elezioni anticipate.
In ogni caso, dice il premier, resto "serenissimo" anche perché, sottolinea, "non ci sono preclusioni da parte mia; a nulla".
L'Unione: "Berlusconi si dimetta"
Prodi esclude governi istituzionali: "Meglio il voto che una lenta agonia". Nell'immediato serve subito un passaggio in parlamento con l'apertura formale di una crisi e le dimissioni di Berlusconi, mentre per il futuro non esiste nessuna disponibilità a governi istituzionali, di transizione, o tecnici. E' questa la posizione stabilita dall'Unione in concomitanza con il precipitare della situazione nella Cdl dopo la conferma da parte della direzione dell'Udc di ritirare la sua delegazione nell'esecutivo.
Prodi lo dice chiaramente: "Bisogna prendere atto che la crisi è stata dichiarata stamattina dall' Udc, ora siamo entrati in una profonda crisi". Ma è una crisi, sottolinea il Professore, "non c'è in campo alcuna ipotesi di un esecutivo tecnico o istituzionale".
Fassino, in precedenza era stato ugualmente netto. "La decisione dell'Udc di ritirare i propri ministri - ha detto il segretario dei Ds - apre una crisi politica che non può più essere nascosta o mascherata". "Il presidente del Consiglio - ha aggiunto - deve oggi stesso rassegnare le dimissioni e aprire formalmente la crisi di governo, ogni ulteriore dilazione aggraverebbe soltanto la crisi del Paese e incrinerebbe ancora di più la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni".
Dunque, anche se rimane valida la consegna affinché nessuno chieda formalmente a nome del centrosinistra elezioni anticipate, nell'Unione è ormai convinzione diffusa che, per il bene del Paese, sarebbe meglio andare a votare.
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CITAZIONI
Il tempo dei sorrisi a trentadue denti, delle pezze, delle promesse e dei ricatti, sembra proprio finito. Questo Governo non c'è più. Berlusconi appare un «Cavaliere ex-esistente», ed anzi ciecamente resistente: basta che molli, anche di poco, ed è la fine. La fine di quella «Cosa» che ci ha dominato per quasi dieci anni. L'inizio di un'Italia che sarà comunque migliore.
(Rina Gagliardi, Liberazione 15-4)
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Il clima è quello che abbiamo già conosciuto nelle agonie dei governicchi della Prima Repubblica.
(Emanuele Macaluso, Il Riformista 15-4)
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Sarà alla fine un governo balneare. Di quelli senz’anima. Di quelli che nelle peggiori liturgie della cosiddetta Prima Repubblica servivano a passare “la nuttata” delle discordie tra i partiti. In attesa di tempi migliori. E magari allargando nel frattempo i cordoni della borsa. La soluzione peggiore. Peggio.
La mazzata definitiva per il Paese che una destra irresponsabile sta riducendo in macerie. Hanno un’ultima opportunità per evitare questo fosco destino all’Italia: andare a casa. Ora.
(Europa on the Web, 15-4)
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MEDITAZIONE - 15/4/05
ESPRESSO on-line 15-4
Il Cavaliere irrecuperabile
Berlusconi ha mostrato che non c'è nessuna seria possibilità che possa invertire il corso del suo malgoverno
Giorgio Bocca
L'ultima apparizione televisiva di Silvio Berlusconi ci dice che il personaggio è irrecuperabile. Fisicamente per cominciare. Gli interventi faccia e capelli che si è procurato assentandosi per settimane dal governo sono francamente penosi: una incerta lanuggine sul cranio ovoidale, una faccia gonfia e senza rughe da neonato settuagenario, le palpebre tirate in una faccia finta in cui è più facile cogliere il falso e il patetico.
Un uomo politico che commette l'errore di ringiovanirsi come un attore è uno pronto a rovinarsi da se stesso.
Ma incredibile, allucinante, è ciò che ha detto e come lo ha detto: a vanvera, tirando a indovinare e a impressionare, promettendo a vuoto come nei giorni per lui incancellabili in cui si improvvisava impresario edile nella periferia milanese e come un Fregoli ora si presentava come venditore e ora come costruttore ai visitatori dei cantieri.
Parlava sciolto e gaio in televisione, come allora, sorrideva come il piazzista che mentre vende la merce si compiace della sua abilità e non si accorgeva di confermare l'immagine per cui è stato elettoralmente bocciato dai concittadini.
Alla fine della trasmissione nessuno ricordava esattamente che cosa avesse detto, ma l'impressione generale era che ancora una volta avesse mentito, vantato meriti inesistenti, promesso rimedi impossibili.
Con cosa intendeva finanziare le grandi opere, risanare la finanza pubblica, presentarsi all'Europa con i conti in ordine, aumentare le pensioni, fermare il carovita, rilanciare la ricerca, sanare le industrie in crisi, fermare lo sfacelo del Mezzogiorno, fermare la fuga dei cervelli, la delocazione delle industrie, il moltiplicarsi dei crack finanziari?
Lui prendeva appunti, sorrideva e poi passava al contrattacco sparando risposte vaghe e incredibili: venderemo tutto lo Stato, cartolarizzeremo tutto il suo patrimonio, non siamo i soli a essere nei guai.
Dite che la ricerca è in crisi? Non è vero, una statistica europea dice che siamo secondi dopo la Finlandia. E poi i lazzi e i frizzi, il prendere in castagna gli avversari su una cifra, su un nome, cercando di scavalcare gli argomenti. E poi i sorrisi, le posizioni di chi sa stare davanti alle telecamere, il salire sulla cresta degli applausi della claque debitamente convocata nonostante l'improvvisazione.
E intanto ci scendeva in corpo come un gelo al pensiero di cosa combinerà negli ultimi 11 mesi che gli restano di governo, perché una cosa nell'uomo incerto e confuso è chiara: non mollerà il comando fino all'ultimo minuto.
Lo hanno fatto tiranni e despoti di tutte le risme. Da noi il Mussolini di Salò minacciò di "seminare di mine l'intera Val Padana", le mine della sua socializzazione, ma erano già state disinnescate dai padroni del vapore e dai loro protettori tedeschi.
A lume di logica il nostro Cavaliere non dovrebbe avere mani libere nelle sue minacce estreme: è già in corso la fuga da Forza Italia degli opportunisti e dei profittatori, i suoi alleati neo fascisti e democristiani stanno già prendendo le distanze addossandogli le colpe della sconfitta e si sa come vanno le cose dalle nostre parti italiane quando si tratta di scappare dalla nave che affonda.
Nessuno, intendiamoci, oggi è in grado di prevedere come finirà l'avventura del Cavaliere di Arcore, anche se le proiezioni elettorali indicano una sua sconfitta nel 2006, ma una cosa è certa: per lui le cose stanno mettendosi male, molto male, e non c'è nessuna seria possibilità che possa invertire il corso del suo malgoverno, della sua incapacità di gestire un paese complesso come il nostro, diviso profondamente e da sempre ingovernabile.
giovedì, aprile 14, 2005
RESISTENZA - 14/4/05
SALVATE L’ITALIA!
L’UNITA’ on-line 14-4
BANNER
Con un deficit in vertiginoso aumento, un debito che non accenna a diminuire e Berlusconi che intende rimanere al potere grazie alla promessa di ulteriori tagli alle tasse l’Italia è il Paese più insolvente d’Europa».
(Editoriale del Financial Times dal titolo: «Salvate l’Italia da questa follia fiscale», 13 aprile)
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Sommario di I pag.
Berlusconi sull'orlo della crisi
Fini chiede la fiducia, Udc spaccata
L'unica cosa certa è che il vertice di maggioranza è stato un fallimento. Il governo Berlusconi dopo quattro ore di discussione a porte chiuse a Palazzo Chigi, sta peggio di prima. Fini consiglia Berlusconi di andare direttamente in Parlamento a chiedere la fiducia. An vorrebbe solo un "rimpastino", ma lo dice solo a mezzabocca e poi questa ipotesi non troverebbe disposto il Quirinale. I problemi più grossi comunque vengono dall'Udc. O almeno da una parte dell'Udc, perché Buttiglione e D'Onofrio non sembrano intenzionati a lasciare le poltrone, mentre il segretario, vicepresidente del Consiglio, minaccia di passare ad un appoggio esterno. Le due linee dovranno trovare una sintesi nella riunione della direzione del partito convocata per venerdì.
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REPUBBLICA on-line 14-4
Follini: "Governo-bis o usciamo"
Più cauto Fini: "Il premier chieda la fiducia al Parlamento"
Berlusconi: "Non lascio comunque" - "I centristi vadano pure. Poi alla fine vedremo..."
ROMA - La crisi di governo è sempre più vicina. Filtrano solo indiscrezioni alla fine del vertice di maggioranza convocato a Palazzo Chigi da Silvio Berlusconi, il primo vero redde rationem nella Cdl dopo la sconfitta nel voto regionale. Ma ciò che emerge è che l'Udc è sempre più convinta della necessità di un nuovo governo Berlusconi, che dia il segno di quella famosa "discontinuità" chiesta e richiesta da Marco Follini. Sulla stessa lunghezza d'onda anche Gianni De Michelis.
Berlusconi-bis
Secondo i centristi, il premier dovrebbe andare al Quirinale per riavere un incarico dal presidente Ciampi. Quindi, una nuova fiducia da parte del Parlamento, sulla base di un programma di pochi punti per l'ultimo scorcio di legislatura. Altrimenti, l'Udc è pronto a ritirare i ministri, aprire la crisi nel governo e limitarsi poi all'appoggio esterno.
Berlusconi avrebbe risposto senza mezzi termini: "Voi andate per conto vostro, poi alla fine vedremo...". Se cade il governo - questo è il ragionamento del premier - deve essere chiaro a tutti che la responsabiltà è dell'Udc. Linea confermata in serata dal vicepresidente di Forza Italia, Giulio Tremonti: "Berlusconi ha avuto la maggioranza dei voti, vuole mantenere l'impegno con gli elettori, rafforzare il governo, e vuole andare avanti fino alle prossime elezioni politiche".
L'ultimatum di Fini
Il vicepremier è l'unico a rilasciare una dichiarazione alla fine del summit. Berlusconi deve presentarsi al Parlamento e chiedere una nuova fiducia per andare avanti: "Se Berlusconi vuol cambiare qualche ministro lo faccia. Ha carta bianca, perché la novità richiesta da An deve essere nei contenuti politici non nei ministri".
I dubbi di An
Che cosa accadrà ora? Tutto si deciderà in pochi passaggi nelle prossime ore. Dopo la riunione di An nel pomeriggio, la linea rimane quella chiarita da Ignazio La Russa: "Anche noi siamo convinti che non sarebbe sbagliato passare dalle Camere per un Berlusconi bis, ma crediamo che questo non sia indispensabile".
Riunioni infinite
Domani pomeriggio ci sarà la direzione nazionale dell'Udc. Mentre a Palazzo Chigi nel pomeriggio iniziavano altri vertici, prima tra Berlusconi e lo stato maggiore di Forza Italia e poi tra il premier e i leghisti Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti.
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CITAZIONE
Berlusconi ha un obbligo nei confronti della sua coalizione: provarci ancora. Siccome con una maggioranza in queste condizioni non può neanche provarci, deve rimettere insieme la maggioranza. Per rimetterla insieme deve accettare, anzi promuovere, una crisi politica in piena regola. Oggi a Berlusconi la crisi sembra il male maggiore. E invece è per lui il male minore.
(Il Riformista 14-4)
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IL RIFORMISTA 14-4
Corsivo
BERLUSCONI E LA QUESTIONE MERIDIONALE
Em.ma
Le riflessioni post-elettorali, come gli esami di Eduardo, non finiscono mai. Ieri abbiamo citato alcuni pensieri forti che maturano nella Casa delle Libertà. Oggi, leggendo i giornali, apprendiamo che gli ammonimenti della Comunità europea sui conti pubblici italiani sono, dice Berlusconi, una “carognata”. E chiarisce: «È un attacco di un esponente dell’Internazionale Socialista». C’è un progresso: non è più il comunismo, ma il socialismo ad aggredire il Cavaliere. Ma la riflessione più importante riguarda il Mezzogiorno. Cosa fare? Berlusconi sostiene che l’asse nordista con Bossi non si tocca e la riforma costituzionale, detta devoluzione, va approvata. Però - aggiunge - dobbiamo integrarla con la politica meridionale. Chi è il pensatore che rilancerà il Sud? Per ora apprendiamo che sarà ripristinato il ministero del Mezzogiorno, e per guidarlo si è aperta una gara fra due titani del meridionalismo, i siciliani Gianfranco Miccichè (Fi) e Raffaele Lombardo (Udc). Finalmente, dopo cento anni di discussioni, studi, conflitti, inchieste parlamentari e tante altre cose, il Cavaliere, in questo scorcio di legislatura, ci regala la soluzione della questione meridionale. Grazie zio.
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REPUBBLICA on-line 14-4
CARTA CANTA
di Marco Travaglio
Tempo scaduto
"Una commissione d'inchiesta della forza multinazionale in Iraq, che comprenderà anche rappresentanti italiani, cercherà di fare piena luce sulla tragica scomparsa di Nicola Calipari in tempi 'strettissimi', tre o quattro settimane al massimo. E' il segnale che il governo italiano ed il premier Silvio Berlusconi attendevano dopo i continui contatti tra le due sponde dell'Atlantico... L'ultimo colloquio, quello risolutivo, oggi con Gianni Letta"
(Ansa, 8 marzo 2005)
"'L'atteggiamento di fermezza era l'unico che il governo potesse assumere…
A questa commissione Berlusconi attribuisce una grandissima importanza non solo in quanto 'testimonianza’ della 'fermezza’ di Roma sulla vicenda, ma anche in quanto 'dimostrazione’ della grande considerazione che gli alleati americani, con il loro presidente George Bush in testa, hanno dell'Italia" (Ansa, 9 marzo 2005)"
“Mi dispiace per Nicola Calipari"
(George W. Bush a Silvio Berlusconi durante la cena a Villa Madama alla vigilia dei funerali del Papa, 7 aprile 2005)
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CITAZIONE
Le dichiarazioni a caldo pronunciate da Berlusconi e quasi universalmente apprezzate sono ormai ridotte a quello che sono: una tragica rodomontata, un passeggero «effetto annuncio».
(Gian Giacomo Migone, L’Unità 14-4)
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MEDITAZIONE - 14/4/05
MANIFESTO 13-4
Malafede o incompetenza?
Le cifre fasulle del governo Berlusconi
GALAPAGOS
Sfortuna, malafede o incompetenza? Le alternative per il governo sui dati costantemente «falsi» dei conti pubblici offrono queste tre possibili alternative. Che, però, si riducono subito a due considerando che la prima (la «sfortuna» perché la «crescita è più lenta del previsto») è una falsa alternativa. O meglio: è l'alibi per poter sparare cifre a casaccio (e quindi in malafede), supportate da un quadro economico non reale, sperando in tempi migliori. Il che significa incompetenza, cioè non comprensione della situazione reale dell'economia e non predisporre politiche economiche adeguate. Probabilmente se l'Italia non avesse aderito al trattato di Maastricht e alla moneta unica i clamorosi errori previsionali sarebbero passati quasi inosservati. Per disgrazia di Berlusconi, però, ora c'è l'Europa. E con l'Europa bisogna fare (bene) i conti. Non è da ieri che a Bruxelles contestano i conti italiani. Anche perché i conti di Tremonti (prima) e Siniscalco (poi) sono stati sempre molto ballerini. Per rimanere all'ultimo anno e mezzo, basti ricordare che nel luglio del 2003 nel Documento di programmazione economico finanziaria si stimava una crescita del pil (per il 2004) del 2,0%; un indebitamento (volgarmente chiamato deficit) dell'1,8%; un avanzo primario del 3,1% e una diminuzione dell'incidenza del debito sul pil di 1,4 punti percentuali. Già due mesi più tardi, però, il governo fa una prima retromarcia e rivede (anche se non di molto) con la Nota di aggiornamento del Patto di stabilità le previsione. Che indicano una crescita ridotta all'1,9%; un debito più alto dello 0,8%; un avanzo primario del 2,9% e una crescita del deficit del 2,2%. Con queste previsioni si costruisce la legge finanziaria.
Nell'aprile del 2004 la Commissione europea si fa sentire: avverte che la crescita sarà di molto inferiore a quella prevista e che il deficit si attesterà al 3,2%. Tremonti ovviamente nega, ma la Commissione (allora presieduta da Prodi) replica che chiederà al Consiglio della Ue di rivolgere all'Italia un ammonimento preventivo.
Il governo italiano è in difficoltà: le elezioni europee sono alle porte (e scoraggiano l'adozione di manovre correttive. Però non è solo l'Europa a contestare le cifre, ma tutti i principali istituti di previsione, compreso quello della Confindustria che (con il neo presidente Luca di Montezemolo) cominciano a prendere le distanze da Berlusconi. E così alla fine Tremonti è stretto a rivedere ulteriormente le previsioni con la Relazione trimestrale di cassa: la crescita del pil viene diminuita all'1,2%, l'indebitamento netto innalzato al 2,9%; l'avanzo primario diminuito al 2,2% e il rapporto debito/pil fissato al 105,9%. Rimane la promessa/promessa: nessuna manovra di correzione. Falso, ovviamente: all'inizio di luglio Berlusconi si impegna nella riunione del Consiglio d'Europa a attuare una manovra d'aggiustamento che viene varata a metà luglio. In base alle valutazioni ufficiali la correzione del saldo era pari allo 0,6% del prodotto pari a 7,6 miliardi, dei quali 4,2 miliardi per minori spese e 1,3 miliardi per aumenti di entrate.
Saltando tre documenti istituzionali (il Dpef, la nota di aggiornamento e l'Aggiornamento al Programma di stabilità) arriviamo direttamente al consuntivo per il 2004 presentato dall'Istat a inizio marzo: il deficit (indebitamento) è fissato al 3%; il saldo primario al 2% (sugli stessi livelli del drammatico 1992; il debito al 105,8% del pil e la spesa per interessi (nonostante la discesa dei tassi) si mangia il 5,0% del prodotto. A Bruxelles, però, dubitano dei conti dell'Italia per il 2004. In particolare c'è il sospetto (fondato) che l'indebitamento abbia oltrepassato la soglia del 3,0%. Come unica attenuante per il governo c'è da sottolineare come Eurostat, l'ufficio statistico della Ue, modifica frequentemente i principi contabili con i quali vengono stilati i dati di contabilità pubblica. Il contenzioso è ancora aperto e tra pochi giorni sapremo se anche nel 2004 è stata superata la soglia del 3%.
Il contenzioso aperto ufficialmente ieri riguarda invece il 2005. Il Rapporto di primavera della Ue massacra le previsioni del governo sia sul fronte della crescita del pil (e tutti i principali analisti sono d'accordo) fissata attorno all'1,2% (come nel 2004, ma solo se «la fase di incertezza - come scrive Bankitalia - in atto venga superata rapidamente») sia sul rapporto tra indebitamento e pil che viene previsto al 3,6% per il 2005 (contro il 2,7% previsto da Siniscalco) e al 4,6% per il 2006. Ma quel 4,6% può diventare addirittura il 6% se Berlusconi volesse realizzare senza tagli alla spesa, la riduzione fiscale (12 miliardi) promessa. Rimane la domanda iniziale: Incompetenza o malafede? In ogni caso anche senza il «nemico» Prodi la Commissione europea ha ragione.
L’UNITA’ on-line 14-4
BANNER
Con un deficit in vertiginoso aumento, un debito che non accenna a diminuire e Berlusconi che intende rimanere al potere grazie alla promessa di ulteriori tagli alle tasse l’Italia è il Paese più insolvente d’Europa».
(Editoriale del Financial Times dal titolo: «Salvate l’Italia da questa follia fiscale», 13 aprile)
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Sommario di I pag.
Berlusconi sull'orlo della crisi
Fini chiede la fiducia, Udc spaccata
L'unica cosa certa è che il vertice di maggioranza è stato un fallimento. Il governo Berlusconi dopo quattro ore di discussione a porte chiuse a Palazzo Chigi, sta peggio di prima. Fini consiglia Berlusconi di andare direttamente in Parlamento a chiedere la fiducia. An vorrebbe solo un "rimpastino", ma lo dice solo a mezzabocca e poi questa ipotesi non troverebbe disposto il Quirinale. I problemi più grossi comunque vengono dall'Udc. O almeno da una parte dell'Udc, perché Buttiglione e D'Onofrio non sembrano intenzionati a lasciare le poltrone, mentre il segretario, vicepresidente del Consiglio, minaccia di passare ad un appoggio esterno. Le due linee dovranno trovare una sintesi nella riunione della direzione del partito convocata per venerdì.
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REPUBBLICA on-line 14-4
Follini: "Governo-bis o usciamo"
Più cauto Fini: "Il premier chieda la fiducia al Parlamento"
Berlusconi: "Non lascio comunque" - "I centristi vadano pure. Poi alla fine vedremo..."
ROMA - La crisi di governo è sempre più vicina. Filtrano solo indiscrezioni alla fine del vertice di maggioranza convocato a Palazzo Chigi da Silvio Berlusconi, il primo vero redde rationem nella Cdl dopo la sconfitta nel voto regionale. Ma ciò che emerge è che l'Udc è sempre più convinta della necessità di un nuovo governo Berlusconi, che dia il segno di quella famosa "discontinuità" chiesta e richiesta da Marco Follini. Sulla stessa lunghezza d'onda anche Gianni De Michelis.
Berlusconi-bis
Secondo i centristi, il premier dovrebbe andare al Quirinale per riavere un incarico dal presidente Ciampi. Quindi, una nuova fiducia da parte del Parlamento, sulla base di un programma di pochi punti per l'ultimo scorcio di legislatura. Altrimenti, l'Udc è pronto a ritirare i ministri, aprire la crisi nel governo e limitarsi poi all'appoggio esterno.
Berlusconi avrebbe risposto senza mezzi termini: "Voi andate per conto vostro, poi alla fine vedremo...". Se cade il governo - questo è il ragionamento del premier - deve essere chiaro a tutti che la responsabiltà è dell'Udc. Linea confermata in serata dal vicepresidente di Forza Italia, Giulio Tremonti: "Berlusconi ha avuto la maggioranza dei voti, vuole mantenere l'impegno con gli elettori, rafforzare il governo, e vuole andare avanti fino alle prossime elezioni politiche".
L'ultimatum di Fini
Il vicepremier è l'unico a rilasciare una dichiarazione alla fine del summit. Berlusconi deve presentarsi al Parlamento e chiedere una nuova fiducia per andare avanti: "Se Berlusconi vuol cambiare qualche ministro lo faccia. Ha carta bianca, perché la novità richiesta da An deve essere nei contenuti politici non nei ministri".
I dubbi di An
Che cosa accadrà ora? Tutto si deciderà in pochi passaggi nelle prossime ore. Dopo la riunione di An nel pomeriggio, la linea rimane quella chiarita da Ignazio La Russa: "Anche noi siamo convinti che non sarebbe sbagliato passare dalle Camere per un Berlusconi bis, ma crediamo che questo non sia indispensabile".
Riunioni infinite
Domani pomeriggio ci sarà la direzione nazionale dell'Udc. Mentre a Palazzo Chigi nel pomeriggio iniziavano altri vertici, prima tra Berlusconi e lo stato maggiore di Forza Italia e poi tra il premier e i leghisti Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti.
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Berlusconi ha un obbligo nei confronti della sua coalizione: provarci ancora. Siccome con una maggioranza in queste condizioni non può neanche provarci, deve rimettere insieme la maggioranza. Per rimetterla insieme deve accettare, anzi promuovere, una crisi politica in piena regola. Oggi a Berlusconi la crisi sembra il male maggiore. E invece è per lui il male minore.
(Il Riformista 14-4)
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IL RIFORMISTA 14-4
Corsivo
BERLUSCONI E LA QUESTIONE MERIDIONALE
Em.ma
Le riflessioni post-elettorali, come gli esami di Eduardo, non finiscono mai. Ieri abbiamo citato alcuni pensieri forti che maturano nella Casa delle Libertà. Oggi, leggendo i giornali, apprendiamo che gli ammonimenti della Comunità europea sui conti pubblici italiani sono, dice Berlusconi, una “carognata”. E chiarisce: «È un attacco di un esponente dell’Internazionale Socialista». C’è un progresso: non è più il comunismo, ma il socialismo ad aggredire il Cavaliere. Ma la riflessione più importante riguarda il Mezzogiorno. Cosa fare? Berlusconi sostiene che l’asse nordista con Bossi non si tocca e la riforma costituzionale, detta devoluzione, va approvata. Però - aggiunge - dobbiamo integrarla con la politica meridionale. Chi è il pensatore che rilancerà il Sud? Per ora apprendiamo che sarà ripristinato il ministero del Mezzogiorno, e per guidarlo si è aperta una gara fra due titani del meridionalismo, i siciliani Gianfranco Miccichè (Fi) e Raffaele Lombardo (Udc). Finalmente, dopo cento anni di discussioni, studi, conflitti, inchieste parlamentari e tante altre cose, il Cavaliere, in questo scorcio di legislatura, ci regala la soluzione della questione meridionale. Grazie zio.
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REPUBBLICA on-line 14-4
CARTA CANTA
di Marco Travaglio
Tempo scaduto
"Una commissione d'inchiesta della forza multinazionale in Iraq, che comprenderà anche rappresentanti italiani, cercherà di fare piena luce sulla tragica scomparsa di Nicola Calipari in tempi 'strettissimi', tre o quattro settimane al massimo. E' il segnale che il governo italiano ed il premier Silvio Berlusconi attendevano dopo i continui contatti tra le due sponde dell'Atlantico... L'ultimo colloquio, quello risolutivo, oggi con Gianni Letta"
(Ansa, 8 marzo 2005)
"'L'atteggiamento di fermezza era l'unico che il governo potesse assumere…
A questa commissione Berlusconi attribuisce una grandissima importanza non solo in quanto 'testimonianza’ della 'fermezza’ di Roma sulla vicenda, ma anche in quanto 'dimostrazione’ della grande considerazione che gli alleati americani, con il loro presidente George Bush in testa, hanno dell'Italia" (Ansa, 9 marzo 2005)"
“Mi dispiace per Nicola Calipari"
(George W. Bush a Silvio Berlusconi durante la cena a Villa Madama alla vigilia dei funerali del Papa, 7 aprile 2005)
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Le dichiarazioni a caldo pronunciate da Berlusconi e quasi universalmente apprezzate sono ormai ridotte a quello che sono: una tragica rodomontata, un passeggero «effetto annuncio».
(Gian Giacomo Migone, L’Unità 14-4)
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MEDITAZIONE - 14/4/05
MANIFESTO 13-4
Malafede o incompetenza?
Le cifre fasulle del governo Berlusconi
GALAPAGOS
Sfortuna, malafede o incompetenza? Le alternative per il governo sui dati costantemente «falsi» dei conti pubblici offrono queste tre possibili alternative. Che, però, si riducono subito a due considerando che la prima (la «sfortuna» perché la «crescita è più lenta del previsto») è una falsa alternativa. O meglio: è l'alibi per poter sparare cifre a casaccio (e quindi in malafede), supportate da un quadro economico non reale, sperando in tempi migliori. Il che significa incompetenza, cioè non comprensione della situazione reale dell'economia e non predisporre politiche economiche adeguate. Probabilmente se l'Italia non avesse aderito al trattato di Maastricht e alla moneta unica i clamorosi errori previsionali sarebbero passati quasi inosservati. Per disgrazia di Berlusconi, però, ora c'è l'Europa. E con l'Europa bisogna fare (bene) i conti. Non è da ieri che a Bruxelles contestano i conti italiani. Anche perché i conti di Tremonti (prima) e Siniscalco (poi) sono stati sempre molto ballerini. Per rimanere all'ultimo anno e mezzo, basti ricordare che nel luglio del 2003 nel Documento di programmazione economico finanziaria si stimava una crescita del pil (per il 2004) del 2,0%; un indebitamento (volgarmente chiamato deficit) dell'1,8%; un avanzo primario del 3,1% e una diminuzione dell'incidenza del debito sul pil di 1,4 punti percentuali. Già due mesi più tardi, però, il governo fa una prima retromarcia e rivede (anche se non di molto) con la Nota di aggiornamento del Patto di stabilità le previsione. Che indicano una crescita ridotta all'1,9%; un debito più alto dello 0,8%; un avanzo primario del 2,9% e una crescita del deficit del 2,2%. Con queste previsioni si costruisce la legge finanziaria.
Nell'aprile del 2004 la Commissione europea si fa sentire: avverte che la crescita sarà di molto inferiore a quella prevista e che il deficit si attesterà al 3,2%. Tremonti ovviamente nega, ma la Commissione (allora presieduta da Prodi) replica che chiederà al Consiglio della Ue di rivolgere all'Italia un ammonimento preventivo.
Il governo italiano è in difficoltà: le elezioni europee sono alle porte (e scoraggiano l'adozione di manovre correttive. Però non è solo l'Europa a contestare le cifre, ma tutti i principali istituti di previsione, compreso quello della Confindustria che (con il neo presidente Luca di Montezemolo) cominciano a prendere le distanze da Berlusconi. E così alla fine Tremonti è stretto a rivedere ulteriormente le previsioni con la Relazione trimestrale di cassa: la crescita del pil viene diminuita all'1,2%, l'indebitamento netto innalzato al 2,9%; l'avanzo primario diminuito al 2,2% e il rapporto debito/pil fissato al 105,9%. Rimane la promessa/promessa: nessuna manovra di correzione. Falso, ovviamente: all'inizio di luglio Berlusconi si impegna nella riunione del Consiglio d'Europa a attuare una manovra d'aggiustamento che viene varata a metà luglio. In base alle valutazioni ufficiali la correzione del saldo era pari allo 0,6% del prodotto pari a 7,6 miliardi, dei quali 4,2 miliardi per minori spese e 1,3 miliardi per aumenti di entrate.
Saltando tre documenti istituzionali (il Dpef, la nota di aggiornamento e l'Aggiornamento al Programma di stabilità) arriviamo direttamente al consuntivo per il 2004 presentato dall'Istat a inizio marzo: il deficit (indebitamento) è fissato al 3%; il saldo primario al 2% (sugli stessi livelli del drammatico 1992; il debito al 105,8% del pil e la spesa per interessi (nonostante la discesa dei tassi) si mangia il 5,0% del prodotto. A Bruxelles, però, dubitano dei conti dell'Italia per il 2004. In particolare c'è il sospetto (fondato) che l'indebitamento abbia oltrepassato la soglia del 3,0%. Come unica attenuante per il governo c'è da sottolineare come Eurostat, l'ufficio statistico della Ue, modifica frequentemente i principi contabili con i quali vengono stilati i dati di contabilità pubblica. Il contenzioso è ancora aperto e tra pochi giorni sapremo se anche nel 2004 è stata superata la soglia del 3%.
Il contenzioso aperto ufficialmente ieri riguarda invece il 2005. Il Rapporto di primavera della Ue massacra le previsioni del governo sia sul fronte della crescita del pil (e tutti i principali analisti sono d'accordo) fissata attorno all'1,2% (come nel 2004, ma solo se «la fase di incertezza - come scrive Bankitalia - in atto venga superata rapidamente») sia sul rapporto tra indebitamento e pil che viene previsto al 3,6% per il 2005 (contro il 2,7% previsto da Siniscalco) e al 4,6% per il 2006. Ma quel 4,6% può diventare addirittura il 6% se Berlusconi volesse realizzare senza tagli alla spesa, la riduzione fiscale (12 miliardi) promessa. Rimane la domanda iniziale: Incompetenza o malafede? In ogni caso anche senza il «nemico» Prodi la Commissione europea ha ragione.
mercoledì, aprile 13, 2005
RESISTENZA - 13/4/05
REPUBBLICA on-line 13-4
CARTA CANTA
di Marco Travaglio
Esami orali
"Silvio era bravissimo nei temi, in latino, greco e in espressione orale. Spesso si offriva volontario nelle interrogazioni".
(on. Guido Possa, viceministro dell'Istruzione Università e Ricerca, Corriere della Sera, 4 aprile 2005).
"Primo: non parlare mai, avvalersi sempre della facoltà di non rispondere. Secondo...".
(Marcello Dell'Utri, inaugurando un circolo culturale a Macerata, novembre 2002).
PRESIDENTE: …lei quindi mantiene questa qualità di indagato, e come tale, in questo procedimento, lei ha facoltà di non rispondere. Lei intende avvalersi di questa facoltà o intende rispondere?
BERLUSCONI: Presidente, io intendo avvalermi di questa facoltà di non rispondere.
(Dal verbale dell'audizione a porte chiuse effettuata dal Tribunale di Palermo a Palazzo Chigi, 26 novembre 2002).
"Sono in grave ritardo e sarò lieto di rispondere dove mi si usi la cortesia istituzionale di venire a Palazzo Chigi a Roma come si usa fare per tutti i presidenti".
(Silvio Berlusconi al Pm Ilda Boccassini che tenta di interrogarlo sui pagamenti in nero della Fininvest a Previti, Tribunale di Milano, 17 giugno 2003).
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Al Cavaliere serve una "ripartenza"
La vendita di Mediaset per sorprendere alleati ed elettori pensando al voto 2006
ROMA - "Non vi preoccupate per la campagna elettorale. Ci penso io. Una volta sistemati i miei figli, sono pronto a mettere sul banco il mio patrimonio". Era il primo dicembre scorso. Silvio Berlusconi davanti all'assemblea dei deputati forzisti parlava delle prossime elezioni. Voleva rassicurare i suoi parlamentari. A 5 mesi di distanza la scena si replica. Questa volta però il luogo è la villa di Arcore. E ad ascoltare il capo di Mediaset non sono i deputati di Forza Italia, ma tutta la famiglia riunita in gran segreto. Convocata per riflettere su una delle decisioni più importanti e delicate della sua storia: il futuro delle aziende. Una carta da giocare in primo luogo sul tavolo della politica: per sparigliare con gli alleati riottosi e rilanciare un'immagine appannata in vista della sua ultima sfida elettorale, quella della primavera 2006. Domani, allora, davanti a Fini e Follini, a Calderoli e De Michelis, annuncerà la svolta: vendere Mediaset.
Comunicato ufficiale di Fininvest, la società del Cavaliere che detiene il 50,99 per cento delle quote di Mediaset: nella nota si precisa che a passare di mano sarà il 16,88 per cento.
E dunque il premier ha deciso di cedere parte del suo patrimonio nell'azienda di famiglia, probabilmente per placare l'eterna polemica sul conflitto di interessi in vista del voto politico del 2006.
Non convince l'opposizione l'annuncio di Silvio Berlusconi di voler vendere il 16,68 per cento delle azioni di Mediaset in suo possesso. "Resta il proprietario, mantiene il controllo, quindi non ha nulla a che vedere con il conflitto di interessi", taglia corto Romano Prodi. "E' un'operazione finanziaria - aggiunge il leader dell'Unione - e come tale va giudicata".
"La cessione del 17% del pacchetto azionario a investitori istituzionali permettendogli di portare nelle casse di famiglia oltre 4 mila miliardi di lire di una volta - commenta invece il parlamentare dei Ds Carlo Rognoni - gli consente di mantenere ben saldo, con il restante 34%, il controllo dell'azienda".
Secondo Rognoni "ci troviamo probabilmente di fronte a un'operazione che gli assicura forte liquidità, una possibilità concreta di finanziare chissà quale altra impresa oltre alla politica. Senza risolvere affatto il conflitto di interessi. Anzi, mettendo Berlusconi nella condizione di far sentire tutto il suo peso economico agli alleati: ma non solo".
Sull'utilizzo che Berlusconi intenderebbe fare dei soldi ricavati dalla cessione, azzarda un'ipotesi un altro esponente dei Ds, il capogruppo in Commissione di vigilanza Beppe Giulietti. "Sicuramente fioccheranno le smentite - dice Giulietti - ma è del tutto evidente che la vendita delle azioni Mediaset abbia un obiettivo politico, non certo la liberalizzazione dei mercati. Mi riferisco alle operazioni intorno al Corriere della sera, oggetto del desiderio del premier e dei suoi amici".
Per l'ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco, anche lui Ds, "considerando probabile la sconfitta elettorale, il presidente del Consiglio teme che nella prossima legislatura possa essere modificata la legge Gasparri, cosa che avrebbe una conseguenza immediata sul valore di mercato di Mediaset. La vendita di quote Mediaset è quindi in realtà una monetizzazione del conflitto d'interessi ampiamente esercitato in questi anni, tanto più che il controllo della società non verrebbe messo in alcun modo in discussione".
I Comunisti italiani danno invece una lettura dell'annuncio che punta più sul lato dell'immagine che non su quello finanziario. "Berlusconi è alla disperata ricerca del colpo di teatro - afferma il presidente dei deputati del Pdci Pino Sgobio - dopo cinque anni di conflitto di interesse ora cerca di fare bella figura con l'elettorato moderato cedendo una parte delle sue azioni. La verità è che la partita finanziaria rientra, come al solito, nei suoi affari senza toccare minimamente il controllo politico dell'azienda".
(NdR – sintesi di vari articoli)
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L’UNITA’ on-line 13-4
BANNER
Gira il vento. «In 4 anni la destra non è riuscita a sottrarre all’avversario un solo sindaco, un solo assessore, un solo sindacalista, un solo deputato. Non qualcuno di rilievo dell’industria e della finanza, un artista, o chessò un sarto, un cuoco di grido: nessuno».
Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera, 11 aprile
-=oOo=-
Sommario di I pag.
Berlusconi incassa il conflitto di interessi
In vendita un pezzo di Mediaset
«La vendita? In realtà è la monetizzazione del conflitto di interessi di Berlusconi, tanto più che il controllo della società non verrebbe messo in alcun modo in discussione». Vincenzo Visco, già ministro delle finanze nel governo di centro-sinistra, non ha dubbi su che cosa abbia spinto il premier a mettere sul mercato quasi il 17 per cento delle azioni di Mediaset. L’interpretazione che Visco dà dell’operazione sbatte contro i commenti favorevoli che, sulla stessa vendita, sono venuti immediatamente dal centro-destra da dove si leva un coro osannante: così si riduce il conflitto d’interessi.
-=oOo=-
Corsivo
Chi tira a campare
di Bruno Ugolini
E se s’inventasse una scala mobile per miliardari? Pensiamo ad un sistema in grado di far pagare cifre sempre più alte a coloro che risultano sempre più ricchi sfondati e non sanno più dove mettere i propri tesori. Alludiamo ai Paperon dei Paperoni che abitano il nostro Paese. Un’Italia che in questi giorni, spesso da opposte sponde, anche per tumultuosi avvertimenti elettorali, è vista come un luogo malato, in preda a tante disgrazie economiche, a tanti problemi.
Con questa scala mobile per soli miliardari si potrebbero risolvere questioni annose come il contratto degli statali e dei metalmeccanici, come il dramma dei senza lavoro al sud. Per non parlare dei prezzi degli ortaggi e delle buste paga sempre più sottili. Potremmo perfino colmare con maggior facilità l'orrendo buco dei conti pubblici, di volta in volta mostrato al popolo ignaro e inorridito.
L'idea è fiorita nelle nostre menti leggendo sulle agenzie di stampa i tradizionali bollettini relativi ai redditi più alti presenti tra i deputati. Chi svetta nella classifica, superando di gran lunga tutti gli altri, è tal Berlusconi Silvio con 12.762.234 Euro. E' una bella cifra. L'uomo imprenditore ha dimostrato un eccellente saper fare, superando i bilanci precedenti. E' riuscito ad incassare circa 30 mila euro in più rispetto al 2002, quando aveva beneficiato di soli 12 milioni 731.041 Euro. E trattasi di cifre, come dire, “dichiarate”. Un esempio da imitare: non si capisce perchè il resto degli italiani insista nel pianger miseria, rifiutandosi di fare come lui.
Certo di fronte a questi redditi fanno un po' impressione i suggerimenti di politici, giornalisti, industriali. Forse anche cardinali. Quelli che ad ogni minuto, come se fossero al capezzale di un malato terminale, sospirano e dicono mesti: “Non si può tirare a campare”. Codesti forsennati vorrebbero non perdere tempo, andare ad elezioni anticipate. Sono suggerimenti fondati su una balla colossale. A Palazzo Chigi, infatti, si tira a campare benissimo. Magari altrove no.
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IL RIFORMISTA 13-4
Corsivo
Come sempre vincono gli irriflessivi
Em.ma
Avevo avvertito i miei pochi e affezionati lettori che, come vuole la tradizione, dopo ogni elezione avremmo assistito alle «riflessioni» degli sconfitti di turno. In questa occasione stiamo subendo un’overdose di «riflessioni» e un deficit di conclusioni. Il Cavaliere, che non ha nemmeno bisogno di pronunciare la parola magica, all’indomani delle elezioni è andato a Ballarò a riflettere in diretta, dicendo che non è successo nulla, non cambia nulla e si va avanti come prima. Poi è arrivato Bondi, il quale, spremendo le meningi sino all’inverosimile, ci ha comunicato che effettivamente «è finito il pericolo comunista». Il Cavaliere ha sconfitto il comunismo. La data della fine, 8 aprile 2005, va segnata sul calendario. Ma cosa dire delle profonde e interminabili riflessioni dei ministri di An e Udc? A getto continuo ci hanno spiegato cos’è la «discontinuità», perché bisogna anticipare le elezioni, come va spezzato l’asse nordista Berlusconi-Bossi, perché la cosiddetta devoluzione va ridiscussa ecc. Ma gira e rigira, rifletti e controrifletti, la prima irriflessiva uscita di Berlusconi a Ballarò e le poche parole di Bossi (senza riflessioni) sono quelle che prevalgono. Come sempre.
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EUROPA on the Web 13-4
Una voragine nei conti.
L’Europa chiede il licenziamento di Berlusconi, il centrodestra si gingilla con il rimpasto
C’è il rischio concreto che l’Italia, per quattro esercizi consecutivi, finisca per superare il 3% nel rapporto deficit-Pil. Non si fa attendere la mossa della Commissione europea presieduta da Barroso. Ieri l’eurocommissario Almunia ha annunciato entro giugno l’early warning, ovvero l’avviso formale dell’attivazione delle procedure di infrazione per deficit eccessivo, all’Italia.
Il governo Berlusconi non è più credibile e il rischio di ripercussioni sui tassi di interessi tangibile. Così il ministro Siniscalco si affretta ad incontrare le agenzie di rating per tranquillizzare gli investitori anche se fa sapere che la colpa di tutto è la mancata crescita. Siniscalco ha annunciato che non ricorrerà a manovre bis perché non ci sono le condizioni, cercherà di convincere i colleghi che non paga una Finanziaria elettorale, dirà basta alla finanza creativa ma non ai tagli delle tasse.
A incalzare di nuovo il governo è stato ieri il presidente di Confindustria Montezemolo secondo cui quello europeo «è un segnale di quanto bisogna stare attenti ai mercati e di quanto sia quindi importante prendere iniziative per l’economia, come chiedono gli industriali». Dall’opposizione si chiede chiarezza. Il leader dell’Unione, Romano Prodi, sollecita che con la presentazione della Trimestrale di cassa, che consentirà di conoscere i reali numeri dei conti, ci sia anche un dibattito politico, possibilmente parlamentare.
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MEDITAZIONE - 13/4/05
Il 25 aprile in difesa della Carta
Coronando un'azione sistematicamente volta a cancellare le conquiste civili e sociali maturate in sessant anni di vita democratica, una maggioranza estranea alla storia, ai valori e alla cultura della Resistenza ha sancito lo smantellamento definitivo dei beni pubblici repubblicani generati dalla lotta di liberazione. Il governo Berlusconi ha imposto, a colpi di maggioranza, una riscrittura eversiva della seconda parte della Carta che compromette l‘equilibrio tra i poteri costituzionali posto dai padri costituenti a salvaguardia della vita democratica della Repubblica. Nessuno aveva mai osato tanto. Le conquiste della democrazia nel nostro paese non sono mai state completamente attuate. Spesso sono state insidiate. Ma mai, sino ad ora, ne era stata propugnata l'abrogazione. Questa riforma mette a repentaglio l'unità sociale e politica del paese e sconvolge le basi della democrazia parlamentare, determinando le premesse per un perenne caos istituzionale, politicizzando la Corte costituzionale e conferendo al capo dell esecutivo un cumulo di poteri tale da ridurre il Parlamento e il Presidente della Repubblica al ruolo di comparse. Ove il disegno delle destre si realizzasse, la Repubblica italiana non sarebbe più un ordinamento democratico-parlamentare, fondato sulla divisione e il bilanciamento dei poteri: diventerebbe un ordinamento fondato sul governo personale di un capo politico. Si tratterebbe di una sorta di premierato assoluto.
La stessa unità nazionale verrebbe messa a rischio, sacrificata alle pulsioni dissolutrici di un nuovo fascismo padano. Di fronte a un tornante di tale gravità, tacere o minimizzare sarebbe una imperdonabile colpa. È indispensabile un forte sussulto di tutte le culture democratiche del nostro paese, al di là di ogni particolare appartenenza. Occorre impedire che entri in vigore un provvedimento esiziale per la democrazia repubblicana.
Perciò in vista del referendum che dovrà cancellare questa riforma esortiamo tutti gli italiani che hanno a cuore le sorti della Repubblica, già in passato minacciate da oscure trame, a mobilitarsi in occasione del prossimo 25 aprile, e poi ogni 25 aprile, una volta sventata questa minaccia, trasformando la celebrazione dell anniversario della Liberazione in una manifestazione nazionale in difesa dei valori e dei principi inscritti nell unica vera Costituzione della Repubblica: quella del 1948, nata dalla Resistenza antifascista.
Firmato: Giorgio Bocca, Alessandro Curzi, Raniero La Valle, Lidia Menapace, Giovanni Pesce, Massimo Rendina, Paolo Ricca, Rossana Rossanda, Paolo Sylos Labini, Carla Voltolina Pertini, Tullia Zevi.
-=oOo=-
SOTTOSCRIVONO
alcuni milioni di italiani che hanno votato per rispedire il Merda nella fogna di provenienza.
Luciano Seno
CARTA CANTA
di Marco Travaglio
Esami orali
"Silvio era bravissimo nei temi, in latino, greco e in espressione orale. Spesso si offriva volontario nelle interrogazioni".
(on. Guido Possa, viceministro dell'Istruzione Università e Ricerca, Corriere della Sera, 4 aprile 2005).
"Primo: non parlare mai, avvalersi sempre della facoltà di non rispondere. Secondo...".
(Marcello Dell'Utri, inaugurando un circolo culturale a Macerata, novembre 2002).
PRESIDENTE: …lei quindi mantiene questa qualità di indagato, e come tale, in questo procedimento, lei ha facoltà di non rispondere. Lei intende avvalersi di questa facoltà o intende rispondere?
BERLUSCONI: Presidente, io intendo avvalermi di questa facoltà di non rispondere.
(Dal verbale dell'audizione a porte chiuse effettuata dal Tribunale di Palermo a Palazzo Chigi, 26 novembre 2002).
"Sono in grave ritardo e sarò lieto di rispondere dove mi si usi la cortesia istituzionale di venire a Palazzo Chigi a Roma come si usa fare per tutti i presidenti".
(Silvio Berlusconi al Pm Ilda Boccassini che tenta di interrogarlo sui pagamenti in nero della Fininvest a Previti, Tribunale di Milano, 17 giugno 2003).
-=oOo=-
Al Cavaliere serve una "ripartenza"
La vendita di Mediaset per sorprendere alleati ed elettori pensando al voto 2006
ROMA - "Non vi preoccupate per la campagna elettorale. Ci penso io. Una volta sistemati i miei figli, sono pronto a mettere sul banco il mio patrimonio". Era il primo dicembre scorso. Silvio Berlusconi davanti all'assemblea dei deputati forzisti parlava delle prossime elezioni. Voleva rassicurare i suoi parlamentari. A 5 mesi di distanza la scena si replica. Questa volta però il luogo è la villa di Arcore. E ad ascoltare il capo di Mediaset non sono i deputati di Forza Italia, ma tutta la famiglia riunita in gran segreto. Convocata per riflettere su una delle decisioni più importanti e delicate della sua storia: il futuro delle aziende. Una carta da giocare in primo luogo sul tavolo della politica: per sparigliare con gli alleati riottosi e rilanciare un'immagine appannata in vista della sua ultima sfida elettorale, quella della primavera 2006. Domani, allora, davanti a Fini e Follini, a Calderoli e De Michelis, annuncerà la svolta: vendere Mediaset.
Comunicato ufficiale di Fininvest, la società del Cavaliere che detiene il 50,99 per cento delle quote di Mediaset: nella nota si precisa che a passare di mano sarà il 16,88 per cento.
E dunque il premier ha deciso di cedere parte del suo patrimonio nell'azienda di famiglia, probabilmente per placare l'eterna polemica sul conflitto di interessi in vista del voto politico del 2006.
Non convince l'opposizione l'annuncio di Silvio Berlusconi di voler vendere il 16,68 per cento delle azioni di Mediaset in suo possesso. "Resta il proprietario, mantiene il controllo, quindi non ha nulla a che vedere con il conflitto di interessi", taglia corto Romano Prodi. "E' un'operazione finanziaria - aggiunge il leader dell'Unione - e come tale va giudicata".
"La cessione del 17% del pacchetto azionario a investitori istituzionali permettendogli di portare nelle casse di famiglia oltre 4 mila miliardi di lire di una volta - commenta invece il parlamentare dei Ds Carlo Rognoni - gli consente di mantenere ben saldo, con il restante 34%, il controllo dell'azienda".
Secondo Rognoni "ci troviamo probabilmente di fronte a un'operazione che gli assicura forte liquidità, una possibilità concreta di finanziare chissà quale altra impresa oltre alla politica. Senza risolvere affatto il conflitto di interessi. Anzi, mettendo Berlusconi nella condizione di far sentire tutto il suo peso economico agli alleati: ma non solo".
Sull'utilizzo che Berlusconi intenderebbe fare dei soldi ricavati dalla cessione, azzarda un'ipotesi un altro esponente dei Ds, il capogruppo in Commissione di vigilanza Beppe Giulietti. "Sicuramente fioccheranno le smentite - dice Giulietti - ma è del tutto evidente che la vendita delle azioni Mediaset abbia un obiettivo politico, non certo la liberalizzazione dei mercati. Mi riferisco alle operazioni intorno al Corriere della sera, oggetto del desiderio del premier e dei suoi amici".
Per l'ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco, anche lui Ds, "considerando probabile la sconfitta elettorale, il presidente del Consiglio teme che nella prossima legislatura possa essere modificata la legge Gasparri, cosa che avrebbe una conseguenza immediata sul valore di mercato di Mediaset. La vendita di quote Mediaset è quindi in realtà una monetizzazione del conflitto d'interessi ampiamente esercitato in questi anni, tanto più che il controllo della società non verrebbe messo in alcun modo in discussione".
I Comunisti italiani danno invece una lettura dell'annuncio che punta più sul lato dell'immagine che non su quello finanziario. "Berlusconi è alla disperata ricerca del colpo di teatro - afferma il presidente dei deputati del Pdci Pino Sgobio - dopo cinque anni di conflitto di interesse ora cerca di fare bella figura con l'elettorato moderato cedendo una parte delle sue azioni. La verità è che la partita finanziaria rientra, come al solito, nei suoi affari senza toccare minimamente il controllo politico dell'azienda".
(NdR – sintesi di vari articoli)
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L’UNITA’ on-line 13-4
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Gira il vento. «In 4 anni la destra non è riuscita a sottrarre all’avversario un solo sindaco, un solo assessore, un solo sindacalista, un solo deputato. Non qualcuno di rilievo dell’industria e della finanza, un artista, o chessò un sarto, un cuoco di grido: nessuno».
Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera, 11 aprile
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Sommario di I pag.
Berlusconi incassa il conflitto di interessi
In vendita un pezzo di Mediaset
«La vendita? In realtà è la monetizzazione del conflitto di interessi di Berlusconi, tanto più che il controllo della società non verrebbe messo in alcun modo in discussione». Vincenzo Visco, già ministro delle finanze nel governo di centro-sinistra, non ha dubbi su che cosa abbia spinto il premier a mettere sul mercato quasi il 17 per cento delle azioni di Mediaset. L’interpretazione che Visco dà dell’operazione sbatte contro i commenti favorevoli che, sulla stessa vendita, sono venuti immediatamente dal centro-destra da dove si leva un coro osannante: così si riduce il conflitto d’interessi.
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Corsivo
Chi tira a campare
di Bruno Ugolini
E se s’inventasse una scala mobile per miliardari? Pensiamo ad un sistema in grado di far pagare cifre sempre più alte a coloro che risultano sempre più ricchi sfondati e non sanno più dove mettere i propri tesori. Alludiamo ai Paperon dei Paperoni che abitano il nostro Paese. Un’Italia che in questi giorni, spesso da opposte sponde, anche per tumultuosi avvertimenti elettorali, è vista come un luogo malato, in preda a tante disgrazie economiche, a tanti problemi.
Con questa scala mobile per soli miliardari si potrebbero risolvere questioni annose come il contratto degli statali e dei metalmeccanici, come il dramma dei senza lavoro al sud. Per non parlare dei prezzi degli ortaggi e delle buste paga sempre più sottili. Potremmo perfino colmare con maggior facilità l'orrendo buco dei conti pubblici, di volta in volta mostrato al popolo ignaro e inorridito.
L'idea è fiorita nelle nostre menti leggendo sulle agenzie di stampa i tradizionali bollettini relativi ai redditi più alti presenti tra i deputati. Chi svetta nella classifica, superando di gran lunga tutti gli altri, è tal Berlusconi Silvio con 12.762.234 Euro. E' una bella cifra. L'uomo imprenditore ha dimostrato un eccellente saper fare, superando i bilanci precedenti. E' riuscito ad incassare circa 30 mila euro in più rispetto al 2002, quando aveva beneficiato di soli 12 milioni 731.041 Euro. E trattasi di cifre, come dire, “dichiarate”. Un esempio da imitare: non si capisce perchè il resto degli italiani insista nel pianger miseria, rifiutandosi di fare come lui.
Certo di fronte a questi redditi fanno un po' impressione i suggerimenti di politici, giornalisti, industriali. Forse anche cardinali. Quelli che ad ogni minuto, come se fossero al capezzale di un malato terminale, sospirano e dicono mesti: “Non si può tirare a campare”. Codesti forsennati vorrebbero non perdere tempo, andare ad elezioni anticipate. Sono suggerimenti fondati su una balla colossale. A Palazzo Chigi, infatti, si tira a campare benissimo. Magari altrove no.
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IL RIFORMISTA 13-4
Corsivo
Come sempre vincono gli irriflessivi
Em.ma
Avevo avvertito i miei pochi e affezionati lettori che, come vuole la tradizione, dopo ogni elezione avremmo assistito alle «riflessioni» degli sconfitti di turno. In questa occasione stiamo subendo un’overdose di «riflessioni» e un deficit di conclusioni. Il Cavaliere, che non ha nemmeno bisogno di pronunciare la parola magica, all’indomani delle elezioni è andato a Ballarò a riflettere in diretta, dicendo che non è successo nulla, non cambia nulla e si va avanti come prima. Poi è arrivato Bondi, il quale, spremendo le meningi sino all’inverosimile, ci ha comunicato che effettivamente «è finito il pericolo comunista». Il Cavaliere ha sconfitto il comunismo. La data della fine, 8 aprile 2005, va segnata sul calendario. Ma cosa dire delle profonde e interminabili riflessioni dei ministri di An e Udc? A getto continuo ci hanno spiegato cos’è la «discontinuità», perché bisogna anticipare le elezioni, come va spezzato l’asse nordista Berlusconi-Bossi, perché la cosiddetta devoluzione va ridiscussa ecc. Ma gira e rigira, rifletti e controrifletti, la prima irriflessiva uscita di Berlusconi a Ballarò e le poche parole di Bossi (senza riflessioni) sono quelle che prevalgono. Come sempre.
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EUROPA on the Web 13-4
Una voragine nei conti.
L’Europa chiede il licenziamento di Berlusconi, il centrodestra si gingilla con il rimpasto
C’è il rischio concreto che l’Italia, per quattro esercizi consecutivi, finisca per superare il 3% nel rapporto deficit-Pil. Non si fa attendere la mossa della Commissione europea presieduta da Barroso. Ieri l’eurocommissario Almunia ha annunciato entro giugno l’early warning, ovvero l’avviso formale dell’attivazione delle procedure di infrazione per deficit eccessivo, all’Italia.
Il governo Berlusconi non è più credibile e il rischio di ripercussioni sui tassi di interessi tangibile. Così il ministro Siniscalco si affretta ad incontrare le agenzie di rating per tranquillizzare gli investitori anche se fa sapere che la colpa di tutto è la mancata crescita. Siniscalco ha annunciato che non ricorrerà a manovre bis perché non ci sono le condizioni, cercherà di convincere i colleghi che non paga una Finanziaria elettorale, dirà basta alla finanza creativa ma non ai tagli delle tasse.
A incalzare di nuovo il governo è stato ieri il presidente di Confindustria Montezemolo secondo cui quello europeo «è un segnale di quanto bisogna stare attenti ai mercati e di quanto sia quindi importante prendere iniziative per l’economia, come chiedono gli industriali». Dall’opposizione si chiede chiarezza. Il leader dell’Unione, Romano Prodi, sollecita che con la presentazione della Trimestrale di cassa, che consentirà di conoscere i reali numeri dei conti, ci sia anche un dibattito politico, possibilmente parlamentare.
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MEDITAZIONE - 13/4/05
Il 25 aprile in difesa della Carta
Coronando un'azione sistematicamente volta a cancellare le conquiste civili e sociali maturate in sessant anni di vita democratica, una maggioranza estranea alla storia, ai valori e alla cultura della Resistenza ha sancito lo smantellamento definitivo dei beni pubblici repubblicani generati dalla lotta di liberazione. Il governo Berlusconi ha imposto, a colpi di maggioranza, una riscrittura eversiva della seconda parte della Carta che compromette l‘equilibrio tra i poteri costituzionali posto dai padri costituenti a salvaguardia della vita democratica della Repubblica. Nessuno aveva mai osato tanto. Le conquiste della democrazia nel nostro paese non sono mai state completamente attuate. Spesso sono state insidiate. Ma mai, sino ad ora, ne era stata propugnata l'abrogazione. Questa riforma mette a repentaglio l'unità sociale e politica del paese e sconvolge le basi della democrazia parlamentare, determinando le premesse per un perenne caos istituzionale, politicizzando la Corte costituzionale e conferendo al capo dell esecutivo un cumulo di poteri tale da ridurre il Parlamento e il Presidente della Repubblica al ruolo di comparse. Ove il disegno delle destre si realizzasse, la Repubblica italiana non sarebbe più un ordinamento democratico-parlamentare, fondato sulla divisione e il bilanciamento dei poteri: diventerebbe un ordinamento fondato sul governo personale di un capo politico. Si tratterebbe di una sorta di premierato assoluto.
La stessa unità nazionale verrebbe messa a rischio, sacrificata alle pulsioni dissolutrici di un nuovo fascismo padano. Di fronte a un tornante di tale gravità, tacere o minimizzare sarebbe una imperdonabile colpa. È indispensabile un forte sussulto di tutte le culture democratiche del nostro paese, al di là di ogni particolare appartenenza. Occorre impedire che entri in vigore un provvedimento esiziale per la democrazia repubblicana.
Perciò in vista del referendum che dovrà cancellare questa riforma esortiamo tutti gli italiani che hanno a cuore le sorti della Repubblica, già in passato minacciate da oscure trame, a mobilitarsi in occasione del prossimo 25 aprile, e poi ogni 25 aprile, una volta sventata questa minaccia, trasformando la celebrazione dell anniversario della Liberazione in una manifestazione nazionale in difesa dei valori e dei principi inscritti nell unica vera Costituzione della Repubblica: quella del 1948, nata dalla Resistenza antifascista.
Firmato: Giorgio Bocca, Alessandro Curzi, Raniero La Valle, Lidia Menapace, Giovanni Pesce, Massimo Rendina, Paolo Ricca, Rossana Rossanda, Paolo Sylos Labini, Carla Voltolina Pertini, Tullia Zevi.
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SOTTOSCRIVONO
alcuni milioni di italiani che hanno votato per rispedire il Merda nella fogna di provenienza.
Luciano Seno
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