venerdì, febbraio 09, 2007

MEDITAZIONE - 9/2/07

GRANDE CENTRO
Lavori in corso

Chissà perché Lorsignori si agitano tanto da destra e da sinistra per superare l’anomalia Prodi? Perché c’è un’Italia da salvare nell’interesse di “quelli che contano”: quella che qui ampiamente si descrive. La grana di cui si parla -- 864 milioni di Euro -- tanto per dare un'idea, equivale a una ventina di finanziarie: circa 1.800 miliardi del "vecchio conio", come dice un comico della TV-trash del quale mi sfugge il nome...
Luciano Seno
- - - - - - - - - - - - - - -
CORSERA 9-2
41 dipendenti fantasma, parcelle ad avvocati amici, bilancio su foglietti
Calabria, ambiente e il gioco di 864 milioni
Denunce e accuse nella relazione del commissario Antonio Ruggiero - Che ha lasciato
Gian Antonio Stella
ROMA — Credevano di giocare coi soldi finti del Monopoli, al Commissariato per l'Emergenza Ambientale in Calabria. Scrivevano su un foglietto: entrate. Su un altro: uscite. Fine. Senza «un bilancio vero e proprio». Senza una «documentazione giustificativa». Senza un controllo della Ragioneria. Hanno speso così, in otto anni, 864 milioni di euro
Lo dice la relazione finale, esplosiva, dell'ultimo commissario. Che se ne va con una chiusa amarissima: «E molto altro ancora potrebbe essere illustrato, se valesse la pena di raccontare, avendo tempo e modo. E soprattutto scopo». Questo è il punto: c'è ancora un senso, nel radiografare una situazione amministrativa di confine tra la sciatteria e la criminalità? La denuncia, 50 pagine da far ribollire il sangue, è stata mandata al premier Romano Prodi, al ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, al governatore Agazio Loiero e al capo della protezione civile Guido Bertolaso. Ed è firmata da Antonio Ruggiero, un prefetto che da anni viene sbattuto qua e là per l'Italia a farsi carico delle situazioni più rognose. Come quella di Isola Capo Rizzuto, dove il comune era andato in bancarotta, un terzo dei dipendenti municipali aveva precedenti penali o era stato indagato, il 93% non pagava la tassa sui rifiuti, il 97% non pagava l'acqua, il 30% non pagava l'Ici ed erano abusive perfino alcune tombe di famiglia costruite a ridosso del cimitero. Insomma: stiamo parlando di un funzionario che dalle bombe ai tralicci in Alto Adige ai primi sbarchi di albanesi a Brindisi ne aveva viste tante. Come al Commissario per l'emergenza ambientale in Calabria, però, mai. O almeno così pare di capire dal rapporto con cui, dopo due mesi e mezzo, ricostruisce la sua esperienza alla guida dell'organismo voluto nel '97, dopo l'ennesima emergenza, per mettere ordine nel caos totale che in cui agonizzava il mondo dei depuratori, dei rifiuti, delle discariche. Sette capi ha avuto, in una manciata di anni, quel Commissariato. Quattro presidenti regionali e tre prefetti. Con proroghe su proroghe di poteri speciali usati, stando anche all'inchiesta giudiziaria intitolata a «Poseidone», malissimo. Al punto che un anno e mezzo fa, tra i numerosi indagati per una serie di reati che vanno dalla truffa aggravata all'abuso d'ufficio, finì anche l'ex governatore Giuseppe Chiaravalloti. «Avete rilevato interessi di politici nazionali nella vicenda?», chiesero i membri della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti ai giudici titolari delle indagini, Salvatore Murone, Isabella De Angelis e Luigi de Magistris. La risposta dei giudici fu eloquente: «Prima di rispondere vorremmo disattivaste il circuito audio-visivo interno».
Come finirà l'iter processuale si vedrà. Ma il rapporto di Ruggiero, al di là degli aspetti penali, dice già tutto. Dal 1998 al 2006 il Commissariato figura aver avuto entrate complessive per 692 milioni e mezzo di euro e uscite per quasi 645 milioni, tanto che al passaggio di consegne fu detto al nuovo commissario, con una «certificazione da parte della Tesoreria provinciale dello Stato» ( sic) che c'era perfino un saldo di cassa di 45 milioni di euro. Una bufala: neanche il tempo di metter mano ai conti e saltava fuori «una pesante situazione debitoria»: oltre 223 milioni. Che non figuravano «né nei vari passaggi di consegne né nelle precedenti rendicontazioni». Possibile che non se ne fossero accorti? Ma certo che se n'erano accorti. Solo che tutto era stato occultato in una inestricabile selva contabile. «Lo scrivente ha rilevato la mancanza di un bilancio vero e proprio e la distinzione delle somme in soli tre capitoli di contabilità speciale che rende oltremodo difficoltosa la verifica dell'andamento delle spese relative ad ogni singolo intervento, perché di fatto la gestione delle suddette contabilità è tipo conto corrente finalizzato», accusa il prefetto, ricordando di aver denunciato tutto alla Corte dei Conti. Per capirci, c'erano solo dei «foglietti»: di qua le entrate, di là le uscite. Fine. Si trattava di «emergenze», perché tener nota di tutto? Le «emergenze» sono «emergenze», no? Lo dice la parola stessa... Ed ecco centinaia di migliaia di euro (quanti? «Non siamo ancora riusciti a fare le somme») dati ad avvocati amici infischiandosene della regola che ogni vertenza doveva essere passata all'Avvocatura dello Stato. Ecco i buchi nel bilancio lasciato dai comuni calabresi in larghissima maggioranza riottosi a pagare al Commissariato quanto dovevano per la gestione dei deputatori dato che nessuno di fatto chiedeva loro i soldi, parzialmente recuperati solo adesso con la creazione di 127 commissari ad acta che sono riusciti a rastrellare in 127 comuni 21 milioni di euro mai versati.
Ecco la scoperta che «il programma di elaborazione dei dati contabili» è di fatto inutilizzabile e non ha neppure un contratto di assistenza: anzi, non si trova più manco il «carteggio relativo al contratto a suo tempo stipulato». Ecco infine i ritardi dovuti a una prassi burocratica che, nel casino totale di competenze e priorità, era «sostanzialmente finalizzata a ritardare tutto il ritardabile». Insomma, un disordine tale che nel settore dei rifiuti (che vede la Calabria buttare in discarica ancora il 50% della spazzatura!) «non si è ancora riusciti ad accertare una situazione complessiva e analitica dei debiti pregressi delle gestioni precedenti sulle quali non esiste una contabilità sistematica, né relazioni tecnico-economiche». Per non dire del personale. Oltre ai 64 dipendenti in organico, compresi contrattisti ed esperti, il prefetto ha scoperto che c'erano a carico del commissariato 41 fantasmi di cui non sapeva assolutamente nulla. Mai visti in faccia. Mai impegnati in una pratica. Assunti con «contratti stipulati da dirigenti del Ministero dell'Ambiente, nei quali è espressamente stabilito che il corrispettivo per la prestazione resa sarà corrisposto dal Commissario delegato dietro attestazione del committente che il lavoratore ha regolarmente adempiuto agli obblighi contrattuali». Traduzione: ogni mese arrivava da Roma l'ordine di pagare quegli sconosciuti senza che il Commissariato fosse in condizione «di indicare l'attività prestata dai dipendenti in questione». Domanda: ma nessuno controllava? Risposta, no: «Non risultano allegati né gli atti che avrebbe dovuto produrre il servizio di controllo interno né i verbali della verifica amministrativa e contabile». Peggio: «Le pezze d'appoggio» a giustificare i conti, da parte della Ragioneria competente, «non è stata mai richiesta».

giovedì, febbraio 08, 2007

MEDITAZIONE - 8/2/07

"E’ solo l'errore che ha bisogno del sostegno del governo. La verità si regge da sola." (Thomas Jefferson)
Meno male che da qualche parte c’è una nicchia di “apoti” – quelli che “non la bevono”…
Luciano Seno

- - - - - - - - - - - - - - -
da MALATEMPORA MAGAZINE # 150
Il teatrino dei pupi…
…continua a divertire, e a far ridere amaro.
La lettera di Veronica, scritta in perfetto politichese, con risposta da guappo, da guitto innamorato, è capolavoro mediatico napoletano. Che ha fatto sapere a chi ancora non lo sapeva che lui il guappo guitto s'è fatto un harem di fighette di regime(veline?) e se le è messe in parlamento. E nel letto?
Saprà lui. Certo che andavano in giro in Transatlantico a dire ieri sera lui mi ha detto. . . stupendo. Ma il mediatico taceva, ammiccava. Ah, in fondo, che bravo, lui!
Usque tandem? E Veronica poveretta si fa scrivere la letterina risentita. Ahi serva Italia, sei finita nei rotocalchi d'Occidente.
Ma dal guitto guappo malfattore siamo finiti nelle braccia del non prode Prodi, che continua a comportarsi come sa, da fratacchione furbo, e imbroglione. A Vicenza trattasi della decenza, di rispettare i Vicentini e non fare i servi abietti degli USA e lui dice che è urbanistica. Sublime. In Afghanistan bombardano i villaggi di fango e lui e tutti i suoi dicono che dobbiamo aiutare gli americani (a bombardare e blandire i signori della guerra di oppio grandi produttori distributori) contro gli orribili talebani che torneranno a primavera in forze. E lo facciamo per la pace, mandando soldati, non medici, che da noi avanzano e là ci vorrebbero.
Dulcis in fundo, ci (vi) avevan detto che servivano disperatamente 30 miliardi, e quindi, lacrime e sangue della finanziaria che spreme il povero e dà soldi a preti e militari.
Adesso, freschi come rose, son passati neanche tre mesi, vi (ci) dicono che i trenta miliardi ci sono, sono arrivati in più, chissà com'è.
Vediamo che farne. Sublime davvero. Italietta, sei grande!
E voi vi stupite, ipocriti?
Quando sotto il velo di Maya delle finzioni mediatico televisive si nasconde una rabbia che cova,dal lunedì al venerdì, in tutta la povera gente che stenta, stenta e crede che davvero ci sia, al di là dello schermo, il bengodi della eterna giovinezza promessa, del facile guadagno sempre offerto, del successo assicurato senza sforzo?
E il sedicenne soffre dell'idiozia di una scuola senza senso, il ventenne già s'immiserisce in una università senza futuro,in un lavoro senza presente, il trentenne si umilia nella impossibilità di far da solo la sua vita senza i vecchi che lo sostengano, il quarantenne... In un paese dove cinque milioni di possessori di birignao e capitale fingono facili felicità idiote mentre gli altri cinquanta si rodono nell'invidia e nella palese impossibilità di entrare dentro lo schermo?
E tutti, tutti presi da ansie quotidiane e cupidigie inappagate e inappagabili, incapaci di veder se stessi e il resto del mondo dolente che sta fuori da questa italietta demente, che arranca da un Natale a una Pasqua a una vacanza, che si strascica sino al venerdì, in attesa di sfogo domenicale, con i suoi gladiatori dai quali chiede metafora di sangue. In attesa di partita, di identità fasulla ma sentita, che altro, oltre al calcio, non sente?
E voi vi stupite, ipocriti, di quello sfogo?
Quando ci scappa il morto…
…scorrono lacrime a fiumi, giustamente. Lacrime di madri, mogli, figli, amici e parenti. Tutto nella norma.
Ma nel caso di un poliziotto morto sotto uno stadio durante un partita di calcio, come già era stato per tutti i tifosi rimasti sul selciato, scorrono anche tante tante tante lacrime di coccodrillo, accompagnate da parole inutili e ipocrite e dichiarazioni ben oltre i limiti della decenza. E così dopo una settimana di astinenza luttuosa (per chi?) e una decina di giorni di parole e sproloqui il campionato ricomincerà, da qualche parte a porte chiuse, in stadi reali vuoti come museali cattedrali gotiche e in stadi virtuali sempre più affollati perché no, senza la partita proprio non si può stare, per la gioia di Murdoch e dei presidenti italiani.
Credono davvero i nostri ministri che con il decreto-Amato le famiglie torneranno allo stadio (esempio tanto in voga adesso, in linea con la ridicola retorica Prodian-Ratzingeriana di oggi)? E sanno davvero di cosa parlano i tanti sedicenti esperti che auspicano un modello "all'inglese"? Lo sanno come funziona veramente in Inghilterra? Che nelle principali città inglesi non è possibile fare un passo senza essere ripresi da una telecamera? Lo sanno che la giustizia inglese funziona per davvero e le condanne vengono eseguite sul serio e non solo su carta? E lo sanno che gli hooligans continuano a darsele di santa ragione, semplicemente lo fanno a due km dallo stadio e non più nei piazzali antistanti? E lo sanno soprattutto che gli stadi inglesi ormai sono roba da ricchi, con prezzi a cui la working class non può neanche pensare di avvicinarsi?
Cosa cambierà adesso con il decreto-Amato, che in pratica contiene misure da legge marziale ed obbliga a rispettare la legge Pisanu? Praticamente nulla. Provvedimenti così repressivi sono il dito dietro cui cerca di nascondersi un sistema malato, che non è in grado e forse neanche ha interesse a risanarsi del tutto. I biglietti nominali sono una pagliacciata, nessuno all'entrata chiede il documento, e la gente entra con biglietti intestati a Romano Prodi, Beppe Pisanu e così via. Posti numerati? Ma quando mai. In tribuna, forse, in curva il posto lo stabiliscono gerarchie interne, mica il numero del biglietto. Le perquisizioni sono ridicole. Tolgono i tappi delle bottigliette d'acqua a chi va in tribuna, mentre in curva entrano bombe carta e coltelli. Come è possibile? Semplice, in curva, come nel settore ospiti, si entra "a spinta", per evitare pericolosi assembramenti di tifosi, bersaglio troppo facile per tifoserie rivali e focolai di tensione. La realtà degli stadi è drammaticamente lontana da chi legifera in materia di sicurezza, d'altra parte ai potenti del calcio non interessa più di tanto quello che succede sugli spalti, interessa incrementare i diritti televisivi e buttare giù i "vecchi" stadi (la maggior parte sono figli della vergognosa Italia '90) per costruirne di nuovi con cinema, centro commerciale e ristorante, delle vere macchine da soldi per famigliole medio-borghesi e un grosso favore agli amici palazzinari.
E poi, questi signori hanno chili di prosciutto sugli occhi per non rendersi conto che gli stadi sono solo il luogo in cui una rabbia latente trova sfogo e non l'elemento scatenante? Un effetto e non una causa? Non è forse l'ispettore Raciti vittima della stessa violenza che uccide a coltellate nelle strade a Napoli come a Roma e a Milano? Una violenza rabbiosa, che non ha colore e fermenta in un mondo avvelenato dalla tv e dai falsi miti del mediatico.
Si parla di soluzioni per il calcio, ma non si troveranno mai, fino a quando non si capirà che il problema non sono gli stadi, ma tutta la merda che li circonda.

mercoledì, febbraio 07, 2007

RESISTENZA/MEDITAZIONE - 7/2/07

I FROCI E IL DIAVOLO
Benvenuti fra noi

Noi persone per bene che da tempo ci fregiamo delle qualifiche di “komunisti” e “koglioni" assegnateci “motu proprio” da uno stercorario sedicente ed ora ex “premier” (la qualifica è Presidente del Consiglio, ma lui la considerava riduttiva delle sue aspirazioni ducesche) diamo oggi il benvenuto fra noi a due categorie benemerite della lotta per i diritti civili: i froci e le lesbiche, i “Gay”, secondo l’ipocrita vulgata del “politically correct”. E non è tutto: ci viene ascritto perfino il comprimario della storia universale: il Diavolo!
Luciano Seno
- - - - - - - - - - - - - - -
STAMPA 7-2
L’ultima di Berlusconi:
"I gay sono tutti a sinistra"

UGO MAGRI
MONZA - Sulle donne stavolta non ha commesso gaffe. Anzi, è stato inappuntabile. In compenso, Silvio Berlusconi s’è tirato addosso l’ira dei gay ai quali, gli ha suggerito perfido Pier Ferdinando Casini, magari dovrà scrivere la prossima lettera di scuse. Nella prima uscita pubblica dopo il ciclone Veronica, col solito tono che lui definirebbe «giocoso», e sicuramente senza alcuna intenzione di offendere il popolo dei Pacs, l’ex premier ha detto che «i gay sono tutti dall’altra parte», politicamente parlando si capisce. Lasciando così intendere che la loro naturale collocazione è a sinistra o, se più piace, che «comunisti» e gay vanno a braccetto. A destra non ce li vuole.
Lo spunto gliel’ha offerto, senza colpa, il candidato sindaco della Lega che Berlusconi è venuto a «battezzare» ufficialmente al Teatro Manzoni di Monza. Fa Mariani di cognome, Marco Maria di nome. Quel Maria fuori del comune ha stuzzicato l’estro del Cavaliere, il quale s’è concesso alcune divagazioni senza rete sulle virtù pragmatiche del carattere femminile contrapposto al cosiddetto sesso forte. Già l’argomento era ad altissimo rischio, dopo tutto quanto è successo in settimana con la moglie, compresa la dichiarazione di Veronica Lario ieri a «Diva e donna», per cui il portavoce Paolo Bonaiuti era là in prima fila che friggeva. La prima acrobazia del Cavaliere ha meritato applausi a scena aperta: «I ragazzi sono più belli di una volta, non parliamo poi delle ragazze con tutte le creme, i massaggi... Non parliamo», pausa ammiccante, «non posso più parlare».
A quel punto ha voluto strafare. E al «celodurista» Mariani che si giustificava del Marco Maria ha poggiato complice la mano sulla spalla: «Guarda, non c’è bisogno, lo so, i gay sono tutti dall’altra parte».
Addio politica estera, addio Stati Uniti e Afghanistan, addio tutto: la gag sessista irriverente del Cavaliere ha finito per travolgere gli aspetti meno coloriti del suo discorso.
- - - - - - - - - - - - - - -
CITAZIONE
Il diavolo del cardinale Poletto
In questo clima il cardinale Poletto di Torino può persino rilanciare l'idea di un intervento del diavolo nella legislazione. "Sull'esistenza del demonio non ci sono dubbi", ha dichiarato ieri. Specificando che Satana è in azione per indurre al peccato anche con progetti di "scassinamento della famiglia" e della società.
(dall’editoriale di Ezio Mauro sui Pacs, Repubblica 7-2)
- - - - - - - - - - - - - - -
C@C@O 7-2
La Casa della Libertà

Freedom House, organizzazione indipendente e no-profit che si occupa di censire democrazie e libertà nel mondo, ha presentato l'annuale rapporto. Solo 90 Stati su 193 sono retti da un governo democratico, il resto sono dittature. L'Italia, per fortuna, compare come Stato democratico, e questa è la buona notizia, ma stiamo "scavando" in materia di libertà di stampa e d'informazione. In questi ambiti siamo all'ottantesimo posto, considerati "parzialmente liberi", dopo Tonga e Botswana e appena prima di Antigua, Barbuda e Burkina Faso.
- - - - - - - - - - - - - - -
LA GUERRA DEL CALCIO / 2
STAMPA 7-2
Corsivo
Indovinello
jena
Volete sapere quanto vale una giornata di campionato? Quaranta milioni di euro.

Volete sapere perché il campionato riprenderà il prima possibile? L’avete saputo.

martedì, febbraio 06, 2007

MEDITAZIONE - 6/2/07

LA GUERRA DEL CALCIO
Quella che è stata generata a Catania non è altro che violenza prodotta dentro e fuori dal campo in questi anni di sport e vita.
Jean-Paul Sartre: "Il calcio è una metafora della vita."
Winston Churchill: “
Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre.”
(da APRILEONLINE 6-2)

domenica, febbraio 04, 2007

COS'E' QUESTA ITALIA... - 4/2/07

UN CASO UMANO
che parla di culo e non c’entra un cazzo
ma ci racconta

COS'E' QUESTA ITALIA
Luciano Seno
- - - - - - - - - - - - - - -
C@C@O - 4-2
Io, come terrorista, ero un caso umano.
A proposito della Cia, di mia mamma, del terrorismo e delle emorroidi
di Jacopo Fo
Non ho solo le emorroidi. Ho anche le ragadi anali. Non mi faccio mancare niente.
Cazzo ! (è il caso di dirlo). Ho avuto una ricaduta. C'è poco da cercare scuse: che ho avuto un momento difficile, che ho fatto 32 ore di treno in una settimana. Scuse belle e buone. Ho avuto una ricaduta.
Ergo ho dichiarato che le emorroidi erano scomparse ma mi ero sbagliato.
E mia madre mi ha detto che dovevo andare da un nostro cugino che fa il chirurgo specializzato in buchi di sederi. E lui mi ha detto che non c'è niente da fare, mi vuole operare. Ho un'emorroide un po' ipertrofica a ore 3 e una ragade a ore 7 (i medici specializzati in ani hanno la fissa degli orologi. Mi ha detto proprio così: "Se il tuo ano fosse un orologio…"). Forse qualcuno si stupirà che a quasi 52 anni io vada dal medico perché me lo dice la mamma. Ma io ho i miei motivi. Quando nel 1981 dovevamo andare negli Usa fummo convocati nell'ambasciata di Roma. Io, mio papà e mia mamma. Arrivò un bel giovanotto e ci disse: "Buongiorno, sono della Cia." E a me pareva già strano che un agente segreto te lo dicesse così, senza neanche torturarlo. Poi iniziò a fare domande a mia madre, Cose tipo: "Lei fa parte delle Brigate Rosse?"
"Lei ha finanziato le Brigate Rosse?"
"Lei ha aiutato le Brigate Rosse?"
Mia mamma rispondeva di no. Ma quello era evidente che non ci credeva.
A me e a mio padre non ci fecero neanche una domandina. Io ero un po' seccato per via che allora mi pendevano sulla testa 16 capi di imputazione per banda armata. Ero tentato di confessare tutto lì per lì, giusto per non passare inosservato. Alla fine comunque non ci fecero andare negli Stati Uniti. Né a me, ne al mio papà. E neanche alla mia mamma. Ma era evidente che quella che non volevano era lei.
Noi gli stavamo sul cazzo solo per motivi etnici.
Lo stesso anno rilasciarono il visto d'ingresso a Saddam Hussein e a Bin Laden.
Ora, quando tu hai una mamma che fa cagare sotto gli Stati Uniti d'America più di chiunque altro e la suddetta mamma ti dice: vai a farti infilare nel sedere una sonda luminosa munita di telecamera da tuo cugino, tu ci vai e zitto. Anche se hai quasi 52 anni e sei nonno.
Perché lei è bisnonna e se non ubbidisci ti da’ un ceffone. E mia madre certi giorni c'ha delle mani enormi. Ho preso l'ultimo ceffone da mia madre quando avevo 18 anni. Avevo osato mettere in dubbio il primato della famiglia sulla politica. Un tipo di problema che si verifica solo nelle famiglie comuniste dure. Mia madre era a letto malata. Molto malata. E meno male che era malata perché il ceffone mi fece girare la faccia dall'altra parte. Se stava bene mi mandava all'ospedale.
Comunque questo non vuol dire che mi farò punzonare il mio prezioso buco.
Resisterò. Farò meditazione. E spero proprio di riuscirci. E' una questione d'onore. Spero solo di avere un po' di culo.
P.S.: Comunque mio cugino è molto bravo. Usa il metodo Longo e sostiene che i casi di ricaduta sono solo il 3%. Ho capito che era bravo da come ha tentato di infilare la sonda. In una precedente rettoscopia ero capitato con un gastroenterologo che non sapendo dove fosse il buco del mio sedere tentò di aprirmene uno supplementare sotto l'osso sacro. Diffidate di medici così. Per un parere affidabile meglio trovare un medico che almeno conosca le basi della geografia umana.
E comunque, se Dio vuole, la ricaduta è già finita. Più che altro era un piccolo revival.

P.P.S.S.: Dei sedici capi di imputazione per banda armata fui poi assolto.
Alcune accuse caddero non perché si dimostrò che non ero colpevole ma semplicemente perché il pubblico ministero fu costretto a ammettere che i fatti NON ERANO MAI AVVENUTI.
Cioè, io ero stato accusato per una serie di attentati che NESSUNO aveva commesso perché non c'erano proprio stati. Anzi non erano mai neppure stati PROGETTATI. Attentati 100% inventati. Ed erano pure attentati veramente infimi: l'incendio di alcune colonnine della PS, di metallo (strani falli verdi, muniti di glande luminoso giallo, sirena e citofono in collegamento con il 113), che una volta servivano per chiamare la polizia in casi di emergenza, ne istallarono qualche decina in giro per Milano. Colonnine che nessuno mai bruciò e che peraltro la PS stessa demolì perché non servivano veramente a un cazzo. Può sembrare un'affermazione grottesca dire di essere stato imputato per attentati mai avvenuti ma situazioni simili erano all'ordine del giorno. Durante il mio processo (sibillineamente chiamato "Rosso Tre") un imputato dimostrò che durante una rapina di cui era accusato aveva un alibi di ferro: era sotto anestesia totale in una sala operatoria dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano per una peritonite. Un altro, accusato dell'irruzione armata in una sede del Msi, quel giorno era detenuto nel carcere le Nuove di Torino, in cella d'isolamento.
Nota: Il processo Rosso (Toni Negri & C.) fu suddiviso in 3 sottoprocessi.
Nel Rosso 1 (dal nome della rivista dell'Autonomia) c'erano i grandi capi. Nel Rosso 2 le mezze calzette, nel Rosso 3 i casi umani. Io, come terrorista, ero un caso umano.


giovedì, febbraio 01, 2007

RESISTENZA/MEDITAZIONE - 1/2/07

PARAFRASANDO ANDREOTTI
a pensare tutto il male possibile del provvisoriamente disarcionato Cavaliere non solo non si fa peccato ma si adempie ad un dovere civico. Si corre solo il rischio di restare corti rispetto alla realtà.
Il “reality show” che ha portato il nostro a monopolizzare prime pagine, editoriali e talk show non è che una delle solite televendite di tappeti nelle quali è maestro: è il suo unico, vero mestiere. Stavolta apre la campagna elettorale d’Aprile: “Silvio nostro su tutti gli schermi” è tutt’oro che galvanizza i farabutti ed i minus habentes che votano per lui. E’ noto che delle persone per bene che mai voteranno per lui, “Lui” se ne fotte.
Ciò detto, eccovi il “Visto da destra – Visto da sinistra”.

Luciano Seno
- - - - - - - - - - - - - - -
CORSERA 1-2
EDITORIALE
La politica del teatrino
Le strategie indecifrabili del Cavaliere

di Sergio Romano
Anche se la signora Berlusconi ha deciso di parlarne pubblicamente su un giornale e Silvio Berlusconi ha recitato in pubblico il suo atto di contrizione, le lagnanze di Veronica dovrebbero restare una faccenda privata, un bisticcio in famiglia tra moglie e marito. Ma la protesta della moglie offesa è in realtà quella che molti italiani potrebbero indirizzare, sia pure in altri termini e per altre ragioni, al leader di Forza Italia. Conosciamo ormai Silvio Berlusconi. Sappiamo che le barzellette, le battute, gli scherzi goliardici, i corteggiamenti galanti e le gaffe più o meno intenzionali fanno parte del suo repertorio. Non cambierà mai questo stile «giocoso e irriverente » (come lo ha definito, con un certo compiacimento, nella sua risposta alla moglie) perché è su questo stile che ha costruito il suo successo come imprenditore, venditore di sogni televisivi, uomo politico. Quando scese in campo, qualcuno a sinistra pensò che questo fosse il suo tallone d’Achille e gli montò contro una campagna che mancò il bersaglio e si ritorse contro i suoi promotori. Non c’è nulla da fare. Anche se questo spiace ai calvinisti della politica, Berlusconi resterà sempre un «seduttore », anzi, come avrebbe detto quando cantava in francese per i turisti in crociera, uno «charmeur ».
Ma in questi ultimi mesi, dopo le elezioni della scorsa primavera, lo stile ha preso il sopravvento e ha occupato interamente lo spazio della sua personalità. Che cosa vuole Berlusconi? Quali sono le grandi linee della sua strategia politica? Come desidera cambiare la legge elettorale? Come intende realizzare il partito unico del centrodestra? Posso comprendere la rabbia per la vittoria mancata. Posso immaginare che abbia riposto tutte le sue speranze per qualche mese nelle contraddizioni della maggioranza e nel collasso del governo. Ma ho l’impressione che gli italiani abbiano perso il filo del discorso e non riescano più a decifrare le intenzioni del leader del maggiore partito nazionale. Vi è stato un grande comizio a piazza San Giovanni, durante il quale Berlusconi ha cercato di creare il partito dei malcontenti e degli smemorati: un’operazione pericolosa per un uomo che aveva appena finito di governare. Vi sono state interviste battagliere, ma elusive, annunci interessanti, ma generici. Vi è stata un’occasione familiare (il compleanno della madre) trasformata in festa nazionale. Vi sono state pubbliche apparizioni, cerimonie più o meno mondane, bagni di folla. Vi sono state dichiarazioni estemporanee, slegate l’una dall’altra, spesso addirittura contraddittorie. Vi sono giornate in cui Berlusconi dà la sensazione di considerarsi leader a vita, altre in cui ritiene Fini poco adatto alla successione, altre ancora in cui lo incorona delfino. Spiace dirlo, ma Berlusconi si è comportato, soprattutto in queste ultime settimane, come un attore che ha avuto un infortunio. Non ha più il teatro in cui recitava, sta perdendo alcuni dei suoi principali caratteristi, è alla ricerca di un nuovo copione.
E nel frattempo, per non farsi dimenticare, mette in scena se stesso passando da un riflettore all’altro, da un monologo all’altro. Si direbbe che la sua unica strategia, per il momento, sia quella dell’apparizione. Può darsi che questo governo abbia i mesi contati. Ma questo non esime Berlusconi dall’obbligo di trattare la politica italiana come una cosa seria e di spiegare al Paese come intende collaborare alla soluzione dei suoi problemi.
- - - - - - - - - - - - - - -
APRILEONLINE 1-2
LOVE STORY
Dopo la lettera di Veronica apparsa su "Repubblica", Silvio risponde alla moglie con il suo solito stile, falsamente elegante, falsamente pentito, vagamente ipocrita.

Woland
Pensavamo di averle sentite e viste tutte dal prode Cavaliere, partito come giullare di una nave per villeggianti per arrivare alle stanze di Palazzo Chigi, sfiorando quelle del Quirinale (e non è ancora detto che un giorno non ci riesca). Ad esempio pensavamo che dopo la "lenzuolata" di leggi ad personam nel corso dell'ultima legislatura, il suo delirio di immunità si fosse per un attimo placato: e invece eccolo tornare sulle barricate a difendere le sue Tv, i gioielli di famiglia, che guai a chi li tocca.
E a proposito di famiglia, anche nella sfera del privato, dopo i lacrimevoli servizi apparsi la scorsa settimana su giornali e telegiornali, per documentare le gioie di nonno Silvio, tenero e confidenziale nel raccontare il suo rapporto con i nipotini (che non fregasse a nessuno tranne agli iscritti "azzurri" è particolare di impercettibile rilievo), pensavamo davvero di essere giunti al top, al "non plus ultra", di aver toccato il massimo, o il fondo, secondo i punti di vista.E invece, così come un adagio dialettale aiuta a rammentare, quando pensi di aver toccato il fondo c'è sempre una buca che ti aspetta.
Accade così che dopo l'accorata lettera di Veronica Lario, che non essendo riuscita ad ottenere scuse in privato rivendica pubblicamente il pentimento del marito, lasciatosi andare ancora una volta a recitare la parte dell'animatore da villaggio incallito, che sente il dovere e il piacere di sollazzare e adulare qualsiasi gonnella si aggiri nelle cene conviviali di cui diviene inevitabilmente l'indiscusso mattatore, il presidente di tutto ciò che si possa ragionevolmente immaginare si trasforma stavolta nel consorte passionale, nel compagno di mille avventure familiari, nell'uomo che cede il passo al proprio orgoglio, in nome dell'amore. Eccola dunque la missiva del Cavaliere Innamorato:
"Cara Veronica,
eccoti le mie scuse. Ero recalcitrante in privato, perché sono giocoso ma anche orgoglioso. Sfidato in pubblico, la tentazione di cederti è forte. E non le resisto. Siamo insieme da una vita. Tre figli adorabili che hai preparato per l'esistenza con la cura e il rigore amoroso di quella splendida persona che sei, e che sei sempre stata per me dal giorno in cui ci siamo conosciuti e innamorati. Abbiamo fatto insieme più cose belle di quante entrambi siamo disposti a riconoscerne in un periodo di turbolenza e di affanno. Ma finirà, e finirà nella dolcezza come tutte le storie vere. Le mie giornate sono pazzesche, lo sai. Il lavoro, la politica, i problemi, gli spostamenti e gli esami pubblici che non finiscono mai, una vita sotto costante pressione. La responsabilità continua verso gli altri e verso di sè, anche verso una moglie che si ama nella comprensione e nell'incomprensione, verso tutti i figli, tutto questo apre lo spazio alla piccola irresponsabilità di un carattere giocoso e autoironico e spesso irriverente. Ma la tua dignità non c'entra, la custodisco come un bene prezioso nel mio cuore anche quando dalla mia bocca esce la battuta spensierata, il riferimento galante, la bagattella di un momento. Ma proposte di matrimonio, no, credimi, non ne ho fatte mai a nessuno. Scusami dunque, te ne prego, e prendi questa testimonianza pubblica di un orgoglio privato che cede alla tua collera come un atto d'amore. Uno tra tanti. Un grosso bacio Silvio".
A questo punto si pongono due questioni, l'una goliardica, l'altra inquietante.
La prima: ma che Veronica ci crederà davvero? Speriamo per lei di no.
Si capisce lontano un miglio che il maschio furbastro sta tentando di rabbonire la donna infuriata, e stavolta non può esser perdonato. Quando è troppo è troppo, cara Veronica. E poi tu, a quanto pare, non ti sei mai spinta oltre Massimo Cacciari.
La seconda riguarda direttamente il paese in cui viviamo.
Un paese che si è permesso il lusso di nominare Primo ministro per ben due volte un soggetto del genere, uno che trasforma la verità in finzione come neanche la scrittura di Luigi Pirandello è riuscita a fare; uno che pur di convincere i suoi interlocutori non ci pensa due volte a negare quello che ha detto il minuto prima. Uno che, piuttosto che cedere all'età, riuscirebbe a corrompere anche qualche dio, se gli si presentasse un giorno l'occasione: intanto si arrangia con plastiche e trapianti.
Ma con l'Unto dal Signore, mai dire mai.
Alla prossima puntata, naturalmente in esclusiva Mediaset.

martedì, gennaio 30, 2007

MEDITAZIONE - 30/1/07

APRILEONLINE 30-1
Favole moderne
Diego Sergio (Diesse) e Margherita
Genitori e parenti premono affinché si sposino. E' già pronto pure l'appartamentino (in affitto) in un condominio ancora in costruzione. Lei ha due gatti: Eminenza e Opusdei, ma lui è allergico ai felini.....
Luciano Comida
Forse Diego Sergio (per gli amici Diesse) e Margherita si amano. Ogni tanto fanno qualche viaggio insieme, si telefonano, frequentano la stessa associazione culturale, votano lo stesso schieramento politico, vanno al cinema e a teatro,sono in prima fila ai concerti dei loro musicisti preferiti, si mandano sms, si divertono a spedirsi appassionate e-mail. Insomma non sanno stare l'uno senza l'altra. E in base a tutto ciò i loro genitori, con tanto di parenti, vorrebbero che si sposassero.
Ma Diego Sergio (per gli amici Diesse) e Margherita non sono convinti. E non solo per quanto riguarda il matrimonio: non vogliono nemmeno coabitare. Perché i problemi sono tanti.
Uno è molto semplice e banale ma tale da rendere impossibile la convivenza: lei vive con due gatti, Eminenza e Opusdei, ma lui è allergico ai felini e dunque non va mai a casa di Margherita, nemmeno per una breve visita. Come farebbero a stare insieme? Lei non vuole rinunciare alla propria amicizia con i gatti. E d'altra parte, in loro presenza, Diesse viene colto da serissime crisi respiratorie. Ha tentato con dei farmaci, chimici e omeopatici, ma nulla da fare.
Altro problema: la piccola casa di lui è alla periferia nord della loro grandissima città, soluzione molto comoda visto che Diesse lavora a cento metri dall'abitazione. Mentre Margherita abita (anche lei in un piccolo monolocale) al lato opposto della città, a pochi metri dal proprio lavoro.
E ancora: di notte lui russa fortissimo e lei ha il sonno assai delicato. Così, le volte che dormono insieme sono abbastanza rare e comunque si tratta di notti di passione, quando dormire è l'ultimo dei pensieri. Insomma l'idea di condividere ogni notte lo stesso letto non li attrae per nulla.
Eppure genitori, parenti e qualche amico premono affinchè si sposino: in primis perché così vuole la creanza e poi perché risparmierebbero pure sugli affitti. E in più è già pronto il corredo, il biglietto per il viaggio di nozze, la destinazione della luna di miele, il menu per il pranzo nuziale, un appartamentino (sempre in affitto) in un condominio ancora in costruzione.
Ieri mi ha scritto un' e-mail il mio amico Diego Sergio (che io chiamo Diesse). Non sa che pesci pigliare e mi ha chiesto consiglio. Io gli ho suggerito di riflettere bene e a lungo. E comunque, gli ho confidato, se dipendesse da me: io con Margherita non mi sposerei.